Il coronavirus, anche se negli ultimi giorni sembra diventato una minaccia più flebile, rispetto alle più fosche previsioni, resta per l’intera Cina un problema estremamente serio, che potrebbe rendere molto difficile la situazione economica. Anche il resto del mondo avrebbe non poche ripercussioni da una caduta produttiva della Repubblica Popolare. I mercati, per il momento, hanno reagito con estrema compostezza, ma non è detto che questo trend, sostanzialmente ottimista, prosegua, anche perché i problemi legati alla guerra commerciale con gli Usa sono tutt’altro che risolti. Ma anche gli spazi di crescita restano molto ampi

«Da metà gennaio, il coronavirus tiene il mondo in pugno. Città con milioni di abitanti sono in quarantena, British Airways ha sospeso tutti i voli per la Cina e persino l’Alta Baviera non è immune al virus. In Cina 17 mila persone sono già state infettate e sono stati segnalati oltre 350 decessi (il dato si è chiaramente evoluto-n.d.r.)». Queste parole di Philipp Immenkötter, senior research analyst del Flossbach von Storch Research Institute, evidenziano un grosso punto interrogativo sulle prospettive dell’economia e dell’azionario cinesi, che oggi sono inevitabilmente appese a quella che probabilmente passerà alla storia come la prima vera emergenza sanitaria in un’economia cruciale dell’era internet. Continua infatti lo stesso Immenkötter: «I mercati azionari sono particolarmente sensibili alla narrativa, storie brevi che trasmettono emozioni e valori. L’immagine di un virus mortale che si diffonde a rotta di collo, per il quale i medici non conoscono cura e dal quale nessuno sembra al sicuro, è una narrativa potente. Un’ulteriore diffusione del virus potrebbe anche arrestare la vita pubblica nel paese e causare una recessione mondiale. L’argomentazione sembra plausibile, i film suggeriscono quanto può essere realistico questo scenario e le notizie e i social media assicurano una distribuzione adeguata. La narrativa sul virus, alla fine, si diffonde come il virus stesso e ci si chiede per quanto tempo continuerà ad avere un’influenza sui mercati azionari. L’ulteriore sviluppo della pandemia è decisivo a questo fine, in quanto fonte di notizie per i media».

I VERI FONDAMENTALI

La questione cruciale è dunque tentare di capire come e quando si tornerà a un abbozzo di normalità in cui si potrà di nuovo ragionare sui fondamentali economici. Nel frattempo, non si può fare altro che tentare di comprendere in quali condizioni si troverebbero i numeri di base in assenza del disastro in corso. E da questo punto di vista il quadro non sarebbe neppure pessimo: il 2019 si è infatti chiuso con un incremento del Pil in Cina del 6,1%. L’economia è dunque lontana dalle turbo-crescite del passato, però si è evitato finora il tanto temuto hard landing con la Repubblica Popolare che continua a essere fra i paesi a più intensa crescita del mondo. Ma difficilmente quest’anno si riuscirà ad avvicinare un simile livello: ovviamente mentre vengono scritte queste note è difficile per i maggiori scienziati riuscire a quantificare l’estensione dell’epidemia di coronavirus, ma ciò che è certo è che i danni economici saranno ingenti. Oltre agli ovvi problemi dati dal fatto che uno dei maggiori snodi logistici e dei trasporti del paese è attualmente tagliato fuori dal resto del mondo, si stanno susseguendo notizie di sospensioni delle attività da parte di numerose multinazionali straniere, che si vanno ad aggiungere a un isolamento internazionale de facto del paese.

PIÙ DELL’1% DI CALO DEL PIL

Con ogni probabilità, i danni già accumulati dai problemi sanitari supereranno abbondantemente la soglia dell’1% del Pil complessivo del Dragone. Questi problemi sono arrivati in un momento non certo sfavorevole per la Repubblica Popolare e hanno complicato l’outlook di un anno che prometteva molto bene. Infatti il 2019 ha visto un ritorno progressivo di fiducia nei confronti delle sorti di un paese che ha visto moltiplicare nel giro di poco tempo i cosiddetti cigni neri. Infatti i mercati hanno imparato da una parte a convivere con la situazione di semi-rivolta a Hong Kong e dall’altra con le minacce di guerra commerciale da parte degli Usa. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, sicuramente l’accordo sulla fase 1 di un trattato generale, firmato lo scorso 15 gennaio, ha fatto molto per migliorare il mood degli investitori. 

