Un roseto in fiore

a cura di Pinuccia Parini

La pandemia continua e sta toccando tutti i continenti. La diffusione è avvenuta nei singoli paesi con diversi lassi temporali e quotidianamente si assiste alla pubblicazione di cifre che, per quanto da contestualizzare, sono accomunate da un unico filo conduttore: la distruzione che il virus lascia alle sue spalle. Ma proprio per questo motivo è necessario che si inizi a guardare oltre e si pensi a ricominciare. Fondi&Sicav lo ha fatto con Claudia Segre, presidente della Global Thinking Foundation, ente che «organizza e sponsorizza progetti di educazione finanziaria finalizzati a migliorare l’inclusione sociale ed economica in Italia, Europa e Usa, attraverso diverse collaborazioni con istituzioni pubbliche ed enti privati». Claudia Segre ha lavorato per oltre 30 anni presso primarie banche italiane e collaborato con varie università e fondazioni per diffondere l’importanza della cultura economica e finanziaria. 

L’emergenza Covid-19 sta avendo un costo elevato a livello economico, finanziario e sociale, di cui si possono fare solo alcune stime. È forse giunto il momento di pensare al futuro e, nel contempo, vedere che cosa ci ha lasciato l’esperienza di questi mesi. Quali sono le sue riflessioni?

«L’emergenza Covid 19 evidenzia che i costi sono stati elevati per tutti. Se poi penso alle donne, che sono al centro dell’attività della Fondazione che presiedo, ritengo che questo aspetto emerga ancora più chiaramente, soprattutto da un punto di vista sociale. Le donne sono le depositarie dell’attività di cura in senso lato, cui si aggiunge il lavoro che, viste le necessità del momento, è svolto in modalità smart working. Lavoro, casa, famiglia si concentrano in un unico luogo e pesano sulla figura femminile. È inoltre drammatico se si pensa al crescente numero di casi di violenza domestica che si sono verificati in Italia in questo periodo di distanziamento sociale. Parlando poi del mondo del lavoro, va fatta un’ulteriore considerazione. Confindustria ha recentemente comunicato che circa il 67% delle imprese italiane sarà impattato dal coronavirus e il 30% avrà problemi di fatturato. Ciò comporta che la maggiore flessibilità nel lavoro e la parità di genere saranno obiettivi che potranno essere raggiunti a lungo termine. Perché? Se si guarda alle precedenti recessioni, si nota che i settori più colpiti sono stati il manifatturiero e le costruzioni, la cui mano d’opera è in prevalenza maschile. In questi casi le donne, soprattutto quelle senza occupazione, hanno ricoperto un ruolo di “cuscinetto” nei confronti dell’eventuale perdita di lavoro del proprio convivente, impegnandosi in attività che potessero compensare la scomparsa del reddito. Oggi è diverso. L’attuale crisi, con il fermo quasi completo delle attività economiche, vede esposti sia uomini sia donne. Questa recessione rischia così di avere un impatto sociale decisamente più ampio rispetto a quelle precedenti».

Che cosa ci lascerà allora questa crisi?

«Auspico che ci lasci un cambiamento sulle norme sociali. Io intravedo due prospettive. Una riguarda il mondo del lavoro: questa esperienza ci ha fatto capire come si possano ridefinire le modalità lavorative grazie alla tecnologia e a una conseguente maggiore flessibilità che veda aumentare la partecipazione femminile, sia per scelta, sia per casi di necessità, attraverso lo smart working. La seconda prospettiva è invece di natura sociale e culturale: è essenziale un più ampio utilizzo della mano d’opera femminile ed è importante che vi siano modalità lavorative che permettano una condivisione dei ruoli e delle responsabilità all’interno della famiglia. I cambiamenti di vita che la presenza del virus ci ha imposto nel breve, potrebbero diventare modelli comportamentali nel lungo periodo, che permetterebbero una ridefinizione dei ruoli nel nucleo familiare. Certo, poi rimangono tanti altri aspetti su cui si deve lavorare…».

Ad esempio?

