a cura di Mark William Lowe
In termini di crescita economica e riduzione della povertà, la Malesia ha compiuto progressi impressionanti negli ultimi decenni ed è attualmente pronta a passare allo status di nazione ad alto reddito, un obiettivo che Kuala Lumpur spera di raggiungere tra il 2028 e il 2030. La Banca Mondiale divide le diverse economie in quattro gruppi di reddito: basso, medio-basso, medio-alto e alto. Nel 1992, la Malaysia è passata dalla categoria di medio-basso a quella medio-alto, dove si trova attualmente. L’Istituzione internazionale considera economie medio-alte quelle con un reddito nazionale lordo (Gni- gross national income) pro capite compreso tra 4.516 e 14.005 dollari.
Traiettoria positiva
Nonostante una serie di battute d’arresto nell’ultimo decennio, la Malesia sembra oggi sulla traiettoria positiva per raggiungere lo status di alto reddito. Secondo la Banca centrale, nel 2024 l’economia è salita più rapidamente del previsto, grazie alla forte domanda interna e alla ripresa delle esportazioni. In linea con le previsioni del governo, la crescita annuale alla fine del 2024 è stata del 5,1%, superando le stime iniziali del 4,8%, ma inferiore all’auspicato 5,4%. Il miglioramento nel 2023 è stato invece del 3,6%. Le previsioni del governo per il 2025 stimano, in linea con la Banca centrale, un aumento tra il 4,5% e il 5,5%. Se la Malesia mantenesse questo livello di crescita economica e aumentasse il Gni pro capite fino a superare la soglia di 14.005 dollari, il Paese dovrebbe essere in grado di passare alla categoria ad alto reddito entro la data fissata da Kuala Lumpur.
Tuttavia, sebbene la nazione abbia ridotto la povertà e migliorato drasticamente gli standard di vita, un recente rapporto congiunto della Banca Mondiale e del Ministero dell’economia malese ha evidenziato l’importanza di affrontare gli elevati livelli di disuguaglianza sociale. I dati più recenti, disponibili sulla Piattaforma povertà e disuguaglianza della Banca Mondiale, danno alla Malesia un punteggio di 40,7 sull’indice Gini, un notevole miglioramento rispetto al 49,1 registrato nel 1997. Questo indicatore è stato sviluppato nel 1912 dallo statistico e sociologo italiano Corrado Gini: il valore 0 rappresenta la perfetta uguaglianza, mentre 100 implica la massima disuguaglianza.
due temi prioritari
Nel loro rapporto congiunto, la Banca Mondiale e il Ministero dell’economia malese hanno identificato due temi prioritari per garantire che la prosperità economica sia condivisa da tutti: rafforzare l’accesso a un’istruzione di qualità e alle opportunità di lavoro. In entrambi i casi l’Istituzione internazionale è fiduciosa che la Malesia sarà in grado di raggiungere i risultati necessari e, di conseguenza, aumentare le opportunità di lavoro e ridurre i livelli di disparità. Secondo i commenti rilasciati alla stampa dopo la recente presentazione del rapporto congiunto, Zafer Mustafaoğlu, direttore della Banca Mondiale per Filippine, Malesia e Brunei, ha affermato: «La Malesia ha già fatto molto bene in termini di crescita economica e riduzione della povertà. Ora c’è l’opportunità di rendere l’economia più inclusiva per raggiungere gli obiettivi di sviluppo economico e umano».
Un impegno per innovare
Sebbene la Malesia disponga di invidiabili riserve di bauxite, alluminio, rame, gas, oro, legni massicci, ferro, mercurio, olio di palma, stagno e altre materie prime industriali, si tratta pur sempre di risorse limitate; ed è una considerazione che non è sfuggita al governo malese. Con l’obiettivo comune di sviluppare e diversificare l’economia, Kuala Lumpur sta incoraggiando investimenti sempre maggiori nel settore digitale. La Malaysia Technology Expo (Mte), tenutasi nella capitale lo scorso febbraio, è stata promossa come il principale evento asiatico dedicato alla tecnologia e all’innovazione. Gli organizzatori e i sostenitori hanno lanciato la mostra come un «hub dinamico nel quale le idee convergono con le applicazioni pratiche», un’affermazione che ha attirato un numero record di partecipanti, tra cui parecchi leader industriali, innovatori e investitori stranieri. L’evento ha evidenziato una serie di tendenze emergenti nell’ecosistema tecnologico malese e, in particolare, l’obiettivo di espandere gli investimenti nella costruzione di data centre, un settore in cui sono già stati effettuati notevoli investimenti e che il governo considera prioritario.
