a cura di Mark William Lowe
Dopo un primo mandato tumultuoso, il 6 ottobre 2024 il presidente tunisino Kais Saïed ha iniziato un secondo incarico. Ha ottenuto il 90,7% dei voti, con un’affluenza alle urne solo del 27,7% degli aventi diritto a determinare il futuro della Tunisia. La bassa affluenza offre un’idea del malcontento della popolazione che, dopo la primavera araba, non sperava di certo che ritornasse un regime autoritario. I critici di Saïed lo accusano di avere trascorso i suoi primi cinque anni al vertice del Paese smantellando costantemente le istituzioni democratiche, instillando una cultura della paura e facendo poco per affrontare le questioni che stanno più a cuore ai tunisini.
Saïed è salito al potere nel 2019, nella seconda elezione dopo le proteste della primavera araba che hanno portato alla destituzione dell’ex-uomo forte Ben Ali, a capo del governo da oltre due decenni. La prima campagna presidenziale di Saïed si è basata su un messaggio populista di eliminazione del clientelismo e di restituzione del potere al popolo, un concetto che ha riscosso consenso tra un elettorato stanco di anni di governo malfunzionante. Tuttavia, con una mossa che l’opposizione ha definito un colpo di stato, due anni dopo Saïed ha sospeso il parlamento, ha riscritto la costituzione del Paese nordafricano, ha aumentato i poteri presidenziali e ridotto quelli legislativi. È stato il primo atto della rivoluzione del presidente.
«Continua la rivoluzione»
I suoi primi commenti alla televisione di stato, dopo che gli exit poll avevano previsto la sua vittoria, sono stati: «Questa è una continuazione della rivoluzione». Facendo eco alle promesse fatte al momento della sua elezione nel 2019, Saïed ha aggiunto che «costruiremo e ripuliremo il Paese dai corrotti, dai traditori e dai cospiratori». Rafforzando ulteriormente il concetto di cambiamento radicale, durante il suo discorso inaugurale davanti al parlamento, ha invocato una «rivoluzione culturale» volta a combattere il terrorismo, ridurre la disoccupazione e cancellare la corruzione, aggiungendo che «l’obiettivo è costruire un paese in cui tutti possano vivere dignitosamente».
Fino a poco tempo fa questo Paese veniva salutato come l’unica storia di successo della Primavera araba. Mentre colpi di stato, controrivoluzioni e guerre civili sconvolgevano la regione, la Tunisia ha abbracciato il compromesso politico ed è andata avanti con una nuova costituzione democratica. Purtroppo, però, i nuovi leader non sono stati in grado di risolvere la critica situazione economica, hanno lottato per eliminare gli episodi di violenza e terrorismo e, infine, hanno dedicato più tempo e sforzi alle lotte politiche che hanno aperto la porta all’ascesa al potere di Saïed. Al momento della vittoria del suo primo mandato nel 2019, Saied promise di inaugurare una «Nuova Tunisia», in cui maggiori poteri sarebbero stati conferiti ai giovani e ai governi locali. Non ci è voluto molto perché l’elettorato cominciasse a dubitare delle sue promesse di trasformare la nazione. Con un’affluenza di appena il 27,7% alle elezioni di ottobre, il livello di apatia politica diffusa è facile da calcolare.
L’urgenza dell’economia
Mentre l’elettorato ha perso fiducia nelle promesse di una «Nuova Tunisia», costruita intorno all’attuazione di solide basi democratiche, la questione più urgente per la maggior parte degli elettori è la situazione economica. I problemi irrisolti sono al centro del malcontento degli elettori e, mentre Saïed si appresta a iniziare il suo secondo mandato, si trova davanti a una popolazione sempre più ostile che si spazientisce di fronte alla sua incapacità di affrontare le numerose e complesse sfide economiche del Paese. Secondo un recente sondaggio condotto dal Barometro Arabo, contrariamente alle priorità di Saïed, circa il 40% dei tunisini considera lo sviluppo economico come la più grande sfida da affrontare, mentre solo il 28% condivide l’idea del presidente che la corruzione sia uno dei principali problemi da risolvere. Ma, nonostante meno della metà degli intervistati abbia dichiarato che lo sviluppo è la sfida più grande, l’85% ha affermato che l’attuale contesto economico è molto grave. La maggior parte degli indicatori economici è in linea con questa percezione e alcuni indicano che la situazione attuale è la stessa, se non peggiore, di quando Saïed è entrato in carica.