«Nel gruppo di virologhe dell’Istituto nazionale malattie infettive Spallanzani, che è riuscito a isolare il virus responsabile dell’infezione dei due pazienti cinesi ricoverati, c’era una biologa precaria. Che cosa ci dice questa esperienza? Innanzitutto che ci sono troppo poche donne impiegate nel campo della ricerca scientifica, nonostante la percentuale delle laureate sia superiore a quella degli uomini. Ciò significa che in materia di parità di retribuzioni e di carriera è necessario un impegno importante, visto che l’ambito scientifico, quello della sicurezza, della salute e della sostenibilità avranno un ruolo sempre più importante nel nostro futuro. Stiamo affrontando un periodo che ci sta mettendo a seria prova, anche in termini relazionali. Io vedo tutti i presupposti per una vera e propria rivoluzione in questo senso».

Lei parla di cambiamento di norme sociali, ma occorre anche un mutamento culturale. È possibile pensare che possa avvenire in questa fase dove addirittura i casi di violenza sulle donne sono aumentati?

«Sì è vero, l’immagine fotografata dall’Istat nel report sulla violenza sulle donne dello scorso novembre è scoraggiante. Ma è proprio per questo motivo che sorge l’esigenza di cambiare le norme sociali. Non è un caso che l’Italia risulti al penultimo posto in Europa per quanto riguarda il tasso di occupazione femminile (fonte Openpolis). Inoltre la condizione generale vede la donna penalizzata in più ambiti, che la pongono in una condizione di estrema debolezza. Occorre conoscenza e consapevolezza che porti all’autodeterminazione delle donne e ritengo che proprio questa emergenza Covid-19 debba invitare a un ripensamento generale sull’argomento. L’Italia non può permettersi di avere solo il 49% di occupazione femminile: il nostro è un paese con alto debito e c’è bisogno che la forza lavoro aumenti e che abbia le competenze necessarie, soprattutto quelle digitali. C’è un esempio che, nella tragicità della situazione, è di buon auspicio. La diffusione dell’influenza spagnola nel 1918 portò a un’emancipazione economica e culturale delle donne negli Stati Uniti, legata al boom economico degli anni ’20. La storia potrebbe ripetersi».

Sono d’accordo con la sua analisi, ma nutro qualche dubbio sulla capacità dell’Italia di affrontare seriamente la questione?

«Ha ragione. Ma bisogna lavorare sulla responsabilità sociale. In Italia la Convenzione di Istanbul, la prima a introdurre anche la violenza economica, non è ancora pienamente applicata. Ogni anno 120 donne vengono uccise dai loro mariti, partner, fratelli, padri. WeWorld ha chiaramente dimostrato che la violenza domestica non è una questione privata: ogni anno l’Italia spende circa 17 miliardi di euro in costi sociali ed economici causati dalla violenza contro le donne. La violenza è causata dalla mancanza di pari opportunità per le donne e gli uomini e da stereotipi dei rispettivi ruoli. La ministra delle pari opportunità e della famiglia, Elena Bonetti, ha creato una task force sul problema e ha sbloccato anche i fondi a disposizione per i centri di assistenza per le donne che hanno subito violenza. Noi, con la Fondazione Bellisario e le oltre 30 associazioni partecipanti a Inclusione Donna, ci stiamo muovendo in ambito associativo e para-associativo, in modo da mettere in rete tutte le associazioni che si occupano delle donne. Bisogna continuare a lavorare in questa direzione e ricordarsi che in un paese civile lo stato deve difendere i diritti dei propri cittadini, uomini e donne». 

La professoressa Ilaria Capua ha rilevato che le donne sembrano quasi più resistenti all’infezione da coronavirus. La scienziata invita a riflettere sulla possibilità che si presenti, dopo la quarantena, una ‘rivoluzione gentile’ con le donne che rientrano prima nel mondo del lavoro e nella società civile. Potrebbero diventare “rose quadrate”, ovvero “donne che risolvono i problemi e che saranno i motori più importanti della ripartenza, anche nella ricerca”, per usare le parole della professoressa. Che cosa ne pensa? Vedremo sbocciare un roseto?

«Sono molto d’accordo con quanto affermato dalla professoressa Capua. Le statistiche dicono che solo due donne su otto sono colpite dal virus. Io penso che affinché il roseto sbocci, per usare la sua metafora, è necessario creare le condizioni perché ciò avvenga e questa resilienza, dimostrata statisticamente, sia un punto di forza. Il non farlo sarebbe una punizione per il nostro paese, perché vorrebbe dire non riconoscere ai soggetti sociali più forti il ruolo che spetta loro. Se non si agisce in questa direzione, rischiamo di calpestare queste rose che non vedremo nemmeno sbocciare».

