La situazione macroeconomica
Una risposta mai vista prima
Di fronte a previsioni di crollo delle economie di tutto il mondo, gli stati hanno mobilitato una quantità di capitali come non era mai avvenuto in precedenza. Gli Usa hanno varato misure pari al 11% del Pil, Il Giappone al 20%, la Germania al 5%, il Regno Unito al 2%; la Cina sembra pronta a lanciare un piano di circa 10 trilioni di renminbi, che costituisce il 10% del Pil. Anche le banche centrali si sono mosse con la stessa logica. Ma ciò che manca è una pianificazione futura sul modello di sviluppo che si vorrà perseguire
Lo scorso aprile l’Fmi ha pubblicato le previsioni sull’andamento dell’economia mondiale. «Il quadro sanitario che emerge, che causa costi umani elevati e crescenti in tutto il mondo, e le misure di protezione necessarie incidono gravemente sull’attività economica. A causa della pandemia, si stima che l’economia globale si contrarrà bruscamente del 3% nel 2020, molto peggio che durante la crisi finanziaria del 2008-2009». Se si tiene conto che solo lo scorso gennaio lo stesso Fmi prevedeva una crescita globale del 3%, lo swing da +3 a -3% rappresenta un’oscillazione verso la recessione che non ha precedenti se non con la crisi del ’29.
Nell’analisi fatta dall’Fmi si legge che, se il virus scomparisse entro la seconda metà del 2020, l’economia globale dovrebbe crescere (nello scenario base) del 5,8% il prossimo anno, grazie all’aiuto del sostegno politico. L’istituto stima anche che la produzione mondiale si contrarrà del 4,2% quest’anno, rispetto al -1,6% nel 2009, durante la crisi finanziaria. Il 90% di tutti i paesi sperimenterà una crescita negativa del prodotto interno lordo, rispetto al 62% nel 2009, quando la Cina crebbe del 9,2%. Solo due stati sono stimati in territorio positivo: l’India (1,9%) e ancora la Cina (1,2%).
Siamo di fronte alla più importante crisi che il mondo ha affrontato dopo la seconda guerra mondiale e al più grande disastro economico dalla depressione degli anni ‘30, che richiederà sforzi enormi per essere superato. Negli ultimi due mesi si è assistito a un dispiegamento di sforzi cospicuo, sia da parte dei governi, sia delle banche centrali. Gli Stati Uniti hanno varato misure pari al 11% del Pil, Il Giappone al 20%, la Germania al 5%, il Regno Unito al 2%; la Cina sembra pronta a lanciare un piano di circa 10 trilioni di renminbi, che costituisce il 10% del Pil. L’adozione di queste misure, per quanto inevitabile, provocherà un incremento del debito da parte dei singoli paesi.
Gli Stati Uniti, oltre all’aumento considerevole del debito pubblico, avranno un allargamento del deficit su una scala che non si registrava dalla seconda guerra mondiale. Prima che la pandemia scoppiasse, il Congressional budget office (Cbo) aveva previsto un deficit di 1,1 trilioni di dollari per l’anno fiscale in corso, equivalente al 4,9% del Pil. Dopo lo stimolo del governo federale per attutire gli effetti del coronavirus, il Cbo prevede un aumento del disavanzo di 1,6 trilioni di dollari, che porterebbe, teoricamente, il nuovo deficit al 10% del prodotto interno lordo. Moody’s stima che si potrebbe toccare il 10-12%, un livello superiore al 9,8% raggiunto durante la grande crisi finanziaria del 2009. Sempre il Cbo ha dichiarato che nel prossimo decennio il Coronavirus aid relief and economic security act aumenterà il disavanzo di 1,8 trilioni di dollari.
