Turbolenze dal rialzo dei tassi?

Turbolenze dal rialzo dei tassi? L’uscita dall’ambiente protetto creato dalle banche centrali non sarà indolore. Maurizio Novelli, gestore global strategy fund di Lemanik

“Negli ultimi anni il sistema finanziario è rimasto in equilibrio solo con le politiche dei tassi bassi condotte dalle banche centrali. Ora l’uscita sarà turbolenta”. E’ questo il pensiero di Maurizio Novelli, gestore Global strategy fund di Lemanik. La Fed valuterà i rialzi, ma allo stesso tempo sta facendo capire agli operatori che non ha fretta. I tassi saliranno sicuramente, ma la banca centrale Usa tenderà a mantenersi dietro alla curva dei rendimenti, per evitare di stroncare il momento reflazionistico che sta partendo dopo tanti anni.

Il rally attuale delle Borse americane poggia proprio sulla politica reflazionistica annunciata dalla nuova amministrazione americana, con il presidente Donald Trump che promette sgravi fiscali per far ripartire la domanda interna e stimolare la crescita. Questa situazione dà carburante a tutti i mercati che sono legati al ciclo. Per esempio la Germania o il settore minerario, quindi anche indici come quelli di Canada e Regno Unito che infatti ne stanno approfittando.

La durata di questa fase dipenderà da come i mercati obbligazionari reagiranno a questa mancata protezione da parte della Fed. Il mercato del reddito fisso potrebbe anticipare tassi più alti sul lungo termine. Le redini ce le hanno in mano i gestori obbligazionari. C’è poi un’altra variabile da tenere in considerazione: uno stock di debito molto alto che ha retto finora perché le banche centrali ne hanno abbassato il costo. Ma il costo adesso salirà. E stimiamo che ogni punto di rialzo del costo del debito eserciti una restrizione del Pil mondiale pari a 3,5 punti percentuali.

Si tratta di una bolla, ma è difficile dire se e quando è destinata a scoppiare, perché in questi casi lo si realizza sempre troppo tardi. Per esempio nel 1987 la discesa dei mercati obbligazionari era in corso da 6 mesi, poi la Borsa crollò in una serata del 22%. Questa volta per inciso potrebbe essere anche peggio, perché non ci sono più i market makers, le nuove regolamentazioni hanno distrutto la liquidità e quindi anche la protezione da eventuali incidenti, come visto in più occasioni con i recenti flash crash. Attualmente, l’S&P 500 vede le società quotare 13 volte l’ebitda, nel 2007 questo multiplo era di 7 volte, nel 2000 l’S&P prezzava 10 volte l’ebitda. La propensione al rischio è molto alta, e non solo sull’azionario americano. Se poi guardiamo a un ipotetico portafoglio d’investimento, anche se con un’esposizione all’equity molto bassa, il resto verosimilmente sarà investito in posizioni su debito high yield e subordinato. La caccia al rendimento ha moltiplicato il rischio. Negli ultimi anni il sistema finanziario è rimasto in equilibrio solo con le politiche dei tassi bassi, l’uscita da questa situazione non potrà che essere turbolenta.

Questo contesto ci porta ad essere ribassisti sui titoli di stato sia americani sia europei. Stiamo comprando oro come protezione contro il ritardo con cui le banche centrali alzeranno i tassi. L’oro allo stesso tempo offre un riparo dall’inflazione. E anche da quei rischi politici che caratterizzeranno il mercato italiano ed europeo dei prossimi mesi.

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