A colloquio con Giulia Pellegrini, Lead Portfolio Manager EM Fixed Income di AllianzGI

Quali sono le vostre valutazioni sul debito dei mercati emergenti?

«È da un po’ di tempo che siamo costruttivi su questa asset class e continuiamo a esserlo, perché riteniamo che ci siano diverse opportunità da cogliere nei mesi a venire. Le ragioni di questo nostro posizionamento sono molteplici e sono riconducibili a motivazioni di carattere macroeconomico e politico. Innanzitutto crediamo che, attualmente, i maggiori rischi per gli investitori provengano dalle economie avanzate, piuttosto che da quelle emergenti. Ciò non significa che non si possano creare situazioni di elevata criticità in questi paesi, ma non sono di natura sistemica. In secondo luogo, la crescita nei mercati emergenti (Em) non solo mostra di essere solida, ma ha raggiunto un differenziale rispetto a quella dei paesi sviluppati che non si vedeva da tempo. Infine, gli Em hanno in questi anni implementato politiche fiscali più responsabili e misure monetarie più ortodosse, grazie alle quali si può affermare che, in generale, la loro condizione è decisamente più stabile rispetto al passato».

C’è stato un salto di qualità nell’azione dei decisori politici?

«Abbiamo visto una serie di misure adottate che mostrano una maggiore consapevolezza e il modo in cui è stata affrontata la pandemia ne è stata la cartina tornasole: l’inflazione è stata subito contrastata con l’aumento dei tassi d’interesse e ora i policy maker si trovano in una posizione privilegiata rispetto ai loro pari nelle economie avanzate, perché i tassi reali sono più elevati. Ciò lascia un ampio margine d’intervento per sostenere le economie locali, nel caso di bisogno, senza compromettere la loro stabilità finanziaria e valutaria».

L’indebolimento del dollaro americano ha sostenuto le performance del debito dei mercati emergenti?

«Pensiamo di sì. Il biglietto verde ha visto un crollo abbastanza rovinoso nei primi sei mesi dell’anno, per poi stabilizzarsi. Dal nostro punto di vista, il recente rafforzamento potrebbe essere una reazione dopo la svalutazione iniziale, perché crediamo che, nel lungo periodo, la tendenza di un dollaro più debole possa continuare: la Fed dovrebbe tagliare i tassi per sostenere la propria economia e il mercato del lavoro, mentre il timore che aumenti l’ingerenza della politica all’interno di alcune istituzioni finanziarie dovrebbe pesare negativamente sul cambio».

Quali sono, invece, le ragioni che, potenzialmente, renderebbero meno appetibili gli Em?

«Intravediamo più rischi esogeni che endogeni. Oltre al rafforzamento del dollaro, ci potrebbe essere una vera e propria recessione negli Stati Uniti (non è però il nostro scenario centrale), che impatterebbe soprattutto la componente high yield del debito emergente. Potrebbero esserci rischi politici legati a confronti elettorali, come nel caso di Brasile, Colombia e Ungheria. Tuttavia, anche se l’esito di questi ultimi fosse inviso alle piazze finanziarie, non temiamo un effetto contagio per due ragioni: il peso contenuto delle singole economie su quella globale e la maggiore impermeabilità dell’asset class alle singole situazioni. È il caso della delicata fase che l’ Argentina sta attraversando, che non ha ripercussioni sui paesi dell’America Latina».

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Pinuccia Parini

Dopo una lunga carriera in ambito finanziario sul lato, sia del sell side, sia del buy side, sono approdata a Fondi&Sicav