Entrare oggi nella nuova mostra degli Uffizi è un po’ come aprire una finestra su un mondo in fermento.
Non un mondo lontano, polveroso, chiuso nelle teche di un museo, ma un’epoca viva, che ci riguarda da vicino, perché da lì, dal Settecento, viene molto di ciò che siamo. “Firenze e l’Europa. Arti del Settecento agli Uffizi”, aperta fino a fine novembre nelle sale al piano terreno della Galleria, è un viaggio dentro il secolo dell’Illuminismo, in cui nascono le idee moderne di libertà, uguaglianza, conoscenza. Ma anche un secolo pieno di contraddizioni, di passioni, di bellezza.
Sono oltre 150 le opere esposte, molte delle quali non si vedevano da anni, alcune mai mostrate prima. Pitture, sculture, oggetti preziosi, ritratti che ci guardano negli occhi, vedute mozzafiato e perfino curiosità che fanno sorridere o riflettere. È una mostra pensata non solo per gli studiosi, ma per chiunque voglia lasciarsi sorprendere.
dai Medici, ai Lorena
Il racconto parte dalla fine della dinastia medicea. Le prime sale ci accolgono con i ritratti solenni, quasi malinconici, di Cosimo III e Gian Gastone. Le loro espressioni sono quelle di un tempo che sta per cambiare, in bilico tra fasto e decadenza. L’atmosfera è austera, ma non priva di poesia: l’arte sacra, le allegorie, i simboli del potere parlano un linguaggio che ormai appare familiare, come una vecchia lingua madre. Poi, il cambio di passo: arrivano i Lorena, con il loro spirito pratico, il gusto per la semplicità e la voglia di riforme. I ritratti si fanno più intimi, più umani. Si abbandona la posa rigida per cercare la verità degli sguardi, dei gesti. È qui che incontriamo i grandi protagonisti europei dell’arte settecentesca: Goya, Vigée Le Brun, Mengs, Nattier, con volti che sembrano ancora respirare.
Un museo per tutti
Uno degli elementi più affascinanti di questa mostra è che, oltre a raccontare l’arte del tempo, illustra anche come è nato il museo moderno. E lo fa nel luogo stesso in cui tutto è cominciato. Nel 1737, Anna Maria Luisa de’ Medici, l’ultima della casata, decide di donare l’intero patrimonio artistico di famiglia alla città di Firenze. Ma c’è una condizione: che resti per sempre “per ornamento dello Stato, per utilità del pubblico e per attrazione dei forestieri”. In altre parole: che sia di tutti. E così, nel 1769, gli Uffizi aprono ufficialmente al pubblico: chiunque può entrare, ammirare, imparare. Un’idea semplice e rivoluzionaria. E oggi, camminando tra queste sale, si ha la sensazione che quella promessa sia ancora viva.
L’arte racconta il mondo
Il Settecento è un secolo che ama raccontare. I pittori viaggiano, studiano, si confrontano. Le influenze si intrecciano, i confini sfumano. Le vedute di Canaletto e Guardi ci portano nelle calli veneziane, tra luci dorate e acque immobili. Le tele di Thomas Patch immortalano un Vesuvio in eruzione, che a suo modo incanta e spaventa. Ogni quadro è una finestra aperta su un tempo che esplode di curiosità, di domande, di desiderio di scoprire.
E poi ci sono diverse sorprese. Nel cuore della mostra “Firenze e l’Europa” agli Uffizi, c’è un’opera che non si limita a essere ammirata. È il “Matrimonio mistico di Santa Caterina de’ Ricci”, un dipinto monumentale firmato dal pittore francese Pierre Subleyras, da poco entrato a fare parte delle collezioni del museo e oggi in fase di restauro “a vista”, proprio all’interno del percorso espositivo. L’idea è semplice, ma potente: trasformare il restauro in esperienza, mostrando al pubblico non solo il risultato, ma anche il processo.
Lo spettatore diventa così testimone del ritorno alla luce di un’opera dimenticata, ferita dal tempo, ma ancora capace di emozionare.