DEFICIT USA SOTTO PRESSIONE
Tutto ciò avviene in un contesto in cui il deficit si stava già gonfiando sotto la presidenza Trump, soprattutto a causa dei tagli fiscali voluti dall’amministrazione repubblicana che sono entrati in vigore nel 2018. Va però sottolineato che anche una maggiore offerta di debito dovrebbe incontrare una domanda di Treasury che è rimasta robusta sul mercato. A questo proposito, Fitch, nel confermare il rating di credito AAA degli Usa, ha affermato che «recenti dislocazioni e illiquidità nel mercato dei titoli del Tesoro Usa riflettono cambiamenti nella struttura del mercato e condizioni eccezionali e non segnalano percezioni accentuate del rischio di credito Usa sulla parte degli investitori». La manovra americana, dopo difficili negoziazioni, è il risultato di un accordo tra repubblicani e democratici, nella congiunta determinazione di sostenere l’attività economica del paese e nella volontà di usare tutti gli strumenti possibili per sostenere i settori industriali più colpiti dalla crisi.
Per contrastare la depressione causata dalla pandemia globale di coronavirus, il Giappone ha adottato un pacchetto economico di un valore di 117 trilioni di yen. Il piano è il più grande di sempre e circa il doppio rispetto a quello della crisi finanziaria del 2008. Lo stimolo, con 39,5 trilioni di yen di spesa fiscale diretta, comprende misure di emergenza del valore di 2,1 trilioni di yen già annunciate dopo lo scoppio del virus e una serie di programmi da 19,8 trilioni di yen, compilati a dicembre, volti a mitigare l’impatto economico sui consumi con l’aumento delle tasse dello scorso anno. Alcuni economisti hanno criticato una mancanza di stimoli fiscali proattivi, come ad esempio hanno fatto gli Stati Uniti, con lo stanziamento di 300 miliardi per pagamenti diretti alle famiglie. Altri, come Takahide Kiuchi, capo economista del Nomura research institute, hanno messo in dubbio il processo di formulazione del pacchetto, mettendo l’accento sulla carenza di un’analisi su misure specifiche prima di decidere l’ammontare da stanziare per finanziarle. Kiuchi non ha inoltre celato il suo scetticismo sull’efficacia che questo pacchetto avrà, nel breve, a sostenere l’economia giapponese colpita dal virus, visto che le misure di aiuto, come la moratoria sui pagamenti delle società dei contributi fiscali e previdenziali, ne costituiscono la maggior parte. Il rapporto debito/Pil del Giappone è già oltre il 230%. In realtà la nuova riformulazione dei capitoli di spesa del budget supplementare prevede che il cash in hand destinato alle famiglie sarà di circa 14 trilioni di yen (12% del totale) circa la metà di quanto invece destinato dagli Usa nel loro budget supplementare (500 miliardi di dollari).
PERSINO LA GERMANIA…
La Germania ha annunciato un pacchetto da 750 miliardi di euro per mitigare i danni dell’epidemia di cui 186 miliardi sono di pura spesa pubblica aggiuntiva. È dal 2013 che Berlino non redige una manovra facendo ricorso all’emissione di nuovo debito. Il bilancio supplementare del governo federale è di 156 miliardi di euro, che sarà finanziato con nuovi prestiti. Il pacchetto include altri 100 miliardi di euro di credito all’istituto pubblico Kfw per elargire prestiti alle imprese in difficoltà. Tra le misure approvate, anche un progetto di legge per creare un fondo di stabilizzazione di 500 miliardi di euro. I fondi saranno utilizzati per garantire il debito delle imprese a rischio di insolvenza e ad acquistare quote dirette di capitale in società contendibili da gruppi stranieri. Il governo ha inoltre promesso denaro illimitato alle società che affrontano problemi di liquidità sotto forma di prestiti erogati dalla banca di sviluppo statale Kfw. Lo stato sarà responsabile per il 90% di ogni prestito. Il ministro delle finanze tedesco, Olaf Scholz, nell’annunciare il piano, ha espressamente dichiarato che non esiste il limite massimo agli aiuti che la Germania può mettere in campo.
Alle misure messe in campo dai singoli governi, si sono aggiunte le decisioni da parte delle banche centrali che hanno dispiegato gran parte degli strumenti a loro disposizione per fornire liquidità al mercato e svolgere una funzione complementare e a sostegno delle decisioni politiche. La risposta coordinata di Fed, Bce e BoJ è arrivata quando i mercati finanziari attraversavano il momento peggiore dei loro corsi, in balia dell’incertezza di un agente esterno, inaspettato e, soprattutto sconosciuto.