Inoltre, l’attuale scenario economico rappresentava per la Cina la situazione ottimale: il rientro nei ranghi di un’espansione moderata da parte degli Usa e la solita quasi-stagnazione europea, con però nulla che apparisse come una recessione all’orizzonte, erano un combinato di elementi perfetto. Il fatto che il quadro macro fosse in condizioni più che decorose permetteva alle autorità cinesi di operare con un moderato stimolo fiscale e monetario, senza però eccedere in un’economia già ad alta leva, lasciando anzi i margini per stringere i cordoni della borsa dove invece si erano configurate autentiche bolle finanziarie e/o produttive. Dall’altra parte, in apertura di 2020 anche gli equilibri relativi a livello globale sembravano tutti dalla parte della Repubblica Popolare e lo scialbo ma stabile andamento macro non faceva altro che rendere evidente il differenziale di crescita che ancora esiste fra la seconda economia del pianeta e altre grandi aree. Anche il resto dei paesi in via di sviluppo semplicemente non è in grado, allo stato attuale, di competere: l’altro grande colosso demografico, l’India, la cui economia nel 2019 era circa un quinto di quella cinese, dovrebbe avere chiuso la scorsa annata con una crescita intorno al 5%. Per il 2020 si prevede un minimo di accelerazione, ma nulla di entusiasmante. In compenso, altri segmenti del variegato universo emergente, dall’America Latina alla Russia, appaiono tuttora incapaci di tornare a un più robusto andamento del Pil. 

In pratica, dopo un biennio difficile, il Far East con ovviamente la Cina al centro, pur ormai invischiato nella fase di crescita più tenue della propria storia contemporanea, costituiva l’unica vera fonte di  aumento dell’attività economica mondiale. A dare un’ulteriore spinta c’era poi la prospettiva di una più che adeguata ripresa in alcuni settori chiave della filiera dell’hardware It, microchip in primis. Per avere un’idea di quanto gli investitori puntassero su quest’ultimo aspetto, basta dare un’occhiata all’andamento nelle ultime settimane del 2019 e nelle prime del 2020 di azioni come Samsung Eelectronics e Taiwan Semiconductor Manufacturing Company. Ma tutto ciò rischia di passare in secondo piano in attesa di sapere quanto duraturi saranno gli effetti del virus. Diventa perciò fondamentale cercare di stimare gli impatti di questa tragedia e di separare, per quanto possibile, il profilo dell’economia cinese da essa.

IL COSTO PER L’ECONOMIA

Banalmente, allo stato attuale ancora non è chiaro quale sia la reale portata medica del fenomeno che finora ha causato qualche centinaio di morti (infinitamente di meno di una qualsiasi epidemia influenzale appena robusta), ma i cui casi di contagio, mentre vengono scritte queste note, raddoppiano ogni uno-due giorni. Di fronte a una situazione così instabile e in fieri, ovviamente le stime presentano un indice di volatilità altissimo. Qualche calcolo è però possibile, soprattutto se si parte da un paio di punti fissi. Innanzitutto è ormai acclarato che il coronavirus rappresenta un’emergenza molto più grave rispetto alla Sars con però dall’altra parte una Cina che in 17 anni ha compiuto balzi da gigante in termini di modernità, efficienza e tutto sommato anche trasparenza. Un aspetto sicuramente positivo si trova nella calma e nella lucidità con cui le maggiori aziende del paese si sono coordinate per aiutare gli sforzi di contenimento dell’epidemia, tentando al tempo stesso di continuare a produrre. Fabrice Jacob, ceo di Jk Capital Management, affiliata di La Française, sottolinea proprio questo aspetto: «In risposta all’impennata dei prezzi delle mascherine e all’esaurimento delle scorte provocato dalla nuova epidemia di polmonite da coronavirus, le piattaforme di e-commerce mainstream, fra cui Taobao, JD.com e Pinduoduo hanno dichiarato collettivamente il divieto di aumento dei prezzi delle maschere vendute dai commercianti sulle loro piattaforme. Cainiao Logistics e Tmall Supermarket, entrambe affiliate di Alibaba, hanno garantito la fornitura di materiale protettivo come mascherine, disinfettanti, sanificanti per le mani, a oltre 300 città durante le festività per il capodanno cinese. Cainiao Logistics ha inoltre già distribuito quasi 10 mila mascherine, migliaia di saponette allo zolfo e altro materiale di prevenzione al proprio staff, incluso quello che si occupa in prima linea della distribuzione a Wuhan».

