A colloquio con Matteo Buonomini, head of Italy distribution di aberdeen Investments

Quali sono le ragioni per cui è ritornato l’interesse nei confronti dei mercati emergenti?

«Ci sono motivazioni di carattere macroeconomico e di posizionamento, in un’ottica di diversificazione dei portafogli all’interno di uno scenario geopolitico in cambiamento. Per quanto riguarda il primo aspetto, oltre al fatto che queste economie sono resilienti e hanno tassi di crescita solidi, sottolineerei l’andamento dell’inflazione in calo che sta sostenendo tutto l’universo dei paesi emergenti, con le banche centrali di questa regione che continuano a ridurre i tassi d’interesse. La concomitanza dell’allentamento delle politiche monetarie da parte delle istituzioni centrali delle economie avanzate sta spingendo gli investitori ad allargare lo spettro in cui cercare opportunità d’investimento. Nello specifico, riteniamo che ci siano tre motivazioni di fondo che favoriscono l’investimento nell’universo dei mercati emergenti (Em). La prima è sicuramente la debolezza del dollaro, che storicamente favorisce una ripresa dei corsi, sia azionari, sia obbligazionari, degli emerging. La seconda è legata alle politiche commerciali americane. Pensiamo che l’introduzione dei dazi, con le ricadute connesse, sia già stata scontata dai corsi dei titoli finanziari. Ma non solo. Abbiamo riscontrato degli effetti positivi provocati da questa misura, riassumibili in un maggiore stimolo della domanda interna dei singoli paesi, una ridefinizione delle catene di approvvigionamento a vantaggio della regione e una ridistribuzione dell’interscambio commerciale. Basterebbe guardare alle esportazioni cinesi: sono diminuite nei confronti dell’America, ma aumentate abbastanza fortemente verso il Vietnam, la Tailandia, l’Indonesia e la stessa Europa.  Addirittura anche verso l’India».

E qual è la terza motivazione?

«Le tensioni geopolitiche e i rischi connessi, soprattutto se si considera la guerra tra Russia e Ucraina e, in misura minore, i conflitti in Medio Oriente, hanno visto la formazione di nuovi schieramenti o il loro rafforzamento. Il summit a Tianjin, lo scorso settembre, della Shanghai Cooperation Organization (Sco) ha offerto un’immagine plastica di come una parte del mondo stia cercando di realizzare nuovi equilibri e alleanze, anche da un punto di vista commerciale. È stata, a nostro parere, la risposta dei mercati emergenti alla crisi geopolitica attuale. La stretta di mano tra Xi Jinping e Modi rappresenta poi un evento storico, viste le frizioni che hanno sempre caratterizzato le relazioni tra i due stati, e lancia un messaggio molto chiaro agli Stati Uniti, ma non solo, che riassumerei nella frase: “Il nemico del mio nemico è oggi mio amico”. Se si considera una serie di dati, emergono già tendenze che rivelano un aumento in generale della cooperazione anche tra i Brics, di cui non si parlava da qualche anno».

E per quanto riguarda i flussi sui mercati emergenti?

«Direi che le condizioni macroeconomiche hanno già attirato l’interesse degli investitori istituzionali. Abbiamo fatto un’analisi da cui si evince che dal 2020 al 2024 le piazze finanziarie emergenti hanno avuto deflussi per 150 miliardi di dollari, facendo così scendere l’esposizione all’asset class a livelli vicini ai minimi storici. Dall’inizio di quest’anno a oggi si sono registrati, invece, flussi in entrata di circa 6,5 miliardi di dollari. Considerando l’evoluzione dei trend passati, la nostra aspettativa è che dagli investitori istituzionali l’interesse verso i mercati emergenti si allarghi anche alle categorie wholesale e retail».

Le vostre aspettative sono quindi che l’interesse degli investitori continui?

«Si sono create delle condizioni che ci attendiamo si consolidino ulteriormente e possano fare sì che il consenso nei confronti dei mercati Em si allarghi e continui nel tempo: siamo di fronte a cambiamenti strutturali che non possono essere riflessi in posizionamenti puramente tattici. Naturalmente, ci sono alcuni rischi. Un rallentamento molto forte dell’economia americana avrebbe ricadute sulle economie emergenti e, in particolare, a quelle esposte alle materie prime. Dall’altro lato, se l’inflazione, che attualmente è sotto controllo, dovesse risalire e interrompere le politiche accomodanti delle istituzioni centrali di questi paesi, altererebbe l’attuale contesto favorevole per gli investimenti. Infine, ancora una volta, i rischi geopolitici potrebbero aumentare non solo per un’evoluzione negativa della situazione nel Medio Oriente, ma anche in Asia: non bisogna dimenticarsi che la guerra commerciale tra Cina e Usa continua e che la questione Taiwan potrebbe ripresentarsi, soprattutto in termini di supremazia tecnologica».

