di Aldo Pigoli

Negli ultimi anni il sistema paese italiano si è dovuto confrontare con significative e spesso rapide evoluzioni del contesto internazionale di non sempre semplice comprensione e interpretazione. La pandemia da Covid-19 ha sicuramente contribuito a rendere più complesso l’orizzonte di analisi, anche perché, sebbene vi sia stata una certa simmetricità nella crisi, i suoi impatti sono stati sicuramente asimmetrici, colpendo maggiormente alcuni paesi e meno altri. È il caso dell’Italia, che si trova oggi ad affrontare una serie di nuove e vecchie criticità. È indubbio che il nostro Paese è di fronte a un momento storico importante e che è quanto mai opportuno ripensare la nostra proiezione futura, a livello politico e soprattutto economico. Dal 2001 la crescita reale del Pil italiano non ha mai superato il 2% su base annuale, andando più volte in negativo. A ciò fa da contraltare un aumento dell’indebitamento, con un peso del debito sul Pil tra i più alti al mondo e che si prevede possa raggiungere entro la fine del 2020 il 170%.

PESO ECONOMICO SCESO

Considerando il nostro peso economico a livello mondiale, esso è sceso rispetto agli anni passati. Attualmente l’Italia è la nona potenza mondiale per Pil in termini nominali, ma è la 14° economia al mondo se consideriamo il valore per parità di potere d’acquisto (Ppa). A livello pro capite, in termini reali siamo all’ultimo posto tra i paesi G7: se considerassimo il parametro della Ppa, scopriremmo che la Spagna ci sta davanti e che abbiamo gli stessi numeri della Repubblica Ceca e della Slovenia. Non è un mistero che il potere d’acquisto degli italiani è sceso significativamente negli ultimi 20 anni (circa -4%), con una tendenza contraria rispetto a gran parte dei paesi dell’Eurozona, dove tale indicatore è cresciuto. Bisogna inoltre considerare che a livello demografico dal 2014 la popolazione italiana ha smesso di crescere: nel 2014 l’incremento è stato attorno allo 0%, mentre negli anni successivi è risultato sempre negativo, portando a una diminuzione della popolazione residente, che oggi è di circa 60,3 milioni di abitanti (come nel 2009).

PROGRESSIVA INVOLUZIONE

Anche a livello socioeconomico l’Italia sta assistendo a una progressiva involuzione. Lo Human development index (Hdi, Indice di sviluppo umano) delle Nazioni Unite prende in esame tre categorie di indicatori: aspettativa di vita alla nascita, grado di scolarizzazione, reddito pro capite. Benché i livelli di sviluppo umano del nostro paese siano cresciuti, è scesa la nostra posizione nel ranking internazionale: nel 2000 l’Italia occupava il 19° posto nella classifica dello Hdi, attualmente è al 29°. Emblematico è l’aspetto legato ai livelli di istruzione del nostro Paese, che ci vedono spesso agli ultimi gradini in ambito europeo, in particolare per quanto riguarda l’insegnamento universitario e post-universitario e la formazione permanente. Discorso simile potrebbe essere fatto sulla digitalizzazione e sulle conoscenze informatiche di buona parte della popolazione italiana. Questo andamento del sistema paese Italia va analizzato all’interno del più ampio sistema internazionale, nel quale siamo inseriti, che ci influenza in varie forme e che condiziona l’orizzonte delle nostre scelte strategiche. 

Di fronte a quella che negli ultimi anni è emersa come un’involuzione del processo d’integrazione europea, soprattutto dal punto di vista politico (basti pensare a come sono state gestite le crisi finanziaria, migratoria e del Covid-19) e alle continue spinte centrifughe che, come la Brexit, puntano a un abbandono del sistema unitario europeo, qualcuno ha iniziato a “guardarsi attorno” per comprendere quali alternative o vie parallele possano essere percorse. Senza entrare nel dibattito politico, è tuttavia opportuno considerare che l’Italia, come qualsiasi altro paese dell’Ue, non può realisticamente pensare di percorrere in solitaria il proprio percorso di sviluppo: in un contesto internazionale caratterizzato dall’emergere e affermarsi di nuove potenze demograficamente, economicamente e militarmente sempre più rilevanti, affrontare le sfide della globalizzazione senza puntare a un rafforzamento dell’Unione europea è a dir poco incoerente e sicuramente pericoloso. Piuttosto, è opportuno ripensare alle modalità con cui i paesi europei, soprattutto i tre più rilevanti demograficamente ed economicamente (Germania, Francia e Italia), vogliono costruire il loro futuro. Di sicuro, nonostante alcune iniziative economico-finanziarie per reagire alla crisi generata dal Covid-19 (su tutte il Recovery plan proposto dalla Commissione europea), negli ultimi anni i paesi membri hanno mostrato una certa schizofrenia nelle scelte strategiche da essi effettuate, soprattutto guardando alle relazioni internazionali.