Come dimostra l’attuale situazione, in cui solo una piccola parte della capacità dei data centre malesi è effettivamente destinata agli utenti locali, il settore promuove anche un’altra priorità del governo: consentire un impegno globale più ampio e favorire le collaborazioni transfrontaliere. Attraverso una complessa rete di cavi sottomarini, la Malesia è in grado di soddisfare le esigenze di aziende e utenti dell’Asia orientale, della Cina e dell’Europa. Attualmente, la maggior parte dei centri dati è controllata e gestita da aziende straniere come le americane Equinix e Microsoft e la società cinese Gds Holdings, che supporta clienti come Alibaba.
Tanta necessità di energia
Sebbene la logica di trarre vantaggio da una domanda sempre crescente di data centre, soprattutto nel contesto del previsto boom dell’uso dell’intelligenza artificiale, abbia una valida motivazione, c’è una serie di considerazioni importanti da aggiungere. I centri di calcolo si basano sulla capacità di trasmettere dati e, quindi, richiedono notevoli investimenti in tecnologie di comunicazione, come i già citati cavi sottomarini. Un’altra considerazione riguarda il fatto che i data centre non sono ad alta intensità di manodopera, mentre il governo spera che possano modernizzare l’economia malese e creare direttamente e indirettamente migliaia di posti di lavoro ben retribuiti. la realtà è che la tecnologia necessaria viene costruita altrove e la maggior parte dei data centre offre solo 30-50 posti di lavoro permanenti, mentre quelli più grandi ne creano al massimo 200. Inoltre, consumano risorse: gli edifici, grandi e privi di finestre, sono pieni di rack di computer che richiedono enormi quantità di elettricità. Le alte temperature generate da questi macchinari devono essere contrastate da sistemi di condizionamento ad alta intensità energetica che richiedono grandi quantità di acqua.
Se gli obiettivi attuali saranno rispettati, entro il 2035 la domanda di energia di questi centri in Malesia potrebbe raggiungere i 5 gigawatt, una quantità sorprendente che equivale alla produzione di cinque reattori nucleari o di 9.500 milioni di pannelli fotovoltaici. Ciò nonostante, nella prima metà del 2024, il Paese è stato il mercato dei data centre in più rapida crescita nell’area Asia-Pacifico e, tenendo conto dei progetti in corso, è il quinto in ordine di grandezza dopo Cina, India, Giappone e Australia.
Conclusioni
I progressi e le strategie della Malesia per affrontare lo sviluppo economico e l’uguaglianza sociale sono da lodare. Iniziative come il Digital Investment Office, istituito dalla Malaysian Investment Development Authority e dalla Malaysia Digital Economy Corporation per sostenere l’ingresso nel mercato degli operatori internazionali agendo da facilitatore tra governo e investitori, sono modelli da seguire per altri paesi. Il sostegno del governo allo sviluppo dei data centre ha posizionato la Malesia come prossimo hub regionale. Tuttavia, oltre a questioni critiche come la capacità di comunicazione e l’enorme carico di risorse, questi centri devono anche tenere in considerazione la geopolitica: perché si trovano in prima linea nella competizione sull’intelligenza artificiale tra Stati Uniti e Cina.
Nell’ambito di una strategia volta a impedire al Dragone e ad altri avversari degli Stati Uniti di accedere alla tecnologia dell’Ai attraverso i centri dati, prima di lasciare l’incarico, il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha proposto di limitare le esportazioni di chip avanzati per l’Ai prodotti da aziende statunitensi. Sebbene non sia ancora chiaro se l’amministrazione Trump attuerà questa politica, sarebbe opportuno che Kuala Lumpur prendesse in considerazione gli scenari peggiori. In particolare, per quanto ben intenzionato, il primo ministro malese Anwar Ibrahim farebbe bene a non irritare il presidente Trump criticando il suo controverso piano su Gaza o continuando a offrire il suo sostegno ad Hamas.
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Redazione
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