Nell’attuale contesto, i bond dei mercati emergenti hanno mostrato una notevole resilienza. A parlarne è Witold Bahrke, senior macro e allocation strategist di Global Evolution (parte di Generali Investments).
Come si spiega la performance del mercato obbligazionario emergente?
«Né l’elevata incertezza nelle politiche commerciali, né l’aumento dei rischi geopolitici hanno causato gravi danni al debito dei mercati emergenti: i rendimenti sono ampiamente positivi e questa classe di attivi è riuscita anche a sovraperformare i suoi pari dei mercati sviluppati, come i bond ad alto rendimento statunitensi. I titoli sovrani dei mercati emergenti emessi in valute locali si collocano in cima alla lista, con rendimenti a doppia cifra nella prima metà dell’anno. A questo punto, agli investitori, si pone la domanda se si tratti di un episodio isolato. Noi non pensiamo che sia un colpo di fortuna, ma qualcosa di più profondamente radicato, poiché i principali driver di un panorama di investimento più incerto originano dal mondo sviluppato, non dai mercati emergenti. Ciò non significa che questi ultimi siano immuni dalle crescenti incertezze di vario genere, ma non sono i primi a subire le ripercussioni negative e potrebbero addirittura beneficiare di una maggiore incertezza. La narrazione corretta, quindi, è che il debito emergente ha sovraperformato proprio a causa di un ambiente di investimento più incerto e non nonostante esso».
Quali sono i principali driver dietro l’aumento delle incertezze?
«Crediamo che si riducano principalmente a tre cambiamenti strutturali che l’economia mondiale sta attualmente attraversando. Innanzitutto, gli investitori si confrontano con un elemento fondamentale: c’è maggiore incertezza politica e più forti rischi geopolitici. L’incertezza raramente è positiva per la propensione al rischio, tuttavia, è importante ricordare che quest’ultima è aumentata molto di più nei mercati sviluppati (in primo luogo negli Stati Uniti) rispetto ai paesi emergenti, a causa delle politiche economiche e commerciali, in particolare dell’amministrazione Trump. Ciò spiega la differenza di performance dell’asset class nelle due diverse aree. Crediamo che difficilmente quest’ultima tornerà ai livelli pre-pandemia nel prossimo futuro. C’è però un aspetto positivo che riguarda la politica commerciale: riteniamo che i picchi si siano verificati intorno al “giorno della liberazione” di inizio aprile. Ciò dovrebbe sostenere l’appetito per il rischio, anche se i rischi geopolitici e la mancanza di certezze politiche probabilmente rimarranno sopra la media storica. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, la nostra analisi mostra che un ambiente di alta, ma non estrema, incertezza politica è favorevole ai rendimenti del debito dei mercati emergenti, anche in termini assoluti».
Qual è il secondo cambiamento strutturale?
«Il passaggio da una politica fiscale conservatrice a una politica di spesa più generosa, fenomeno che alimenta preoccupazioni sulla traiettoria del debito e la solvibilità dei paesi, elementi di per sé fondamentali per i mercati obbligazionari globali. Anche questo cambiamento riguarda principalmente i mercati sviluppati. I deficit di bilancio, corretti per gli effetti ciclici, sono destinati a deteriorarsi più significativamente nei paesi sviluppati rispetto ai mercati emergenti nei prossimi anni. La recente legge fiscale negoziata nel Congresso degli Stati Uniti e l’aumento considerevole della spesa per difesa e infrastrutture in Germania sono testimonianze di ciò. Di conseguenza, gli investitori richiederanno di essere compensati con rendimenti più elevati».
E per quanto riguarda l’inflazione?
«È esattamente il terzo cambiamento strutturale. Soprattutto nelle economie avanzate si sta passando da un contesto di bassa inflazione a uno con livelli leggermente più elevati. Nei mercati emergenti, invece, politiche monetarie e fiscali relativamente disciplinate e spinte disinflazionistiche provenienti dalla Cina hanno impedito un’analoga evoluzione. Riteniamo che il divario tra inflazione Em e Dm si sia ridotto non solo ciclicamente, ma anche strutturalmente. Questo cambiamento dovrebbe migliorare il rapporto rischio-rendimento nel debito Em: in particolare quello in valuta locale potrebbe beneficiarne maggiormente, poiché un’inflazione più bassa si traduce in tassi reali più elevati, sostenendo le valute dei mercati emergenti».
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Redazione
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