DETERMINANTE LA NATO

Anche il sistema di alleanze politico-militari che fa capo alla Nato è un fattore determinante del nostro sviluppo geopolitico e geostrategico. L’alleanza transatlantica, pur con le sue contraddizioni e le tensioni interne, rappresenta un baluardo fondamentale in termini di sicurezza del nostro Paese e permette il mantenimento di un sistema di relazioni politiche cui sottende un retroterra culturale comune (il cosiddetto “sistema occidentale”), fatto di principi politici e valori condivisi tra i paesi europei e con i nostri partner nordamericani.

Tuttavia, se si guarda agli Usa, la politica di Washington nei confronti dell’Europa e dell’Italia in particolare ha subito diverse trasformazioni anche prima dell’avvento di Donald Trump alla Casa bianca. Essendosi progressivamente spostato l’orizzonte geoeconomico e geopolitico a livello internazionale, con un sempre maggiore peso dell’area asiatico-pacifica, altre regioni, a partire dal Medio Oriente e Nord Africa (Mena), hanno visto progressivamente diminuire l’interesse e quindi l’attenzione da parte delle autorità di Washington. La crisi libica e siriana sono chiari indicatori di una presenza meno forte da parte degli Usa, alla quale fa da contraltare la mancanza di una visione strategica comune da parte europea. 

Fare perciò ancora affidamento sul sostegno e l’aiuto di Washington, così come hanno fatto i paesi europei e l’Italia nei decenni passati per gestire le evoluzioni in atto, potrebbe non produrre gli effetti desiderati, proprio come già si è manifestato in più occasioni.

ATTORI REGIONALI

Proprio l’area del Mediterraneo centro-orientale, che storicamente e in prospettiva futura è di fondamentale rilevanza per gli interessi economici e della sicurezza italiani, ha visto recentemente crescere la presenza di vari attori regionali (Turchia, Egitto,  Arabia Saudita, Emirati  Arabi Uniti, Qatar e Iran) e internazionali (Russia e Cina) e parallelamente decrescere l’influenza dei player occidentali. Si tratta di una cartina tornasole dell’evoluzione geopolitica e geoeconomica cui stiamo assistendo più in generale a livello globale. Oltre ai tentativi dei diversi attori regionali di incrementare la propria rilevanza e occupare sempre più spazi, in quest’area si manifestano le volontà di espansione di Mosca, che da sempre punta ad allargare la sua presenza politica, economica e militare nei mari “caldi” e di Pechino, la cui Via della seta marittima ha nel Mediterraneo centro-orientale uno dei passaggi strategici. Da anni la Cina punta a incrementare la sua presenza nell’area, sia per sfruttare le opportunità economiche qui presenti, sia per assicurarsi l’accesso a un mercato strategico come quello europeo. 

Sia per la Russia, sia per la Cina, l’Italia rappresenta un partner importante in ottica mediterranea e le autorità di Roma possono puntare a sfruttare questo fattore, così come hanno iniziato a fare a più riprese i governi passati e quello attuale. 

CONSIDERAZIONI FINALI

Tuttavia, è necessario fare alcune considerazioni finali:

– Sia per Mosca, sia soprattutto per Pechino l’Italia è uno tra i tanti partner economici e politici e altri paesi europei (la Germania in primis) e internazionali rappresentano attori più rilevanti commercialmente e in termini di investimenti economici rispetto a noi.

– Anche laddove vi sia un genuino e profondo interesse da parte russa e cinese nei nostri confronti, l’Italia deve scontrarsi con le resistenze di Washington che, così come ha fatto con altri paesi del Vecchio continente, si è sempre opposta a un rafforzamento della presenza russa e cinese in Europa (vedi questione energetica con Mosca e 5G con Pechino).

– L’incremento delle relazioni italiane con Russia e Cina deve passare necessariamente dall’ambito di una politica estera europea condivisa, pena una minore capacità negoziale e un ritorno “dell’investimento” minore o addirittura non profittevole. Da questo punto di vista, la Via della seta può costituire una grande opportunità come un potenziale rischio.


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Redazione

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