DATI PMI ATROCI

D’altro canto anche il governo cinese, pur con tutti i limiti del caso, non si è tirato indietro nell’affrontare la situazione. Paradossalmente forse proprio le misure estreme adottate hanno indotto a innalzare la tensione, almeno sul breve periodo, in un mondo che sembrava fino alla terza settimana di gennaio indifferente. Sempre Jacob produce al riguardo a un’interessante analisi: «Purtroppo, l’impatto a breve termine sull’economia cinese potrebbe essere molto più severo del 2003, per il semplice fatto che l’intero paese è oggi letteralmente paralizzato dalle misure adottate a tutti i livelli da Pechino. Le vacanze per il Capodanno sono state estese di 10 giorni in 14 province che nell’insieme producono il 69% dell’intero Pil nazionale. Mai, ai tempi dalla Sars, furono presi provvedimenti che impattarono l’economia dal lato dell’offerta a simili livelli. In altre parole, la crescita del prodotto interno lordo sarà colpita da un drastico calo non solo nei consumi, ma anche nella produzione, e questa è una novità. Pertanto ci attendiamo un calo della crescita dell’economia molto significativo nel primo trimestre del 2020. I dati ufficiali del Pmi manifatturiero di febbraio saranno atroci (quelli di gennaio a 50,0 per l’indice ufficiale e 51,1 per l’indice Caixin, erano stati calcolati prima del lockdown)».

Le autorità di Pechino, dunque, sembrano intenzionate a riportare l’epidemia sotto controllo, costi quel che costi, a livello economico, il che probabilmente si tradurrà in dati pessimi nei prossimi mesi. Un tentativo di quantificazione viene compiuto da Paul O’Connor, responsabile del multi-asset team basato in Uk di Janus Henderson Investors: «Le misure adottate per contenere il virus avranno senza dubbio un impatto significativo sull’attività economica nel breve termine. La maggior parte degli analisti si aspetta che la crescita del Pil cinese nel primo trimestre diminuisca probabilmente dell’1-2% rispetto al tasso di crescita annuale del 6% che era previsto prima della comparsa del virus. Tuttavia, esiste ancora un’ampia gamma di scenari economici plausibili per la Cina, a seconda di come il virus si evolverà. Se il tasso di infezione rallentasse nelle prossime settimane e le misure di quarantena fossero revocate, la crescita potrebbe rapidamente rimbalzare, rafforzata da una serie di misure di stimolo ampiamente previste. Se il tasso di infezione continuasse ad aumentare, la quarantena sarebbe certamente estesa con ulteriori limitazioni ai viaggi, un periodo prolungato di chiusure industriali e ricadute economiche più significative per il resto del mondo». 

Al di là di ciò, però, la storia dei mercati finanziari, in particolare di quelli emergenti, è piena di eventi gravi e anche gravissimi, che poi non hanno portato a danni duraturi. Il parallelo con la Sars è ovviamente il primo che salta all’occhio, ma ci sono stati altri episodi di débâcle da parte di potenze in via di sviluppo altrettanto interessanti. Quando ad esempio scoppiò la crisi asiatica nel 1997 la Corea del sud risultò una delle economie più colpite, salvo riprendersi in maniera molto rapida (la Banca Mondiale riclassificò il paese di nuovo come ad alto reddito già nel 2001) e andare incontro a un decennio d’oro. Nel 1998 fu la volta di Russia e Brasile a crollare fra problemi finanziari e di ordine pubblico gravissimi, ma anch’esse poi vissero un periodo di prosperità tuttora ineguagliato. Più recentemente il colpo di stato militare in Thailandia nel 2014, dopo che il paese sfiorò la guerra civile, ha sicuramente depresso il Pil sul breve periodo, ma non ha impedito alla nazione del Sud-est asiatico di tornare in condizioni più che discrete, con numeri record anno dopo anno persino in un comparto delicato come quello del turismo.

