La questione dei dazi americani sembra, salvo alcune aree geografiche, avere trovato una formulazione che allontana la confusione scoppiata con il Liberation day.
Le tariffe sulle quali si è trovato un accordo sono inferiori a quelle annunciate, ma creeranno alcuni danni economici. Per l’Unione Europea il livello deciso è stato del 15%, mentre per la Confederazione Svizzera la percentuale è stata del 39% sulla maggior parte dei settori, con l’importante eccezione del farmaceutico.
USA VS CINA
Tra Usa e Cina è stata ulteriormente posticipata la decisione a novembre, aprendo così spiragli di ottimismo sulla possibilità che le due potenze raggiungano un compromesso sui dazi. La Repubblica Popolare, nel frattempo, continua a diversificare le proprie esportazioni, la cui qualità è notevolmente migliorata, mentre la diffusione dell’intelligenza artificiale sta sempre più prendendo piede nel tessuto produttivo. Inaspettata, invece, è stata l’adozione di una tassazione del 50% sulle importazioni da Brasile e India, quasi a penalizzare la loro minore vicinanza agli Stati Uniti
A seguire il turbinio di annunci, cifre, psicodrammi vari e colpi di testa che hanno caratterizzato la politica commerciale statunitense negli ultimi mesi, si potrebbe avere l’impressione del caos assoluto. Invece, sembra che in qualche maniera gli investitori si stiano adattando a un nuovo mondo, difficile, ma comunque gestibile. La non entusiasmante figura fatta dai governanti dell’Ue nei colloqui con Trump non deve fare passare in secondo piano il fatto che, alla fine, sulla maggior parte dei segmenti dell’export, l’Unione Europea se l’è cavata con tariffe al 15%, tra l’altro un livello uguale a quello applicato ad altri importanti alleati come Corea del Sud e Giappone.
Si tratta di una percentuale destinata a generare danni economici non irrilevanti, forse anche sufficienti a spingere alcune economie come l’Italia e la Germania di nuovo in recessione tecnica, ma quanto meno quantificabili e in definitiva non spaventosi.
Armistizio tra Usa e Cina
Allo stesso tempo si è cristallizzato il quadro dello scontro fra Usa e Cina con la proroga di altri tre mesi (fino alla prima parte di novembre) dello status quo in corso, che prevede una tassazione del 55% sulla maggior parte delle importazioni dal Dragone. Nel frattempo, comunque, è stato riaperto un canale di vendita per i microchip statunitensi nella Repubblica Popolare, mentre quest’ultima ha ottenuto un livello scontato (20%) sull’export di componenti elettronici. Prima o poi, peraltro, tra Xi e il presidente americano si dovrebbe arrivare a un bilaterale che ha provocato un certo ottimismo sulla possibilità di abbassare di molto le tariffe doganali.
In pratica, gli investitori hanno interpretato questi sviluppi come una sorta di grande compromesso che, almeno, non ha demolito l’architrave di questo mondo post-globalizzazione.
Focus sui dati
Sostanzialmente, quasi tutti si stanno rassegnando a reindirizzare le proprie economie in un paradigma (parzialmente) più localizzato. L’Europa, ad esempio, può contare su politiche monetarie e fiscali pro crescita che dovrebbero quanto meno evitare sconvolgimenti drammatici. Una valutazione nel complesso positiva arriva da Alessandro Tentori, chief investment officer Europa di Axa Im:
«Dopo l’accordo sui dazi con gli Usa, resta da vedere quali saranno le implicazioni di lungo periodo per l’economia. Al momento, i tagli dei tassi d’interesse da parte della Bce hanno contribuito a risollevare l’economia. Tutto sommato, i dati pubblicati nelle ultime settimane non sono preoccupanti. Per esempio, gli indicatori di fiducia in Germania non sono crollati, anzi, sono addirittura in miglioramento. È possibile che in alcuni paesi, come la Germania, ci sia già stata una mini-recessione. D’altro canto, i nuovi dazi potrebbero rivelarsi meno nocivi di quanto si tema. Non è da escludere che il processo di patteggiamento abbia portato le quote a livelli che non sono nocivi per l’Europa, che esporta, e che nel lungo periodo potrebbero andare a beneficio della bilancia commerciale degli Usa».
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Boris Secciani
Nato a Bologna nel 1974, a Milano ho completato gli studi in economia politica, con una specializzazione in metodi quantitativi. Ho cominciato la mia carriera come broker di materie prime negli Usa, per poi proseguire come trader sul forex. Tornato in Italia ho partecipato come analista e giornalista a diversi progetti. Sono in FONDI&SICAV dalla sua fondazione, dove opero come Responsabile dell'Ufficio Studi. I miei interessi si incentrano soprattutto sul mondo dei tassi di interesse e del reddito fisso, sulla gestione del rischio di portafoglio e sull'asset allocation.

