a cura di Antonella Ferrara
Antonio Longo e Corrado Del Verme, sono nati nel Cilento. Amici fin da adolescenti, dopo avere studiato a Roma, hanno fatto scelte autonome.
Geologo il primo, manager il secondo, si sono rincontrati nuovamente nel Cilento dopo avere vissuto esperienze professionali molto diverse tra loro, (diversi essi stessi, sia per formazione, sia per carattere), che sarebbero poi diventate la loro forza creativa e imprenditoriale. Dal loro nuovo e maturo confronto umano e supportati dalla storica amicizia e dal nuovo entusiasmo, nel 2000 si sono ritrovati per condividere un sogno: dare vita alla Santomiele.
È l’avventura di due giovani che, partendo da un garage di 45 metri quadrati, dopo avere investito appena 5 milioni di vecchie lire, e soprattutto scommettendo sulla fantasia e sulla volontà di creare qualcosa di nuovo, hanno inseguito un sogno allo stesso tempo semplice e rivoluzionario: riprendere l’attività del nonno di Antonio agli inizi del ‘900, ma rileggendola in chiave contemporanea.
Qual è stata l’idea che ha fatto partire tutto?
«L’idea è stata trasformare il fico, prodotto da sempre considerato povero, mirando all’eccellenza. La materia prima impiegata è il fico con la denominazione “terroir del Cilento”, di cui controlliamo l’intera filiera di produzione, dalla potatura delle piante all’essiccazione del frutto. La selezione dei fichi è rigorosa, così come la loro essicazione al sole e la loro accurata lavorazione a mano. Abbiamo rivoluzionato il modo di lavorare e trasformare i fichi, imponendo una filosofia e un marchio a livello internazionale».
In che cosa consiste quella che voi definite una rivoluzione?
«Partiamo da qualche numero. Nel 1950 l’Italia meridionale produceva circa 45 mila tonnellate di fico. Nel 1990 la produzione era scesa del 95% circa e la frutta secca sui mercati proveniva quasi esclusivamente da paesi come la Turchia e l’Egitto, dove si prestava molta meno attenzione, sia all’igiene, sia all’immagine. In Cilento la coltivazione era ridotta quasi esclusivamente a uso familiare. La Santomiele è riuscita nella grande sfida di fare comprendere ai contadini del territorio che il fico poteva essere rivalorizzato e poteva diventare un’enorme nuova opportunità. Oggi la Santomiele può contare su 60 aziende locali affiliate che creano valore».
Può descrivere il vostro headquarter che attira visitatori da tutto il mondo?
«Nel 2009 acquistammo un vecchio frantoio del ‘700 nel borgo antico di Prignano Cilento, che, dopo accurati e lunghi lavori di restauro, siamo riusciti a trasformare in un luogo speciale, fortemente evocativo, rendendolo sede ufficiale e laboratorio al tempo stesso, nel quale design e cultura del cibo si fondono magistralmente e dove la bellezza del territorio si esprime in un linguaggio culturalmente stratificato. All’interno una mostra fotografica permanente che parla di arte e bellezza; all’esterno terrazze degradanti verso il paesaggio collinare del Cilento diventano luoghi perfetti per la meditazione e per apprendere le tecniche del “fatto a mano”. Abbiamo scelto maestri artigiani che lavorano i fichi con maestria, accuratezza e antica sapienza e ciascuno svolge la lavorazione del frutto al proprio banco per una produzione limitata, rispettando una tradizione che si declina nella fattura artigianale e nel rispetto del passato. Volevamo reinventare il fico e ci siamo riusciti creando prodotti sempre nuovi che ci hanno fatto arrivare, tra le altre, sulla tavola dei reali d’Inghilterra. La Pigna Santomiele è diventata un cult! Una torta di 600 grammi, di cui vengono scolpite solo 500 cupole all’anno; sono lamelle di fichi essiccati, legate con cioccolato extra fondente e arricchite con mandorle di Giffoni e pinoli».
Avete ricevuto anche premi importanti…
«Ci sono stati assegnati numerosi riconoscimenti per l’approccio innovativo di fare impresa. Nel 2011, abbiamo ricevuto dalla Stampa estera il premio come migliore prodotto italiano dell’anno con la seguente motivazione: “Per i corrispondenti esteri non è facile trovare argomenti, al di fuori della politica, per potere scrivere dell’Italia. I fichi Santomiele hanno commosso i giornalisti stranieri, che non si aspettavano che da una materia prima così umile, ma piena di dignità, si potessero ricavare dei prodotti raffinati e di alta qualità. Ed è questa la semplice ragione per cui l’Azienda Santomiele ha avuto il nostro premio per la produzione 2011”. Nel 2012, siamo stati i primi classificati come migliori fichi dal Gambero Rosso. Nel 2017, abbiamo avuto il Premio Pio Alferano. La motivazione: “Il premio a Santomiele è il premio alla bellezza della natura. La migliore e più ampia tradizione e la più efficace tecnologia rendono Santomiele un santuario del gusto, un equivalente, nella cura e nella presentazione, della raffinatezza editoriale”. Infine nel 2018 la nostra azienda è stata candidata all’Onu a New York per rappresentare l’Europa alla giornata dedicata alle piccole e medie imprese. Con il nostro modello di azienda sostenibile, siamo riusciti a gettare le fondamenta sulla valorizzazione delle risorse umane e dei prodotti locali, obiettivi dell’agenza 2030 lanciata dalle Nazioni Unite e culminata nell’adozione di una risoluzione Onu approvata dall’Assemblea generale nell’aprile 2017».
Quale impatto ha avuto sui giovani del territorio la vostra mission?
«Abbiamo sempre creduto fortemente nella necessità di educare le nuove generazioni all’importanza della tutela del territorio. La nostra rivoluzione è stata compresa negli anni come una grande opportunità per i giovani che hanno investito con noi insieme alle loro famiglie. Da sempre investiamo per fare progredire tecniche e processi senza dimenticare il valore e la validità delle pratiche. Fare impresa senza conoscenza è impossibile e, quindi, la formazione è indispensabile. Serve ora sempre di più la sinergia tra aziende, istituzioni e territorio per non disperdere ciò che si è culturalmente creato intorno a noi. Vogliamo sempre più entrare nelle scuole e raccontare l’importanza della produzione etica del fico. Vogliamo sempre più trasferire ai giovani del nostro territorio la nostra curiosità, la nostra passione e la nostra determinazione. Solo così possiamo sperare in una nuova generazione di imprenditori che rispettano la natura, la bellezza e l’etica della produzione».
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Redazione
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