IL VERO CIGNO NERO

Va detto che senz’altro una possibile pandemia rappresenta un elemento diverso a causa del rischio enorme che sfugga di mano e che produca un numero spropositato di vittime. In un certo senso,  avvenimenti di questo tipo rappresentano il vero cigno nero dei mercati, in quanto la società moderna è sempre più disabituata a gestirli, al contrario di caos politico, bancarotte con conseguente pacchetto di aiuti da parte delle istituzioni internazionali e conflitti militari, che sono accadimenti comuni ogni anno. Tim Love, responsabile delle strategie azionarie dei paesi emergenti di Gam Investments, ricorda: «L’epidemia di coronavirus, con un numero sempre crescente di infetti e diversi morti, è un caso lampante di cigno nero per i mercati emergenti. Sin dall’epidemia di Sars del 2002-2003 abbiamo sempre detto che, se si esclude una guerra tattica o addirittura nucleare, una pandemia era il rischio principale per gli emerging, più dei movimenti del dollaro, dell’andamento delle materie prime e della crescita. Nei paesi in via di sviluppo la combinazione di una popolazione urbana sempre più concentrata, unita alla crescita vertiginosa della domanda di alimenti proteici, ha inevitabilmente portato a una più stretta interazione tra uomini e animali. Questo fatto si riflette in particolare nelle tecniche moderne di allevamento e di produzione che i mercati emergenti stanno adottando. Inoltre, a causa della pratica sempre più comune di utilizzare nell’allevamento gli stessi antibiotici prescritti alle persone, le barriere immunitarie un tempo efficaci stanno diventando sempre più vulnerabili. In questo senso, non stupisce che ogni virus a rapida trasmissione metta a dura prova gli sforzi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e altre misure di risposta globale per contenere i contagi cross-continentali. L’epidemia di Ebola che sta interessando il Congo tiene in stato di allerta tanto l’Oms quanto gli investitori. Il coronavirus presenta anche alcune caratteristiche specifiche che creano ulteriori problemi: i sintomi possono apparire fino a cinque giorni dopo il contagio, rendendo difficile lo screening presso gli aeroporti, e non vi è a oggi una conferma ufficiale del primo focolaio, anche se l’ipotesi Wuhan appare sempre più plausibile». 

La descrizione di Love appare quanto mai interessante per uno specifico motivo: calza a pennello alla realtà della Repubblica Popolare. Il paese, infatti, è immerso in un tasso di crescita dell’urbanizzazione su una scala mai vista in precedenza, caratterizzato da ritmi rapidissimi, con la popolazione che vive in città che è ormai intorno al 60% del totale. Il consumo di proteine di origine animale è cresciuto fino a raggiungere il secondo livello pro capite più elevato dell’Asia, dietro la Corea del sud. In pratica, ci sono tutti gli elementi per il verificarsi di fenomeni come quello cui stiamo assistendo. In queste condizioni, inquadrare oggi in quale paradigma si risolverà la crisi è molto difficile. 

Nel contesto, tutto sommato i mercati asiatici dopo la riapertura del capodanno lunare hanno reagito senza eccessi di panico: l’Hang Seng di Hong Kong ha perso nelle ultime due settimane di gennaio circa il 9,5%, mentre il China enterprises index ha lasciato sul terreno poco più del 10,3%. Il Kospi, il maggiore benchmark di Seul, dai picchi di gennaio ha ceduto il 6,5%, mentre il Nikkei non sorprendentemente è risultato il mercato regionale più stabile con un calo intorno al 3%. Anche i listini di nazioni del Sud-est asiatico più piccoli e volatili, come Filippine, Malaysia e Thailandia, tutto sommato hanno contenuto le perdite, con discese fra il 5% e l’8%, nonostante una dipendenza sempre più intensa dall’interscambio con la Cina. Le prime due settimane di febbraio poi hanno portato a ulteriori riprese. 

Dunque, gli investitori continuano per il momento a vedere il bicchiere mezzo pieno, anche se ovviamente il panorama potrebbe cambiare all’improvviso. Ancora Tim Love tenta di quantificare qualche possibile rischio: «Attualmente la risposta dei mercati appare simile alla prima reazione all’epidemia di Sars, l’ultimo caso di questa portata in Asia. In quel periodo, il mercato era rimasto negativo molto più a lungo di quanto non indichi l’attuale reazione, il che si traduce, potenzialmente, in una marcata flessione (20%) nel caso in cui si arrivasse a una pandemia globale». Dunque, almeno per il momento, solo una correzione, con la possibilità più che concreta che il tutto si trasformi in un bear market globale e non solo asiatico. Perciò vale la pena capire quali opportunità attendono gli investitori, focalizzandoci anche su fondamentali che, al di là di tutto, potrebbero persino tornare al centro dell’attenzione in maniera prepotente. 

