Utopia

Non solo il rischio Grexit ma anche la possibile uscita della Gran Bretagna da Unione Europea. La linea d’Ombra riflessioni di strategia di Aletti Gestielle

Il 17 marzo del 1891 a Gibilterra si inabissò in un terribile naufragio, all’interno del porto, il piroscafo britannico Utopia, salpato da Napoli alla volta di New York, col suo carico di emigranti dell’Italia meridionale. La nave Utopia, un piroscafo di proprietà inglese, era partito da Trieste, fatto scalo a Palermo e poi a Napoli, dove aveva imbarcato la maggior parte dei passeggeri. Da lì aveva iniziato la rotta verso gli Stati Uniti ma, superata Punta Europa, giunse davanti alla Baia di Gibilterra nel bel mezzo di una terribile burrasca e nel tentativo di entrare in porto, alla ricerca di riparo, speronò la corazzata Anson, che si trovava nella rada. Colò a picco in pochi minuti. Degli 813 emigranti, quasi tutti italiani con il biglietto di terza classe, 3 passeggeri di prima classe, 3 clandestini e 59 membri dell’equipaggio, si salvarono solo 300 persone.

Il naufragio dell’Utopia è una sciagura che è stata dimenticata e di cui si sa molto poco. I suoi passeggeri erano dei poveri contadini che lasciavano il loro paese alla ricerca del sogno americano. Portavano con sè una valigia di cartone che riusciva a contenere i loro pochi averi, pronti ad affrontare un viaggio pericoloso verso un futuro incerto. Le emigrazioni non cessarono: erano la conseguenza di disequilibri nella crescita economica di differenti aree, erano un grande business per le compagnie marittime e una speranza per chi non riusciva più a coltivarla a casa propria. Il destino non fu però per loro meno pietoso rispetto a quanto le cronache ci raccontano in questi giorni, con le tragedie del mare che stanno diventando sempre più frequenti e flussi migratori sempre più consistenti di rifugiati politici, profughi o semplici disperati alla ricerca di una nuova America. Ma l’Utopia non fu l’unico incidente marittimo a cavallo tra il XIX e il XX secolo, così come diverse furono le storie tragiche di migranti: allora i naufraghi erano gli italiani.

Sono storie del passato, avvenute in un contesto completamente diverso da quello odierno, ma che si ritrovano nell’attualità con ondate di uomini, donne e bambini che cercano, nel vecchio continente, quello che gli uomini del secolo scorso speravano di trovare oltre l’Atlantico: un’altra possibilità che oggi è diventata anche la pura e semplice sopravvivenza.

Ma l’Europa di oggi, nella mancanza di un progetto pienamente condiviso, risponde loro in maniera schizofrenica, più impegnata a gestire un vuoto politico che a sforzarsi di riempirlo. E così facendo mostra, ancora una volta, la fragilità del vecchio continente

Le ultime settimane raccontano le difficoltà dell’Europa e gli stress cui l’Unione è sottoposta e la lista è corposa.

In cima all’elenco c’è la Grecia e l’epilogo non ancora scritto di una vicenda mal gestita. Il 26 maggio il Ministro delle finanze Varoufakis ha dichiarato che il Paese pagherà la prima rata da 312 milioni di euro al FMI, annunciando una tassa sulle transazioni bancarie e una sanatoria sui depositi occulti all’estero. Lo stesso Ministro ha, inoltre, dichiarato che entro il 5 giugno sarà raggiunto un accordo con i creditori. Le aspettative che questo accada potrebbero però essere disattese, come nel recente passato e aprire scenari che, oltre a creare tensione sui mercati, sarebbero il segno tangibile di un fallimento politico. La presenza della BCE ed il programma di QE, insieme ad una serie di misure approntate negli anni dopo la crisi, darebbero a Bruxelles e a Francoforte ampi strumenti per contenere gli effetti collaterali di un possibile “default” della Grecia, ma sarebbe comunque un fallimento. Così come sarebbe foriero di crisi future raggiungere un accordo tra Grecia e creditori a condizioni simili a quello firmato in precedenza: è impossibile pensare che la nazione riesca a generare nel 2016 un surplus primario del 4,5%.

Ma non c’è solo il rischio “Grexit” che minaccia l’Unione monetaria e, nel senso più lato, l’Unione europea.

