di Stephan Fritz, portfolio director multi asset di Flossbach von Storch.

Diversificare il patrimonio per ridurre i rischi nel lungo termine. Probabilmente questo antico principio non è mai stato più valido di oggi. In Ucraina la guerra infuria ancora, così come in Medio Oriente. Una pace rapida appare esclusa in entrambe le regioni. Che cosa succederebbe se la situazione dovesse peggiorare ulteriormente? E se oltre agli Usa entrasse in gioco anche la Cina, il grande rivale per eccellenza? Finora il conflitto tra le due superpotenze si è limitato al piano economico, ossia dazi doganali, che riducono il potenziale di crescita a lungo termine dell’economia globale. La globalizzazione rischia di regredire e la prosperità in molte economie sembra minacciata. E il mondo appare più incerto che mai.

Le crisi ci sono sempre state

Ma è davvero così? Il mondo non appare oggi sempre un po’ più cupo attraverso gli occhi di chi lo osserva? Sì, ammettiamolo: guerre, crisi e conflitti ci sono sempre stati, in ogni epoca, e  sono sempre stati percepiti in modo più intenso dai contemporanei. Eppure, questa volta sembra diverso. Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti, è un esempio che supporta questa tesi. La sua imprevedibilità non è nuova, essendo il suo secondo mandato,  ma questa volta è più marcata e radicale che mai, anche a causa del team che lo circonda. Spesso Trump conclude i suoi discorsi dicendo che nessuno sa cosa stia facendo e,  probabilmente, ha ragione. Ciò che afferma può essere superato il momento successivo, per poi tornare valido subito dopo. La vera domanda è: sa esattamente che cosa sta facendo? Esiste una strategia a lungo termine dietro le sue azioni  o è tutto affidato al caso, ai suoi sbalzi di umore?

Trump, il disruptor

Dopo una brusca, ma breve correzione in aprile, i mercati finanziari sembrano avere accettato l’idea che Trump sia ancora il presidente di Wall Street. Cioè, che valuti ogni sua azione in base all’impatto sui mercati azionari. Se qualcosa fa crollare le borse, si corregge in fretta e tutto torna normale. In effetti, i mercati si sono ripresi molto più rapidamente dallo shock dei dazi di quanto ci aspettassimo. Gli investitori possono dunque fidarsi ancora del presidente pro-Wall Street? Sarebbe meglio di no, almeno non ciecamente. Le imprese hanno bisogno di fiducia e stabilità, due ingredienti che sono difficilmente compatibili con lo stile politico di Trump. I grandi investimenti potrebbero essere rimandati e la crescita indebolita nel tempo. Particolarmente preoccupanti sono gli attacchi continui all’indipendenza della Federal Reserve e del suo presidente Jerome Powell. Trump vuole (e ha bisogno) di tassi d’interesse bassi per finanziare investimenti, tagli fiscali e, in definitiva, per mantenere sostenibili i debiti pubblici degli Usa. I rischi inflazionistici lo preoccupano molto meno. Da questo punto di vista, il presidente americano  ragiona come un investitore immobiliare: i tassi bassi sono buoni, i tassi alti sono cattivi. Ma è davvero così? Non proprio.

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Redazione

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