InvescoIntervista a Luca Simoncelli, Investment strategist di Invesco

Le piazze finanziarie continuano a essere travolte da un turbinio di notizie che pongono continui quesiti agli investitori. Fondi&Sicav ha chiesto a Luca Simoncelli, investment strategist di Invesco, quale strategia adottare sui mercati.

È finito l’eccezionalismo degli Usa?

«Non direi che sia terminato, ma senz’altro non è più così spiccato come lo era in precedenza. Non sono così pessimista sull’economia americana e, nonostante possa essere facile in questa fase avere un pregiudizio negativo in merito, è ancora presto per dare per scontati i potenziali effetti negativi delle politiche dell’amministrazione Usa. È indubbio, però, che i corsi degli indici di borsa stanno riflettendo un aumento delle probabilità di recessione in america e i flussi di mercato mostrano che si sta assistendo a una maggiore diversificazione degli investimenti. L’interesse nei confronti dell’Europa è un’evidenza di questa inclinazione».

Si aspetta una recessione negli Stati Uniti?

«A oggi, non è questo lo scenario di base, ma quando le probabilità si avvicinano al 50% è inevitabile che le piazze finanziarie ne prendano atto. Per essere più preciso nel rispondere alla domanda, ci sarebbe bisogno di una serie di dati quantitativi pertinenti che rivelino una recessione alle porte. Il cambiamento di strategia dell’amministrazione americana e la riduzione sostanziale, anche se temporanea, delle tariffe reciproche tra Stati Uniti e Cina riducono in maniera sensibile quel rischio di recessione. Gli indicatori macroeconomici posticipatori (lagging indicator), quali il mercato del lavoro, le vendite al dettaglio, la produzione industriale, non incorporano ancora gli effetti negativi della guerra commerciale, anzi, in alcuni casi ci potrebbe essere anche l’effetto inverso».

In che senso?

«Potremmo avere, per esempio, dati sulle vendite al dettaglio o sugli ordinativi più forti per un’anticipazione degli acquisti di beni prima dell’introduzione dei dazi. Siamo in una situazione complicata che, francamente, non è il terreno ideale per formulare delle certezze. Non si può però negare che gli indicatori anticipatori (leading indicator), quali gli indici di fiducia, siano deteriorati in modo rilevante, ma non sono una cartina tornasole per affermare che si sta andando verso una recessione in America».

Il dollaro si è indebolito contro l’euro e i titoli di stato Usa sono andati sotto pressione. Si è dinnanzi a una crisi?

«Innanzitutto, anche se l’eccezionalismo americano ha perso il suo smalto, ciò non significa considerare gli Usa alla stregua di un mercato emergente: c’è attualmente instabilità sulla curva dei rendimenti dei Treasury a lunga scadenza, ma non si è in una situazione che possa preludere a un disastro. Non si può tuttavia ignorare che la piazza finanziaria Us sia stata colpita nelle sue fondamenta e, sia i titoli governativi, sia il dollaro non sono più considerati un bene rifugio. Se questa situazione si protraesse per diverso tempo, creerebbe un inasprimento delle condizioni finanziarie tale da innescare il meccanismo di una potenziale recessione, cui si aggiungerebbero gli effetti negativi della guerra commerciale e una perdita generalizzata di fiducia. Per ora, in attesa che alcune incognite si dissolvano, si è in una condizione in cui sarebbe opportuno avere un atteggiamento di cautela nei confronti degli investimenti negli Usa».

Che si espliciterebbe in quali scelte d’investimento?

«Segmenti difensivi sull’azionario Usa, qualità elevata degli emittenti e, per un investitore in euro, tenendo conto dell’andamento del dollaro, il tutto si tradurrebbe nel privilegiare i mercati europei, un’alternativa che è diventata più interessante. Per quanto riguarda i flussi di capitali, crediamo nel guadagno di credibilità del  Vecchio continente».

È perché le valutazioni sono attrattive o perché l’Europa è meno peggio degli Usa?

«No, questa volta le considerazioni che ci rendono positivi sull’Europa non sono il risultato di un confronto relativo tra le due nazioni, bensì la constatazione di un cambiamento che si manifesta in tre aspetti.  Analizzando la situazione macroeconomica, sono tanti gli elementi che si stanno allineando per una crescita più alta delle attese e vicina ai livelli potenziali. C’è poi un cambiamento di direzione della politica economica, con in testa la Germania; infine le valutazioni sono sicuramente appetibili, anche al netto di una politica monetaria più leggibile. La Bce sembra in una posizione più facile nel prendere delle decisioni rispetto alla Fed. Credo che l’Europa possa diventare un’opportunità d’investimento più sostanziale e in termini assoluti. E poi, come dicevo, c’è da considerare la debolezza del biglietto verde».

