La differenza tra il Treasury a dieci e due anni è diventata nettamente negativa. Il commento di Paolo Zanghieri, Senior Economist di Generali Investments
Le speranze che l’inflazione statunitense abbia raggiunto il picco sono state alimentate la scorsa settimana dai nuovi dati sugli affitti e sui prezzi alla produzione. Gli affitti (reali e imputati) rappresentano sino al 40% dell’inflazione core e sono la radice principale della sua forza attuale. I nuovi affitti di ottobre hanno registrato un calo dopo due anni di crescita ininterrotta.
Considerando il modo in cui è calcolato l’Indice dei Prezzi alla Consumo (CPI in inglese), il ritmo più lento della crescita degli affitti si manifesterà in modo significativo all’inizio del 2023.
Anche l’inflazione dei prezzi alla produzione è diminuita per il quarto mese consecutivo, scendendo significativamente di 0,5 punti percentuali all’8,0% su base annua. Ciò è il riflesso del graduale allentamento dei colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento globali.
Con qualche rassicurazione sul lato dell’inflazione, l’attenzione si rivolgerà sempre più ai rischi per la crescita: la differenza tra il Treasury a dieci e due anni è diventata nettamente negativa, raggiungendo mercoledì il valore di -68 punti base, un livello visto l’ultima volta solo prima del crollo delle dot com nel 2000.
L’aumento dei tassi di interesse e l’indebolimento della domanda globale stanno danneggiando soprattutto il settore manifatturiero: la prossima settimana i dati sugli ordini durevoli potrebbero segnalare un ulteriore rallentamento dell’attività. E l’indagine S&P PMI rivelerà probabilmente uno stato d’animo inasprito. Indicando forse una contrazione dell’attività manifatturiera nei prossimi mesi.
Neppure questo, insieme alle oscillazioni nei mercati finanziari, fermerà la Fed da ulteriori rialzi, poiché l’inflazione rimane troppo alta. Prevediamo un ulteriore inasprimento di 100 punti base della politica monetaria, tra la riunione di dicembre e quella di marzo.
Redazione
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