Questa emergenza ci porterà a un ripensamento del modello di sviluppo?

«Sì, si tratta di continuare un percorso già iniziato, quello legato alla sostenibilità, che renda le persone più consapevoli delle loro azioni collettive, così come sta avvenendo ora con il coronavirus. Si può modificare il presente per permetterci di costruire il futuro che noi vogliamo, più sensibile ai diritti, all’uguaglianza, alla sicurezza e più attraente per le nuove generazioni. Ad esempio noi, come fondazione, lavoriamo molto con le giovani donne e stiamo spingendo l’economia circolare. Riteniamo, infatti, che la diffusione del virus non possa prescindere da considerazioni legate alle condizioni ambientali e ai modelli di sviluppo sinora adottati, che hanno generato alti livelli di inquinamento, rendendo più debole il sistema immunitario delle persone. L’esperienza di questi giorni non può non portare a un ripensamento generale e alla necessità di considerare con più determinazione l’economia circolare, ma anche di applicare in tutti gli ambiti i principi Esg. Io penso che ci sarà un’ulteriore spinta in questa direzione, anche con la creazione di nuovi incentivi per sostenere ambiti di sviluppo come quello scientifico, digitale e della salute. E questo processo è già ben visibile in alcuni paesi emergenti che stanno sempre più investendo in energia rinnovabile ed efficienza energetica».

A questo proposito, in Asia stiamo vedendo alcuni paesi uscire dall’emergenza Covid1 9 e tornare gradualmente alla normalità. È solo un problema di tempistica o anche di strategia?

«I paesi asiatici hanno mostrato di avere affrontato il contagio in modo più strutturato, memori di quanto era successo in precedenza con la Sars. Noi, invece, abbiamo peccato di sottovalutazione e ciò vale per quasi tutti i paesi del G7. L’Asia, e la Cina in primis, hanno dimostrato l’importanza della pianificazione e la necessità di lavorare con un’ottica di lungo periodo, senza perdere di vista la necessità di aggiornare il modello in base alle esperienze vissute. Se non è possibile applicare, per una serie di motivi, la massima responsabilità civile, allora è necessario che anche noi impariamo a darci obiettivi di lungo periodo che non siano interrotti dall’avvicendarsi di governi di diverso colore politico». 

Abbiamo assistito a un comportamento dei mercati finanziari che mostra notevoli diversità rispetto alle crisi precedenti. Che cosa ne pensa?

«Lo shock pandemico ci ha dimostrato che non ci sono beni rifugio ed è difficile avere punti di riferimento. Proprio per questo motivo ritengo che sia sempre più importante e fondamentale che ciascuno di noi abbia un’educazione in campo finanziario. E lo è ancora di più in un paese come l’Italia che non ce l’ha. Noi, come Fondazione, abbiamo lanciato, proprio in questo periodo in cui si è costretti a rimanere a casa, EdufinAcasa, la prima app in Europa di questo genere che mira a migliorare l’educazione finanziaria dei cittadini e soprattutto della fasce più deboli. È fondamentale mantenere non solo i nervi saldi, ma imparare, anche in questo caso, a pianificare. È necessario che ciascuno di noi abbia la propria cassetta degli attrezzi, da passare alle generazioni future, per garantirsi serenità economica nel futuro». 

Vedo che la Fondazione è sempre attiva anche durante questa emergenza

«Sì, siamo usciti con tre campagne, con il patrocinio di Pubblicità Progresso, sull’ambito della violenza domestica. Ci siamo occupati  anche della scuola a distanza con #ScuolaACasa e dell’educazione finanziaria con #EdufinAcasa. Su questi argomenti abbiamo deciso di contribuire con i nostri contenuti a Redooc.com, una piattaforma di didattica digitale innovativa dedicata alle materie scientifiche (Stem). Le nostre iniziative sono coerenti con il nostro impegno come Fondazione volto a promuovere una cultura di cittadinanza economica tra studenti meno abbienti, famiglie e risparmiatori, sostenendo i Global goal dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Il nostro sforzo continuerà fattivamente con altre iniziative digitali per la cittadinanza anche in questo momento di crisi emergenziale».

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