Usd, il porto anti-Brexit

Il posizionamento difensivo più attraente rimane di mantenere un’esposizione al Usd L’analisi di Dario Angelino, analista macroeconomico, wealth management di Bim

Nell’ultima settimana il rischio Brexit ha di gran lunga dominato l’andamento dei mercati finanziari, con ampie oscillazioni di tutte le asset class, rischiose e non rischiose, sulla base dell’andamento dei sondaggi sull’esito del referendum del 23 giugno. Con il fronte dell’uscita dall’Unione Europea che sembrava guadagnare vigore nei sondaggi, all’apice dell’avversione al rischio, nella giornata di giovedì i mercati finanziari avevano probabilmente rimosso la preferenza per il voto a favore dell’adesione all’Unione Europea ed avevano prezzato una probabilità di 50% per l’adesione e 50% per l’uscita. Questo si è riflesso nella rapida svalutazione della sterlina ed, in parte, dell’Euro contro Usd, nella sottoperformance delle Borse europee e del comparto finanziario nel mercato del credito corporate e nell’allargamento degli spread dei titoli di Stato dei Paesi periferici europei rispetto al Bund, il cui rendimento decennale è sceso per la prima volta in territorio negativo. La notizia della sospensione della campagna referendaria dopo l’assassinio della deputata Jo Cox da parte di un estremista di destra ha rappresentato il punto di svolta, scatenando un rally di sollievo dei mercati rischiosi sull’aspettativa che la reazione emotiva avrebbe sostenuto nuovamente il fronte dell’adesione all’Unione Europea.

Con tutta l’attenzione sulla Brexit, gli altri eventi della settimana sono passati in secondo piano, nonostante siano cruciali per lo scenario macroeconomico e dei mercati del resto dell’anno. In primo luogo la riunione della Federal Reserve ha sorpreso i mercati per la linea di politica monetaria più accomodante del previsto emersa dal comunicato e dalle previsioni macroeconomiche. La Fed ha confermato la sua visione positiva sulla spesa per consumi ma ha riconosciuto che la sorpresa negativa sulla creazione di nuovi posti di lavoro in maggio getta un’ombra sul mercato del lavoro, la cui forza e resilienza agli shock era finora stata una delle caratteristiche dell’economia Usa. Inoltre vi sono state significative variazioni nei “dot”, le stime sull’andamento futuro dei tassi dei membri del comitato della Fed: anche se per il resto del 2016 continuano ad essere in media previsti due rialzi di 25 bp, il numero di coloro che ne attende solo più uno è salito da 1 in marzo a 6 ed include quasi sicuramente la leadership della Fed (Yellen, Dudley e/o Fisher). Anche se la possibilità di un rialzo dei tassi in luglio non è esclusa, qualora il rischio Brexit fosse superato positivamente e la creazione di nuovi posti di lavoro recuperasse la debolezza recente, la probabilità che la Fed riesca a procedere con almeno due rialzi dei tassi nel resto del 2016 è ora nettamente più bassa.

La Brexit inoltre non è l’unico rischio politico in Europa. Le elezioni spagnole del 26 giugno produrranno probabilmente un altro Parlamento incapace di esprimere una maggioranza di Governo; un Governo di minoranza di centro-destra appare l’ipotesi più probabile, ma la formazione di una maggioranza di sinistra che includa i partiti anti-sistema come Podemos rimane possibile. Le elezioni amministrative in Italia rappresentano una sconfitta per la maggioranza di Governo e mettono in discussione l’esito del referendum costituzionale di fine anno, che può avere effetti negativi sul Governo. Qualora il Governo Renzi dovesse cadere prima della scadenza naturale del 2018, la probabilità che dalle nuove elezioni non emerga una maggioranza chiara o emerga un Governo non “market-friendly” non sarebbe più trascurabile.

Gli ultimi sondaggi elaborati dopo l’attentato sembrano confermare l’interpretazione degli investitori (insieme al fatto che in altri referendum analoghi nel passato c’è stata una predisposizione degli indecisi a votare per il mantenimento dello status quo), ma i due fronti rimangono troppo vicini per prevedere il risultato con una certa sicurezza ed i mercati finanziari rimangono vulnerabili ad un esito sfavorevole delle urne, soprattutto ora che sono tornati a prezzare più decisamente la vittoria della permanenza nell’Unione Europea. In questo contesto, il posizionamento più attraente rimane di mantenere un’esposizione al Usd e di ridurre l’esposizione sui titoli di Stato dei Paesi periferici europei.

Per quanto riguarda il Usd, infatti, mentre la vittoria della Brexit sarebbe certamente positiva per la divisa USA (non fosse che per i flussi di capitale in fuga verso asset più sicuri), anche in caso di vittoria dell’adesione lo scenario non sarebbe completamente negativo: rimuovendo uno dei rischi principali per i mercati e l’economia globale, gli investitori potrebbero tornare a prezzare una maggiore probabilità di rialzo dei tassi. Lo spread dei Paesi perferici europei è cresciuto nelle ultime settimane ma, considerando anche i rischi politici persistenti nell’Eurozona (che in molti casi, come per l’Italia, non sembrano pienamente apprezzati dagli investitori), il suo potenziale di restringimento in caso di vittoria della permanenza sembra molto più ridotto rispetto a quello di allargamento in caso di Brexit o qualche altro shock geopolitico europeo.

Rocki Gialanella
Laurea in Economia internazionale presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’. Ho abbracciato il progetto FondiOnline.it nel 2001 e da allora mi sono dedicato allo sviluppo/raggiungimento del target che ci eravamo prefissati: dare vita a un’offerta informativa economico-finanziaria dal linguaggio semplice e diretto e dai contenuti liberi e indipendenti. La storia continua con FONDI&SICAV.
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