All’indomani del confronto elettorale britannico, che ha visto la vittoria dei conservatori, un’altra possibilità di “uscita”, questa volta dall’Unione, è diventato tema di discussione: quella della Gran Bretagna. La possibilità di indire un referendum nel 2017 per sancire l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea era stato uno dei temi della campagna elettorale appena conclusasi, anche se di Europa, forse, non se ne è propriamente dibattuto. Negli ultimi giorni il tema è ritornato alla ribalta della cronaca dopo che il primo ministro David Cameron è stato in visita a Brussels per rinegoziare i termini di adesione all’Unione del proprio Paese. Pare che Cameron sia stato ignorato da Francia e Germania nella richiesta di rivedere i termini del trattato di Lisbona e che le sue istanze siano state considerate inopportune dai leader europei. Ma il Primo ministro, probabilmente, non ha fatto altro che riproporre il solito atteggiamento ambivalente che la Gran Bretagna ha sempre avuto nei confronti dell’Unione. Come ricorda Gideon Rachman sul Financial Times (26 maggio), il dibattito sui rapporti tra Gran Bretagna ed Europa sono iniziati circa trecento anni fa, quando Sir Robert Walpole, esponente dei Whig, sosteneva che il proprio Paese avrebbe dovuto giocare un ruolo maggiore in Europa e gli esponenti Tory gli ribattevano che bisognava, invece, puntare ai rapporti commerciali d’oltremare. Lo stesso Wiston Churchill una volta disse a Charles de Gaulle che se la Gran Bretagna si fosse trovata a scegliere tra l’Europa e “la grand large”, avrebbe scelto quest’ultima, perché il Regno Unito avrebbe sempre guardato oltre l’Europa. David Cameron è un Tory e, in quanto tale, è l’erede di questa tradizione.

Non solo. Sempre negli ultimi giorni è emerso sulla stampa che la Bank of England (BoE) starebbe studiando le implicazioni di una possibile uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. L’Istituto centrale ha confermato la notizia, sottolineando come rientri nelle sue responsabilità ponderare gli effetti legati ad una eventuale uscita dalla Gran Bretagna dall’Unione, visto che sull’argomento è stato indetto un referendum nazionale. Lo stesso era avvenuto per il referendum scozzese.

È forse prematuro discutere su quale sarà il risultato del referendum, ma sarà una lunga campagna che occuperà le pagine dei giornali per quasi due anni. I sondaggi oggi vedono il 60% della popolazione contraria e il rimanente 40% favorevole al “Brexit”, cioè all’uscita dall’Unione della Gran Bretagna. La sensazione è che si tratti di una partita che il Governo inglese dovrà giocare sia sul terreno europeo sia sul terreno domestico: da un lato mantenere la propria “identità” storica e dall’altro contrastare l’ascesa di forze politiche, quali lo UKIP”; che ha fatto dell’anti-europeismo uno dei suoi cavalli di battaglia.

Quali siano gli eventuali benefici di un’uscita dall’Unione per i cittadini inglesi è argomento ancora da discernere perché, sulla carta, in base a quanto stabilito dai trattati, non emergono vantaggi visibili. E anche in questo caso, come per il Grexit, una “exit policy” non è stata ancora scritta.

Le pressioni sull’Unione europea e le sue politiche sono in aumento anche dopo le elezioni tenutesi in Polonia e in Spagna la terza settimana di maggio.

In Spagna, le recenti elezioni amministrative, sono state un banco di prova importante per i maggiori partiti del Paese in vista delle politiche che si terranno a fine anno. Nei comuni coinvolti hanno segnato la fine del bipartitismo popolari-socialisti, e si sono tradotte in una sconfitta pesante per il premier Mariano Rajoy, per il suo partito, al centro di diversi scandali, e per le politiche di austerità che hanno riportato il PIL a crescere, ma con dei costi sociali molto elevati. Il Partito popolare rimane al primo posto con il 27% ma perde oltre 10 punti rispetto alle precedenti elezioni. Mal
e anche il Partito socialista che perde due punti rispetto al 2011 e scende al 25%.

Chi riporta invece un successo significativo è la formazione anti-austerity Podemos e Ciudadanos.

A Madrid, nonostante la vittoria del candidato del PP, il partito non ha la maggioranza del Consiglio comunale e si troverebbe costretto a cercare nuove alleanze o perdere il controllo della capitale. A Barcellona ha vinto Podemos, con la sua candidata, che ha battuto quello del partito autonomista, ed il partito socialista è precipitato da secondo a quarto partito della città. Podemos, e ancor meno Ciudados, non hanno per il momento la forza politica per potersi imporre alle prossime elezioni politiche, ma hanno creato una rottura che costringerà i partiti storici a cercare un confronto accesso e complicato.

La crisi degli ultimi anni ha giocato un peso non indifferente nel delineare quello che sembrerebbe essere il nuovo quadro politico spagnolo, per il momento nessuna delle nuove forze mette in discussione l’appartenenza all’Eurozona e all’Unione europea, ma chiede sicuramente un cambiamento cui Brussels non può rimanere indifferente.