A questo proposito, non sembra che l’amministrazione Usa sia molto preoccupata del deprezzamento della propria divisa. Pensa che possa essere una manovra concertata?

«Bisogna prestare molta cautela. Un dollaro più debole può fare comodo, ma non sono così sicuro che ciò valga nel caso che sia il risultato di una crisi di fiducia. Un conto è affrontare alcune difficoltà con la convinzione che la situazione si riassesti tra qualche trimestre, aiutata dalla politica monetaria, ma oggi mi sembra che si stia mettendo a rischio pesantemente l’economia. Se tutto ciò fosse concertato, saremmo di fronte a una manovra mai vista prima. La notizia positiva è che ci sono spiragli di apertura da parte della Casa bianca e la possibilità di iniziare dei negoziati sui dazi. Le tariffe non scompariranno, ma se si trovasse un compromesso a un livello del 10% con la possibilità di esenzione per alcuni prodotti, la situazione potrebbe essere più gestibile a livello globale. Se così non fosse, ci aspettano tre anni e mezzo complessi e, per quanto riguarda le borse, volatili».

C’è il rischio di una recessione globale?

«Per il momento questo rischio è molto più basso, se raffrontato a quello americano, ma c’è sempre la possibilità che si stia sottovalutando l’impatto di uno stop improvviso dello scambio commerciale tra le più grandi economie del mondo. I Pil di Europa, Giappone e Cina, che sono previsti in crescita, costituiscono un buon sostegno per la crescita globale. Innegabilmente, dazi elevati contro il Dragone estenderebbero il loro riflesso negativo sui paesi della regione e anche i piani di stimolo all’attività economica di Pechino dovrebbero essere efficaci nel perseguire il proprio intento. Occorre, infatti, che il capitale sia dispiegato in modo efficiente, non più allocato solo sul lato della produzione, e, soprattutto, che si rafforzi la domanda interna attraverso misure e riforme del welfare e di revisione del mercato del lavoro. Mi rendo conto che, per fare sì che ciò si realizzi, occorrono investimenti e tempo, ma se accadesse, allora la pressione che gli Usa stanno mettendo sulla Cina potrebbe diventare una scintilla per un cambiamento del Paese».

Se traducesse le considerazioni fatte in una strategia d’investimento, come si caratterizzerebbe?

«Una premessa: non siamo in una condizione nella quale è necessario ridurre drasticamente il rischio del portafoglio. Preferiamo gli asset europei in ambito, sia azionario, sia obbligazionario. In merito al reddito fisso, le curve dei rendimenti, Bund in primis, si sono irripidite: finalmente in Europa si è realizzato un contesto che genera carry per l’investitore e sta funzionando come “safe heaven”. Alla luce di ciò, si potrebbe allungare anche la duration di portafoglio (5-7 anni), investendo la liquidità a disposizione. Inoltre, la qualità del credito in Europa è superiore a quella degli Usa e preferiamo l’Ig all’Hy.  Anche la sovraperformance dell’azionario dovrebbe continuare e, sull’onda di questa nostra aspettativa, consigliamo agli investitori di verificare l’effettiva esposizione agli Usa, visto che il peso di questo mercato all’interno degli indici di borsa è ancora elevato».

Ci sono alcuni Paesi che preferite in Europa?

«Non facciamo distinzioni regionali, ma ci concentriamo sui singoli titoli. Comunque, devo rilevare che, in questo contesto, la situazione dell’Italia potenzialmente potrebbe rafforzarsi, sia dal punto di vista degli investimenti, sia per i benefici che la manifattura potrebbe godere dal piano tedesco e da Rearm Europe».

A tale proposito, che cosa vuole dire investire nella difesa?

«Parlare di difesa ai nostri tempi significa identificare un processo che può trovare celermente realizzazione, se non ci si ferma alla produzione dei semplici armamenti tradizionali. Mi riferisco in particolar modo all’ambito tecnologico, alla cybersecurity, ai sistemi di controllo e di comunicazione dove gli investimenti possono essere fatti in tempi rapidi. Inoltre, la linea di contrasto tra difesa e infrastrutture è sempre più labile e mi auguro che siano le seconde a diventare un moltiplicatore della crescita potenziale».

Altre aree di diversificazione di un portafoglio?

«Il Giappone è, insieme a quello europeo, il mercato più interessante. È positivo il giudizio anche sul resto dell’Asia, sebbene ancora non sia chiaro sino a quale punto si spingerà lo scontro tra Usa e Cina. Se si affermassse l’idea che i toni si smorzeranno, allora lo scenario diventerebbe più favorevole, con addirittura il rischio che la Cina sproni troppo la propria economia».

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Pinuccia Parini

Dopo una lunga carriera in ambito finanziario sul lato, sia del sell side, sia del buy side, sono approdata a Fondi&Sicav