I RISCHI SUCCESSIVI

Accanto ai due scenari estremi, la deflagrazione di un cigno nero senza (recenti) precedenti e quello opposto che prevede una rapida ripresa, forse il quadro peggiore, in quanto potrebbe potenzialmente durare più a lungo, è uno intermedio fra i due. È possibile, infatti, che il coronavirus sia in grado di fare tornare il paese al pessimismo del 2016 e del 2018, proprio mentre la Cina sembrava l’apripista di un rinnovato periodo di ottimismo per gli emergenti. Un Dragone, dunque, che non si troverebbe devastato tanto da uno specifico evento mortale, quanto dall’affaticamento di dovere portare sulla schiena vari fardelli di crisi: l’eccesso di leva in alcuni segmenti corporate, l’invecchiamento della popolazione, rapporti comunque difficili con gli Stati Uniti e ora una situazione sanitaria piuttosto precaria. Il rischio sembra preoccupare Maarten-Jan Bakkum, senior emerging markets strategist di Nn Investment Partners: «Per quanto riguarda i potenziali danni all’economia, possiamo dire che, se si dovesse sviluppare una grave crisi, essa avrebbe probabilmente un impatto sostanziale sulla crescita. Negli ultimi anni, la Cina è stata in difficoltà a causa dell’incertezza del commercio globale e per gli sforzi del governo centrale per ridurre il debito. Solo di recente abbiamo visto migliorare un po’ i dati, un indizio del fatto che la crescita si stava stabilizzando. Le speranze di una ripresa sostenibile sono aumentate dopo l’accordo commerciale con gli Stati Uniti. Uno shock simile a quello provocato dalla Sars arriverebbe in un momento sfortunato, con livelli di fiducia generale ancora bassi. Allo stesso tempo, se l’epidemia peggiorasse in modo significativo, le autorità probabilmente non esiterebbero a entrare in un nuovo e più aggressivo ciclo di stimoli e metterebbero da parte la loro attenzione alla riduzione del debito e ai rischi per il sistema finanziario. In questo scenario, la crescita del credito cinese aumenterebbe probabilmente in modo sostanziale, creando nuovi rischi per gli investimenti fissi locali e per la crescita delle esportazioni dei mercati emergenti». 

Tra l’altro, va ricordato che questo problema non ha contribuito a migliorare i rapporti fra la Cina e il resto del mondo, fatto di cui ci siamo già accorti in Italia, paese con cui tradizionalmente le relazioni sono sempre state molto buone e che ora corre il pericolo di una crisi diplomatica.

CHE SIA LA VOLTA BUONA?

Il fatto che le situazioni di panico offrano spesso occasioni d’oro di acquisto fa parte della mitologia e dei luoghi comuni dei mercati finanziari. Detto ciò, non sempre situazioni di crash lasciano rapido spazio al ritorno degli investimenti. Il terribile terremoto che colpì il Giappone nel 1995 è da molti considerato il colpo di grazia allo storico bull market del Nikkei del decennio precedente. Le condizioni sono ovviamente completamente diverse: allo scoppio della bolla nipponica il Sol Levante era un paese ai massimi vertici dello sviluppo mondiale con mercati finanziari dalle quotazioni spesso stratosferiche. La Cina sta invece ancora attraversando il guado verso lo status di nazione ad alto reddito. A fine 2019 il Fondo Monetario Internazionale ha stimato il Pil pro capite nominale per la prima volta sopra la soglia dei 10 mila dollari. Attualmente la Banca Mondiale considera un’economia ad alto reddito se questa misura è sopra 12.500 dollari. 

La Cina, dunque, non è ancora una realtà ricca, ma ci si sta avvicinando a tappe forzate, a ritmi praticamente unici nel panorama globale, come ricorda  Jasmine Kang, gestore del fondo Comgest Growth China: «Il topo sarà anche una creatura scaltra e impopolare nella nostra cultura, ma in Cina è sinonimo di diligenza, intelligenza, energia, determinazione e raggiungimento degli obiettivi, ed è quindi il simbolo ideale per un anno in cui il modello di crescita cinese sta diventando più sostenibile e il mercato azionario più trasparente e aperto agli investitori esteri. Almeno dal punto di vista economico, negli ultimi anni gli dei sono stati benevoli. Il passaggio dell’economia cinese da una crescita trainata dal credito e dalle infrastrutture a un’altra spinta dall’innovazione, dai servizi e orientata ai consumatori è quasi completo e i redditi reali sono in costante crescita. L’apertura dei mercati azionari di Shenzhen e Shanghai procede a ritmo serrato. Il potenziale a lungo termine del paese in veste di centro finanziario è enorme. Anche se la quota degli investitori stranieri nel mercato delle A share è ancora contenuta, l’accesso degli istituzionali esteri alle piazze continuerà a intensificarsi nei prossimi anni, promuovendo l’afflusso di capitali e la professionalizzazione dei mercati finanziari. Il miglioramento della trasparenza e delle tematiche Esg è ancora agli inizi, ma sono sempre più numerose le aziende che già oggi redigono il bilancio secondo gli standard internazionali».