Un pittore raffinato
Nato a Saint-Gilles-du-Gard, nel sud della Francia, nel 1699, Pierre Subleyras fu uno dei più raffinati interpreti del classicismo settecentesco. Dopo avere vinto il prestigioso Prix de Rome, si trasferì in Italia, dove fece carriera tra Roma e Napoli. Amato dai cardinali e dai collezionisti internazionali, seppe fondere il rigore francese con la sensibilità tutta italiana per la luce, il colore, la teatralità. Il suo stile si muove tra l’eleganza accademica e un sorprendente realismo emotivo, soprattutto nei soggetti religiosi. La sua fama fu tale che fu chiamato a ritrarre papa Benedetto XIV, e le sue opere furono ambite da mecenati e studiosi, tanto che Diderot lo citava nei suoi scritti. Il “Matrimonio mistico di Santa Caterina de’ Ricci” è un’opera rara e intensa, eseguita tra il 1737 e il 1740 circa; è una tela di grandi dimensioni (oltre tre metri di altezza) e straordinaria intensità spirituale. Raffigura il momento simbolico in cui la santa domenicana riceve l’anello nuziale direttamente da Cristo, secondo un’esperienza mistica che la tradizione religiosa ha tramandato con forza e venerazione.
Subleyras traduce questo momento con una scena vibrante, intima ma solenne: la santa è colta in un’estasi composta, quasi fragile, mentre Cristo le tende la mano, circondato da una luce dorata che squarcia le tenebre. Intorno, angeli e santi assistono con dolcezza alla scena, mentre sul fondo si intravede l’architettura di una chiesa che fonde cielo e terra. Colpisce il naturalismo dei volti, la cura nelle pieghe delle vesti, la luce che accarezza i corpi e gli oggetti sacri.
Non c’è enfasi barocca, ma una calma profonda, una spiritualità piena di silenzio e di respiro. Il pathos è tutto nei dettagli: lo sguardo umile della santa, il gesto delicato di Cristo, il chiaroscuro che modella le forme con una grazia quasi musicale. L’opera era rimasta per lungo tempo conservata nei depositi, dimenticata e danneggiata, finché gli Uffizi non hanno deciso di acquistarla e restituirla al pubblico. Il restauro, visibile in tempo reale, permette di seguirne tutte le fasi: dalla pulitura delle superfici annerite alla ricostruzione delle parti lacunose, fino alla brillantezza finale dei colori originali. Per chi visita la mostra, è un’occasione rara: non solo si entra in contatto con un grande artista spesso poco conosciuto, ma si assiste letteralmente alla rinascita di un capolavoro.
Una metafora perfetta, in fondo, di ciò che il museo oggi vuole essere: non un luogo immobile, ma un organismo vivo, che cura, racconta, si trasforma.
eros, esotismo e sublime
Il Settecento non è solo pensiero, ma anche corpo, emozione, piacere. È il secolo delle contraddizioni e delle libertà nascoste. E la mostra lo racconta senza censure, con una sala dedicata al Gabinetto delle Antichità Erotiche, ispirato a quello voluto dai Borbone a Napoli. Statue, bassorilievi, oggetti ambigui e ironici che raccontano un mondo dove l’erotismo era arte e cultura. C’è anche spazio per l’esotismo, con opere che guardano all’Oriente, tra sete, porcellane e volti che sembrano usciti da un sogno: come la “Giovane donna in abiti turchi” di Liotard, che ci fissa con occhi enigmatici da un’altra epoca.
E poi c’è il sublime, l’arte che ci mette davanti alla natura immensa, incontrollabile, che ci fa sentire piccoli, ma profondamente vivi. In quelle vedute tempestose, nelle montagne innevate o nei vulcani in eruzione, c’è tutta la tensione di un’epoca che ha imparato a stupirsi. Il Settecento non ci appare come un secolo lontano e chiuso in cornici dorate, ma come qualcosa che ci somiglia. È il secolo in cui nasce l’idea di cittadino, in cui l’arte inizia a rivolgersi all’individuo, in cui la bellezza diventa un diritto, non un privilegio. «È una mostra che parla del presente attraverso il passato», dice la curatrice Alessandra Griffo. «Perché molte delle cose che oggi diamo per scontate, dalla libertà di pensiero al museo aperto a tutti, nascono proprio lì, tra le luci e le ombre del Settecento». E allora uscire da quelle sale non è solo portarsi dietro qualche bel quadro in più nella memoria. È sentirsi parte di un racconto più grande, che ha ancora molto da dire.
leggi il numero 177
Emanuela Zini
Emanuela Zini è una consulente e giornalista esperta con una visione strategica acuta e una passione per lo storytelling. Con oltre 20 anni di esperienza nella finanza e cinque come Direttore Marketing e Comunicazione, ha fondato Aleph Advice per aiutare le aziende a crescere grazie alla sua guida esperta. Come scrittrice per riviste d’arte e culturali, unisce la sua intuizione imprenditoriale all’espressione creativa, orientandosi sia nella strategia aziendale che nello storytelling editoriale. Il suo lavoro riflette una fusione unica di competenza analitica e prospettiva artistica, rendendola una voce ricercata sia nel mondo della consulenza che del giornalismo.