In realtà, negli ultimi anni l’economia tunisina ha registrato un leggero miglioramento, ma la crescita è stata estremamente limitata ed è urgente che vengano implementate diverse riforme strutturali. Nell’edizione di quest’anno del World Economic Outlook, il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) prevede un Pil in aumento di appena l’1,6% nel 2024 e altrettanto nel 2025. A questo livello, la crescita economica della Tunisia sarà la più bassa tra i Paesi del Nord Africa: l’Egitto dovrebbe crescere del 4,1% e l’Algeria del 3%. I dati ufficiali sulla disoccupazione indicano un rialzo a oltre il 16%, quasi lo stesso livello del 2019, quando Saïed fu eletto per la prima volta. Nello stesso periodo l’inflazione è passata dal 7,1% a quasi il 9% nel 2023, anche se il tasso finale previsto per il 2024 dovrebbe vedere una discesa al 7,4%. In ogni caso, in termini di capacità di spesa, i tunisini non hanno visto alcun progresso dal 2019. Per migliorare la situazione economica, sono urgenti una serie di riforme e un aumento degli investimenti stranieri.
Assistenza internazionale
L’economia tunisina sta attualmente affrontando sfide importanti legate alla necessità di creare posti di lavoro e sviluppare il volume degli investimenti nazionali ed esteri. Secondo Jihad Azour, direttore del Dipartimento per il Medio Oriente e l’Asia Centrale del Fondo Monetario Internazionale, prima che ciò possa avvenire, il governo tunisino deve attuare una serie di riforme strutturali. Il riferimento di Azour a queste ultime è anche legato alla negoziazione, nel 2022, di un prestito di salvataggio di quasi 2 miliardi di dollari con l’Istituzione internazionale. L’accordo non è ancora stato formalizzato, poiché il prestito era subordinato all’attuazione da parte della Tunisia di riforme volte a stabilizzare l’economia.
Da quando si sono svolti i negoziati, Saïed ha espresso una serie di riserve sulle condizioni, in particolare sul fatto che tali misure avrebbero aumentato la povertà, alimentato i disordini sociali e compromesso la sovranità della Tunisia. Nel giugno 2023, il presidente si è spinto a dichiarare che, in qualsiasi negoziato con il Fmi, le soluzioni non avrebbero dovuto avere la forma di un diktat. Il presidente ha aggiunto che le clausole proposte dal Fondo non solo avrebbero aggravato la situazione della Tunisia, ma avrebbero avuto un impatto negativo sull’intera regione. Mentre l’accesso al bailout rimane in uno stato di limbo, la posizione attuale di Saïed è che «il Fondo deve rivedere le sue proposte per trovare una soluzione».
Conclusioni
La Tunisia rimane in uno stato di incertezza e le sue prospettive restano poco chiare. Senza l’assistenza esterna, il Paese continuerà ad affrontare livelli di sviluppo economico scoraggianti e ciò rappresenta un serio rischio per la stabilità sociale e politica. Se da un lato si può comprendere la riluttanza del presidente ad accettare interferenze esterne, come misure di austerità quali la riduzione della spesa pubblica e dei sussidi, che potrebbero provocare disordini sociali, dall’altro è necessario negoziare soluzioni a breve termine che richiedano un compromesso, soprattutto da parte della Tunisia.
Le relazioni con l’Occidente e le sue istituzioni si sono complicate dopo l’inversione di rotta della Tunisia rispetto alla democrazia e il ritorno a un regime autoritario. Per contrastare questa situazione, Saïed ha avviato una serie di approcci con i Brics e ha preso in considerazione le condizioni più favorevoli che potrebbero essere offerte dalla Nuova Banca di Sviluppo del blocco. Il messaggio è chiaro: se le nazioni occidentali non sono disposte ad assistere il paese senza imporre le loro regole specifiche sui prestiti, la Tunisia ha delle alternative. Sono opzioni che includono la Cina.

