Valute, a chi tocchera’ dopo la Svizzera?

Commento sui cambi di Kevin Zaho, gestore del fondo UBS Currency Diversifier

In seguito alla decisione della Banca Nazionale Svizzera di rimuovere il tasso di cambio fisso rispetto all’euro, molti si chiedono se altri Paesi potrebbero modificare il loro regime di cambio con l’euro o con il dollaro.
Circolano i nomi di Danimarca, Cina, Svezia, Norvegia e trovo importante fare un po’ di chiarezza. Tra i Paesi citati solo la Danimarca adotta un cambio quasi-fisso, in base al meccanismo ERM II. Credo che la Banca centrale danese sia determinata a continuare la sua politica monetaria basata sul corridoio del tasso cambio con l’euro. Il sistema di cambio danese è simile a quello svizzero, tuttavia la Danimarca non ha gli enormi avanzi della bilancia di pagamenti della Svizzera, né lo status di “Paese rifugio”, perciò pensiamo che per la Banca centrale danese dovrebbe essere molto più facile difendere il corridoio del tasso di cambio verso l’euro.
Svezia e Norvegia seguono un sistema di cambi variabili e hanno il controllo dell’inflazione come primo obiettivo della loro politica monetaria.
La Cina adotta per il cambio con il dollaro statunitense un sistema a fluttuazione controllata”; avendo mantenuto misure di controllo dei capitali, dovrebbe essere in grado di controllare il ritmo di aggiustamento del renminbi nel breve periodo, almeno fino a quando la Banca centrale consentirà alla moneta di adattarsi alla bilancia dei pagamenti e ai cambiamenti della produttività relativa tra i due Stati nel medio lungo termine. Ad esempio, se il dollaro si dovesse deprezzare significativamente e l’inflazione in Cina dovesse essere alta, Pechino permetterà un veloce apprezzamento del renminbi, in modo da allentare la pressione dell’inflazione.
D’altra parte, se il dollaro si dovesse apprezzare in modo significativo rispetto ai principali partner commerciali della Cina e l’inflazione interna fosse molto bassa, come per esempio in questo momento, il Paese asiatico non permetterebbe un apprezzamento della propria valuta e potrebbe persino tollerare un moderato deprezzamento rispetto al biglietto verde.
È importante tenere presente che le difficoltà per ottenere un sistema di cambi fissi di successo (sia con il dollaro che con l’euro) sono molte, a nostro avviso qualsiasi Paese che consideri un sistema di cambio fisso o semi-fisso dovrebbe bene prendere in considerazione tutti i fattori.
La maggior parte dei Paesi non ha la flessibilità del sistema politico, economico e sociale necessaria per consentire importanti aggiustamenti nell’economia reale, tali da rendere un sistema di cambio fisso o un peg valutario un successo nel lungo termine.
Un esempio positivo è quello della valuta di Hong Kong rispetto al dollaro americano. Hong Kong ha un mercato del lavoro molto flessibile, che consente aggiustamenti nell’economia reale senza nessun cambiamento al peg del cambio HKD/USD. Vero è anche che le autorità monetarie del Paese detengono un ammontare di dollari statunitensi sufficiente a sostenere la quantità di HKD in circolazione.
Senza dubbio, la mancanza di flessibilità del mercato del lavoro e l’economia reale sono stati i fattori principali che hanno causato il crollo di altri sistemi di cambio fisso, come per esempio è accaduto per il peso argentino, per lo European Exchange Rate Mechanism (ERM) danese e per il cambio euro/franco svizzero.