di Heidi Foppa

Il Covid 19 è l’ultima drammatica e forse anche evidente esperienza che conferma che il mondo deve cambiare. Ilaria Capua, è tra i 50 scienziati più importanti degli Stati Uniti. Ha studiato medicina veterinaria e si è specializzata in “virus emergenti”. È tra i primi esperti ad avere compreso la criticità della situazione alla comparsa del coronavirus. Già a gennaio, quando ci fu la prima epidemia in Cina, ne aveva annunciato la pericolosità. Da allora, ha sempre mostrato una presenza attiva e costante nel fornire il suo contributo da esperta su come affrontare il diffondersi della malattia.

RESPONSABILITÀ DELL’UOMO

«Non c’è alcun dubbio che questo virus non sia stato realizzato in laboratorio, bensì venga dal mondo animale e, attraverso un salto di specie, abbia attaccato l’organismo umano. Tuttavia, bisogna essere consapevoli che, comunque, l’uomo ha una sua responsabilità». In un’intervista, Ilaria Capua ha dichiarato che è stato l’essere umano ad avere provocato questa situazione, mostrando scarso rispetto per il pianeta: si è impossessato di territori che appartengono al mondo animale, ha commerciato animali selvaggi in precarie condizioni igieniche nei mercati urbani nel centro di grandi città, dove permangono povertà e diseguaglianza sociale: ha creato così una combinazione esplosiva. In un suo recente libro, “Salute circolare”, Ilaria Capua fa un appello sull’urgenza di trovare un nuovo modo di pensare e vivere, di ricostruire l’equilibrio tra ambiente, natura e animali. Tutto è interconnesso, nessuno escluso: un solo animale può provocare una crisi globale e fermare il mondo intero e ora lo si sta sperimentando. 

Forse, questa terribile esperienza del Covid 19 rappresenta un’occasione per ridefinire il modo di vivere. Forse questo virus, che attacca cosi aggressivamente i polmoni, vuole darci un segnale chiaro: il polmone più grande e vitale per l’intera umanità, il pianeta terra, può sopravvivere solo se ce ne si prende cura e se si rendono sostenibili il modello di sviluppo e il nostro modo di vivere. Questa sensibilità era già presente prima dello scoppio della pandemia, ma in pochi avevano realmente iniziato a investire condividendo la necessità di un cambiamento e rivedendo anche il proprio modo di vivere. Ora il coronavirus impone una riflessione ancora più profonda su questo tema e su come la tecnologia possa aiutare l’uomo in tale percorso. Investire nella conservazione della natura è una necessità vitale.

Nel mondo dell’impact investing numerose organizzazioni internazionali e diversi investitori sono giornalmente impegnati a strutturare modelli di finanziamento a sostegno di progetti per la conservazione della natura e la realizzazione di spazi vitali per un ecosistema integrato ed equilibrato. Un interessante studio pubblicato da Jp Morgan mostra che nei prossimi cinque anni i privati potrebbero investire fino a 5,6 miliardi di dollari in progetti di impact investing focalizzati sulla conservazione della natura, la cui finalità non deve essere esclusivamente il lucro.

RIDUZIONE DELLA PRESSIONE

Ma che cosa si intende per impatto positivo sulle risorse naturali e sugli ecosistemi? Si tratta di una riduzione della pressione su una risorsa ecologicamente critica e/o la conservazione e il miglioramento di un habitat. Come si può operare? Con investimenti a impatto che riguardano la conservazione di un determinato ambiente. Ci sono tre aree specifiche di attività economica orientata alla conservazione:

• la produzione sostenibile di alimenti e fibre, compresi investimenti in settori sostenibili quali l’agricoltura, la produzione di legname, l’acquacoltura e la pesca; 

• la conservazione dell’habitat, compresi investimenti in settori come la riduzione delle emissioni causate da deforestazione e degrado forestale (noto come Redd o Redd+);

• la salvaguardia dell’acqua, con investimenti in settori come lo spartiacque protezione, la negoziazione di crediti idrici e/o la negoziazione di diritti idrici.

UN APPROCCIO OLISTICO

I progetti sostenibili legati all’alimentazione e alla produzione di fibre, tra cui la silvicoltura e l’agricoltura, rappresentano i due terzi di tutti gli investimenti in questo ambito realizzati con capitale privato. Questi ultimi sono in particolare impiegati nella crescita dell’agricoltura sostenibile, ma occorre adottare un approccio olistico per rendere sostenibile un progetto di conservazione nel tempo. 

Personalmente ho partecipato a un progetto di conservazione in Kenya, dove un gruppo di filantropi, organizzazioni internazionali come Wwf, Norad, impact come Lgt, Climate Justice Resiliance Fund, Tusk, si sono uniti per creare e sostenere lo sviluppo di ecosistemi, con un approccio da stakeholder, che include e rispetta tutti i soggetti appartenenti all’ecosistema, fauna selvatica inclusa. Nell’arco di 20 anni sono riusciti a creare un’area di conservazione grande come la Norvegia, dove i visitatori, la popolazione indigena, gli animali e la natura vivono insieme in perfetta sintonia e rispetto. L’impatto positivo scalabile sulle sfide ambientali e sociali non si manifesta in modo isolato. Una strategia mirata e un sistema di misurazione efficace sono fondamentali per la corretta attuazione. 
I sustainable developments goals rappresentano un’ottima linea guida nel seguire la metodologia e gli obiettivi strategici (un ottimo esempio su https://www.maraconservancies.org/mmwca-2018-social-impact-report/).

I RISCHI VITALI

Negli ultimi anni si è avuta la dimostrazione che i rischi vitali non sono economici, ma ambientali: il Covid-19 ha accelerato una crisi già esistente. Ora l’economia è in profonda recessione e si stanno approntando ingenti misure di sostegno. Tuttavia, ancora una volta, la solidità finanziaria è il parametro di riferimento per decidere i finanziamenti, quando, invece, proprio ora, si dovrebbe stabilire di sostenere e investire in aziende che operano per la conservazione dell’ambiente nel suo complesso, con modelli sostenibili.

PAURA DI SUBIRE PERDITE

È interessante notare che in questa crisi, non finanziaria ma sanitaria, tanti investitori, grandi e piccoli, hanno abbandonato gli investimenti sostenibili, per la paura di subire perdite nel breve periodo. Sembra quasi che abbiano dimenticato le ragioni che li avevano spinti a investire. Se non si cambia il modello economico e i consumi, accadrà che, dopo questo periodo di stallo, riaccelereranno i vecchi modelli, con il rischio di essere ancora una volta presi in contropiede da un altro virus forse anche più pericoloso. Le numerose iniziative di impact investing, cioè la volontà di investire con obiettivi sociali e finanziari misurabili, rappresenta un modello promettente da seguire.

«Non è la specie più forte o la più intelligente a sopravvivere,  ma quella che si adatta meglio al cambiamento». (Leon C.  Megginsondel).


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Redazione

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