L’industria tecnologica statunitense è stata storicamente la più dinamica del pianeta ma anche quella con i titoli azionari dai multipli meno attraenti
Nell’ultimo decennio, il livello di ratio P/e pagato dagli investitori per investire in titoli facenti parte dell’indice Nasdaq 100 si è mantenuto su valori talmente elevati da far sembrare l’acquisto dei competitor europei un’opzione conveniente.
Il differenziale -in termini di ratio P/e- tra l’industria tecnologica statunitense e quella europea ha raggiunto il suo livello massimo nel 2013, quando lo sconto a favore dell’equity europeo si spinse fino all’85%. Successivamente la distanza tra Usa ed Europa si è gradualmente assottigliata, fino a portarsi all’attuale 18%. Se si guarda alle stime sugli utili formulate per il 2021 e il 2022, il differenziale si potrebbe ridurre rispettivamente fino al 14% e il 13%.
Il graduale ridimensionamento del gap è stato alimentato in modo particolare dalla normalizzazione dei ratio dei colossi statunitensi: attualmente il ratio P/e delle aziende tecnologiche a stelle e strisce è a quota 27 e le stime puntano a ulteriori riduzioni. Se il trend in corso non subirà interruzioni, i maggiori sconti saranno offerti da Amazon -con un calo del P/e del 50% che lo posizionerebbe a quota 36 rispetto al 70 attuale- e Facebook -che sperimenterebbe una contrazione del 31% dall’attuale 23 fino a quota 16. L’attenzione degli esperti si focalizza sui dati che saranno resi noti il prossimo 30 gennaio.
Nel Vecchio Continente, la francese Dassault è la tecnologica più cara con il ratio P/e a 36, seguita dal fabbricante olandese di microchip Asmi con un P/e di 30. Quest’ultima, insieme a Ericsson e Nokia, viene considerata tra le società che potrebbero registrare la più accentuata riduzione del ratio in scia a un significativo incremento degli utili.
L’ottimismo sugli utili futuri è la variabile principale alla base della riduzione del ratio. Il dato rappresenta anche l’elemento chiave per capire i sempre più numerosi giudizi positivi sulle prospettive di rendimento offerte dall’investimento nel settore tecnologico Usa.
Il Nasdaq ha chiuso il 2019 con una rivalutazione del 38%, la più elevata degli ultimi dieci anni. Nello stesso periodo, l’equity tecnologico europeo ha accumulato una rivalutazione del 30%. Nelle prime settimane del 2020, le azioni del comparto hanno messo a segno un ulteriore rialzo del 3%. C’è da chiedersi se a questi livelli sia ancora opportuno restare investiti o dedicare quote di portafoglio all’equity tecnologico.
Un approccio neutrale, che tiene conto dei rischi e delle opportunità offerte dal settore, suggerisce di restare investiti o entrare nel settore solo a patto di avere a disposizione un orizzonte temporale di almeno dieci anni (tale da consentire il recupero da eventuali scossoni al ribasso delle quotazioni). Una view più orientata alla prudenza, invita a tener conto della compressione dei margini in corso d’opera, dall’introduzione di una normativa più restrittiva per i business perseguiti da queste aziende e dai rincari dei costi sostenuti dall’industria dei semiconduttori.
Rocki Gialanella
Laurea in Economia internazionale presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’. Ho abbracciato il progetto FondiOnline.it nel 2001 e da allora mi sono dedicato allo sviluppo/raggiungimento del target che ci eravamo prefissati: dare vita a un’offerta informativa economico-finanziaria dal linguaggio semplice e diretto e dai contenuti liberi e indipendenti. La storia continua con FONDI&SICAV.