Che cosa offre il debito Em?

«Negli ultimi anni i conti pubblici delle economie avanzate sono peggiorati, con disavanzi fiscali e debito in aumento. Le nostre previsioni sono che questa tendenza continui, senza però che ciò provochi un forte rialzo dei tassi, soprattutto di quelli americani (Treasury decennale) che sono uno dei parametri utilizzati per investire negli Em. Le ragioni di questo deterioramento sono state le misure economiche indirizzate a sostenere e stimolare le attività e i consumi, alle quali si è aggiunto un incremento delle spese per la difesa. I governi dei paesi emergenti, invece, insieme alle istituzioni monetarie, hanno adottato politiche ortodosse e di maggiore rigore, che hanno permesso la solidità dei conti dello stato, evitando così un’esplosione del debito. In questo contesto, il mercato obbligazionario Em non solo è cresciuto, ma ne è aumentata la liquidità attirando maggiormente l’interesse degli investitori. In aggiunta, oltre a rendimenti attrattivi, il reddito fisso  offre realmente una decorrelazione da quello sviluppato. In particolare, viste anche la crescita e la profondità che i mercati obbligazionari dell’area hanno raggiunto, gli investimenti possono spaziare tra più sub-asset class con uno spettro di volatilità diversificato».

A che cosa fa riferimento nello specifico?

«Alla componente più “safety” delle obbligazioni societarie Em (in particolare in questo momento preferiamo i crossover bond, ossia le emissioni obbligazionarie che si collocano tra l’Ig e la parte superiore delle emissioni Hy) per passare al debito in valuta forte, che risente della volatilità del dollaro, e arrivare a quello in valuta locale fino a raggiungere le emissioni obbligazionarie dei mercati di frontiera. Queste ultime offrono rendimenti più elevati della parte “core” del debito Em, hanno una duration più contenuta e una correlazione più bassa con i Treasury americani».

Che cosa intende per mercati di frontiera?

«È il segmento meno sviluppato degli Em, caratterizzato da mercati azionari più piccoli e meno liquidi e da maggiori restrizioni agli investimenti rispetto alle piazze finanziarie emergenti consolidate. Sono nazioni con una crescita più elevata delle economie avanzate e un livello di riserve valutarie che testimonia la solidità dei loro fondamentali.

È un universo composto da circa 40-45 paesi. Le emissioni, per la maggior parte titoli governativi, sono in valuta forte e locale e offrono rendimenti intorno all’11%. Le preoccupazioni sulla liquidità, che hanno storicamente scoraggiato gli investitori dall’avventurarsi nei mercati di frontiera, negli ultimi 10 anni si sono ridotte, così come sono contenuti i rischi di contagio nel caso di default di un paese, al contrario di quanto avviene sulle piazze emergenti. La partecipazione degli investitori, che hanno solitamente una stretta interlocuzione con i governi dei singoli stati, avviene soprattutto attraverso il mercato primario».

Quali sono le vostre aspettative per questi mercati?

«Crediamo che i fattori idiosincratici rimarranno il motore principale dei loro rendimenti nel 2025. L’impatto diretto della politica tariffaria statunitense resterà limitato, dati i legami commerciali bilaterali relativamente deboli. La risoluzione delle ristrutturazioni del debito dovrebbe offrire alcune opportunità di valore in termini relativi, poiché l’attenzione si sposta sulle obbligazioni performanti. Il rischio di insolvenza è diminuito negli ultimi anni e il profilo di scadenze gestibili dovrebbe attenuare i timori di ulteriori eventi di credito nei prossimi due-tre anni; una combinazione di svalutazioni valutarie, calo dell’inflazione e normalizzazione delle politiche rende i mercati locali sempre più attrattivi. Le valutazioni delle obbligazioni in valuta forte sono contenute, ma appaiono interessanti rispetto alle obbligazioni high yield statunitensi e ai mercati emergenti tradizionali. Anche i listini domestici offriranno alcune interessanti opportunità di rendimento».

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Pinuccia Parini

Dopo una lunga carriera in ambito finanziario sul lato, sia del sell side, sia del buy side, sono approdata a Fondi&Sicav