UNA LOGICA DIVERSA

In effetti la Cina sta studiando da tempo da super-potenza e, quindi, si muove con una logica completamente diversa rispetto ad altri emergenti. Tutto ciò nell’ultimo decennio non si è riflesso nell’andamento generale degli indici di tipo composite, che peraltro venivano da una bolla enorme nel periodo 2005-2007 e nel 2014-2015. La base degli investitori domestici, infatti, è ancora costituita da un retail che si muove con una logica di breve periodo, mentre la partecipazione degli stranieri alle azioni A rimane molto limitata. Ciò non toglie, però, che Shenzhen e Shanghai siano terreno fertile per un adeguato stock picking, come rammenta sempre Jasmine Kang: «Nonostante sia un mercato noto per la sua elevata volatilità, sul lungo termine le prospettive per l’azionario cinese sono positive. Negli ultimi 12 mesi l’indice “China Shenzhen”, che vanta una forte inclinazione verso l’It e il settore sanitario e una crescita del 36% in dollari, è stato una delle migliori piazze azionarie al mondo e ha addirittura superato il Nasdaq. Nell’anno del topo è importante mantenere il senso delle proporzioni e non limitarsi a inseguire l’ascesa dei prezzi, ma investire nella qualità a lungo termine e avere la pazienza di delineare un profilo di rischio-rendimento ottimale per il proprio investimento in Cina».

DUE GRANDI TRONCONI

Essenzialmente, anche se in maniera troppo semplicistica, il paese può essere diviso in due grandi tronconi. Da una parte l’economia legata ai consumi, dall’altra quella ancora basata sugli investimenti, con la questione del commercio estero che fa un po’ da ago della bilancia fra la nuova e la vecchia Cina. Sarebbe sbagliato affiancare a questa dicotomia una correlazione netta fra il settore privato e quello pubblico, perché diversi dei maggiori colossi statali sono pienamente esposti alla straordinaria crescita dei redditi cinesi, mentre molte società in mano ai privati operano in comparti dipendenti in maniera significativa dall’industria pesante e dalle infrastrutture. Ovviamente un discorso a parte merita la tecnologia su cui si gioca una quota molto importante del futuro del paese. 

In definitiva, dunque, la Repubblica Popolare è un ambiente equity dove bisogna portare pazienza, ma il solo fatto di evitare, o quanto meno ridurre, l’esposizione a certi nomi, senza portare avanti una mera allocazione per capitalizzazione, può portare a spettacolari performance. La filosofia che oggi guida chi si approccia a questa enorme economia è legata a un’idea di fondo molto precisa: è difficile puntare su un manipolo di società ben preciso, perché stiamo parlando di un sistema ancora in transizione, dove non è ancora chiarissimo quali campioni emergeranno vincitori. In qualche maniera, se si adotta questa chiave di lettura, la volatilità, i movimenti di breve e persino le periodiche bolle che vengono a manifestarsi nei vari segmenti dell’equity del Dragone appaiono più sensati. La vicenda stessa delle reazioni degli investitori asiatici al coronavirus sembra confermare questa tesi di fondo, come sottolinea Tim Love, di Gam Investments: «Al momento crediamo che il mercato mostri ottimismo e speriamo che la situazione rimanga sotto controllo. Da un punto di vista settoriale, abbiamo già assistito a una prevedibile rotazione: l’healthcare cinese e i titoli dei segmenti legati alla sanità e al farmaceutico globale, come ad esempio i produttori di guanti in lattice in Malaysia, sono cresciuti del 10-20%. Di contro, comparti che beneficiano di una concentrazione della popolazione sono stati colpiti negativamente: è il caso delle società legate ai viaggi, come l’operatore online cinese Trip.com, delle compagnie aeree (a livello globale ma soprattutto in Cina), dei casinò (ad esempio Wynn, con sede a Macao ma di proprietà Usa) e delle compagnie di navigazione (Carnival)». 


Unknown's avatar
Redazione

La redazione di Fondi & Sicav è un team di esperti e appassionati di finanza, specializzati nell’analisi e nell’approfondimento di fondi comuni, SICAV e strumenti di investimento. Con un approccio chiaro e aggiornato, forniscono contenuti di qualità per guidare i lettori nelle scelte finanziarie più consapevoli.