LA FED SI È MOSSA PER PRIMA
La Fed è stata la prima a muoversi, rispolverando le politiche già adottate in occasione della crisi finanziaria e, in un certo senso, enfatizzandole ulteriormente, visto il livello dei tassi già basso. Le hanno fatto eco le banche centrali di Nuova Zelanda, Australia, Giappone e Corea del Sud, cui poi si sono aggiunte tutte le altre, Bce compresa, nonostante l’inefficacia iniziale delle dichiarazioni della presidente Lagarde. Taglio dei tassi e acquisto di titoli sul mercato è stato il mantra che ha accomunato gli istituti centrali nello sforzo di sostenere l’economia mondiale. Al 10 aprile, il bilancio della Fed era di 6,4 trilioni di dollari, con un netto incremento nel mese di marzo. Le previsioni sono che la Banca centrale Usa continuerà a stabilire record settimanali man mano che proseguirà ad acquistare titoli del tesoro e bond garantiti da ipoteca e a concedere prestiti a società finanziarie in cambio di garanzie, nello sforzo di mantenere liquidità sui mercati finanziari.
UN UNICUM IN TEMPO DI PACE
La Bce ha acquistato 66,5 miliardi di titoli nel mese di marzo e nella prima parte di aprile c’è stata un’accelerazione dell’attività, con focus su Italia, Francia e Spagna. Il bilancio della Bce è di circa 5,2 trilioni di euro. La BoJ, più o meno nello stesso periodo, ha toccato 609.891 miliardi di yen, circa il 109% del Pil del Giappone. Non si era mai visto uno stimolo fiscale di queste dimensioni in tempo di pace. Le banche centrali, impegnate sullo stesso fronte, faranno tutto il possibile per coordinare le loro politiche espansive e iniettare tutta la liquidità necessaria, sobbarcandosi probabilmente un ammontare importante del nuovo debito che sarà emesso e che rimarrà sui loro bilanci per molto tempo. È la prima volta che si assiste, all’interno del G7 a uno sforzo congiunto di politiche fiscali, di stimoli e misure monetarie.
I tassi rimarranno bassi, anche quelli a lunga scadenza, sino a quando non si vedrà che le misure concertate genereranno gli effetti sperati sul tessuto economico. Ancora una volta, dopo la grande crisi finanziaria, ci si dovrà confrontare con il livello totale del debito, ed evitare che vada fuori controllo. Uno studio della Federal Reserve di St, Louis rileva che le economie di tutto il mondo, dopo la crisi finanziaria del 2008, avevano portato i livelli di indebitamento a nuovi massimi in un periodo di tempo relativamente breve. Il debito globale in percentuale sul Pil aveva raggiunto il picco del 245% a settembre 2016 per poi scendere al 238% nel marzo 2019. Il calo dal 2016 suggeriva che i livelli di debito globale post-crisi potevano finalmente stabilizzarsi soprattutto nelle economie avanzate. Quel processo è stato ora interrotto e si entrerà in una nuova fase dove, come allora, non tutti i paesi sono nelle stesse condizioni.
Il whatever it takes intrapreso dalle banche centrali sembra che si sia affermato come nuovo paradigma economico, dove non vi è più una differenza tra misure congiunturali e strutturali per scongiurare le crisi one-off (v. coronavirus) e dove, soprattutto, si rende evidente che la monetizzazione del debito non è più un tabù.
UN NEMICO SCONOSCIUTO
Come evolverà la crisi è prematuro dirlo, visto che si combatte contro un nemico ancora sconosciuto. Le misure sinora approntate sono simili a quelle adottate durante le crisi precedenti e di alcune di esse si è spesso dibattuto sulla reale efficacia. Oggi, come nel 2008, ai governi viene chiesto di assumersi le proprie responsabilità, sia nell’intervenire in uno stato di emergenza, sia di redigere una pianificazione futura sul modello di sviluppo che si vorrà perseguire. Rispetto alla grande crisi finanziaria, la necessità di una profonda riflessione sul tema è ora più che mai necessaria e la crisi di oggi lo ha dimostrato con tutta la su forza.
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Redazione
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