Intervista a Tom Levering, gestore azionario Wellington Enduring Infrastructure Assets Fund di Wellington Management
Che cosa vuole dire oggi investire nelle infrastrutture?
«Vuole dire investire in ciò che si può definire la spina dorsale dell’economia globale e che offre un’esposizione a fattori di crescita pluriennali. I governi delle economie avanzate ed emergenti stanno accelerando i loro investimenti in questo ambito. La rivoluzione legata all’intelligenza artificiale e a all’analisi dei dati ha generato la domanda di infrastrutture digitali e di capacità energetica; la geopolitica sta ridisegnando le catene di approvvigionamento, rafforzando la necessità di una maggiore resilienza nei mercati e di un ammodernamento della rete di distribuzione energetica».
Un po’ di anni fa, investire in infrastrutture significava scegliere aziende di pubblica utilità considerate difensive e con politiche relativamente generose di remunerazione degli azionisti. Ma non avevano un vero e proprio motore di crescita. È ancora così?
«In passato ciò è stato vero per i mercati sviluppati, come gli Stati Uniti e l’Europa: la domanda di energia non è aumentata negli ultimi 20 anni, ma le società sono comunque riuscite a generare utili e a distribuire dividendi. Una bella storia, ma una tipologia di investimento che, per l’andamento dei prezzi e la limitata volatilità, era quasi assimilabile più a un’obbligazione che a un’azione. tuttavia, negli ultimi anni, il contesto è cambiato per una serie di ragioni. Innanzitutto, la transizione energetica e la decarbonizzare hanno fatto emergere la necessità di ripensare lo sviluppo energetico e ciò ha favorito la crescita di questo settore in due modi: la creazione di nuove strutture, legate all’energia solare, eolica e allo stoccaggio delle rinnovabili per rimpiazzare gli impianti a carbone, e l’elettrificazione. Quest’ultima è un processo in progressione non solo per la trasformazione della produzione dell’energia, ma anche per la conversione dei processi industriali e di una più elevata domanda di elettricità per la diffusione, di recente, dei veicoli elettrici e, ovviamente, dell’intelligenza artificiale. L’insieme di tutti questi fattori ha portato a una forte crescita della domanda d’energia che richiede la realizzazione di nuove infrastrutture. Non va poi dimenticata la necessità di risanare le strutture datate, realizzate nei paesi sviluppati negli anni ’70, soprattutto nell’industria elettrica, e che non sono state mantenute con uno standard adeguato».
Ma il contesto globale presenta ancora molte incertezze. Quale livello di crescita è atteso per questo specifico comparto?
«Se si somma il nuovo mix energetico, l’aumento della domanda di energia e il risanamento delle vecchie strutture, la crescita dovrebbe essere l’8-9% in America e il 7-8% nel Vecchio continente. Quindi, per tornare alla precedente domanda, investire in questo settore significa fare ancora una scelta difensiva, che può essere però attrattiva in uno scenario di generale incertezza, in cui non mancano le preoccupazioni per ciò che sta accadendo nel mondo. Tuttavia, le società che rientrano all’interno di questo ambito non dovrebbero incontrare problemi nella generazione di utili, perché sono, da un lato, sostenute dalla domanda, dall’altro, non sono legate al ciclo economico. Dal nostro punto di vista crediamo di essere nel migliore scenario possibile perché c’è la crescita e la distribuzione dei dividendi, alimentati dall’aumento dei ricavi, che possono tenere il passo se non battere l’inflazione. È un universo di titoli che, in termini di rapporto rischio rendimento, non è secondo a nessuno».
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Pinuccia Parini
Dopo una lunga carriera in ambito finanziario sul lato, sia del sell side, sia del buy side, sono approdata a Fondi&Sicav