Anche il risultato delle elezioni polacche, con la vittoria del leader populista Andrzej Duda, ultra conservatore e nazionalista, sorprende gli osservatori esterni. Nonostante l’economia abbia fatto registrare un tasso di crescita del PIL superiore al 3%, i polacchi hanno deciso per un cambiamento e hanno tolto il loro consenso al Partito polare che governava il Paese dal 2007. La prosperità economica raggiunta dalla Polonia non è bastata a diminuire le disuguaglianze sociali, a sopire il malcontento nei confronti di una politica che è percepita come distante e incapace di cogliere le nuove istanze soprattutto delle persone meno integrate e dei giovani, che al primo turno hanno puntato sul cambiamento votando un’ex rockstar (Kukiz) che ha ottenuto il 20% delle preferenze.

Venti di instabilità, quindi, quelli che soffiano sull’Europa e che rivelano la necessità di trovare un nuovo equilibrio.

Per il momento, purtroppo, l’unica voce e l’unico istituto che fattivamente richiama i singoli Paesi dell’area euro a superare i particolarismi nazionali e a cedere parte della propria sovranità per condividerla con altri nello sforzo comune di riformare le proprie economie, è la Banca Centrale Europea. In un recente convegno, Mario Draghi ha spinto i governi a non sprecare il tempo che è stato loro concesso dal programma di QE dalla BCE. Il richiamo è avvenuto per spingere all’azione i Paesi indebitati, in un contesto economico in cui la ripresa rimane contenuta, gli investimenti bassi e il problema della disoccupazione non è di immediata risoluzione.

Alla riunione annuale della BCE, tenutasi a Sintra, rispondendo alle critiche di chi lo aveva accusato di essere troppo politicizzato, Draghi ha ribadito come le prospettive di crescita siano state gravemente danneggiate dalla resistenza degli Stati di portare avanti le riforme. Sempre Draghi ha rivendicato come sia responsabilità della Banca Centrale commentare se l’inadempienza di un Esecutivo su questo tema fosse la causa delle divergenze createsi sia in termini di crescita sia di occupazione nell’area euro, minando l’esistenza stessa della valuta comune.

La difesa di Draghi del ruolo della Banca Centrale è venuta dopo che un accademico della London School of Economics, il professor Paul De Grauwe, aveva messo in discussione il richiamo del Governatore alle riforme strutturali. De Grauwe aveva infatti affermato che le Banche centrali non dovrebbero spingere i governi a intraprendere misure che potrebbero esporre i responsabili della politica monetaria a critiche sulla loro indipendenza nel decidere in materia di tassi di interesse.

Il governatore Draghi ha ricordato che le Banche centrali hanno una lunga tradizione nel commentare l’operato dei Governi. Avevano fatto bene ad intervenire negli anni ’70 contro l’indicizzazione dei salari e sugli eccessi fiscali nei decenni precedenti, così come avevano sbagliato a tacere sui rischi insiti nella deregolamentazione del sistema finanziario.

La discussione sul tema è complessa, e non è qui intenzione approfondirla ulteriormente ma rimane un punto di riflessione, soprattutto in un contesto, quello europeo, dove agiscono più forze centripete.

Per i mercati finanziari una Banca centrale attenta alle scelte della politica dei Governi è stata e rimane una garanzia importante, sempre di più dopo lo scoppio della crisi finanziaria. Gli Istituti centrali hanno stabilizzato i mercati, hanno fornito liquidità necessaria a far rientrare i momenti di tensione e hanno soprattutto, come già detto dal governatore Draghi, comprato tempo perché si approntassero delle misure di più lungo periodo per incidere sul tessuto economico. Hanno creato le condizioni perché i corsi dei titoli finanziari si muovesse al rialzo.

Oggi in Europa si palesano segnali di ripresa e indicazioni incoraggianti per quello che potrebbe essere un cammino più stabile, con indicatori macro in miglioramento. Gli stessi utili delle aziende sembrano battere le stime iniziali (il campione non è ancora completo) sia a livello di ricavi sia di utili. Le attese di crescita per l’anno in corso sono di profitti netti in salita per le aziende europee del 3-4% e per quelle appartenenti all’area euro dell’11%. É interessante sottolineare come la revisione degli utili sia tornata ad essere positiva dopo circa due anni e, tra i fattori di crescita, emergano timidi segnali di risveglio della domanda interna. Tutti fattori positivi, che non devono però far dimenticare quello che sta avvenendo intorno ai mercati: un’Europa meno coesa, un malcontento sociale in crescita che mette in discussione le politiche di Eurozona, un mondo di disequilibri in aumento dove, la mancanza di una coesione e visione politica rischia di far aumentare e crescere le diseguaglianze.