La pandemia che ha colpito pesantemente l’intero pianeta ha dato una spinta positiva agli strumenti Esg, che nel primo trimestre del 2020 a livello globale hanno raccolto 45,6 miliardi di dollari rispetto a 384,7 miliardi di riscatti netti sofferti dai prodotti tradizionali. Ed è probabile che per la spinta dei regolatori, che stanno puntando con sempre maggiore forza su questo modo di fare finanza, e per le richieste del mercato il boom sia solo all’inizio
Dall’inizio dell’anno a fine maggio l’indice Msci world Esg leaders ha registrato una over-performance dell’1,44% rispetto al suo corrispettivo Msci world. Inoltre, secondo Morningstar, nel primo trimestre i fondi sostenibili a livello globale hanno raccolto 45,6 miliardi di dollari, rispetto a 384,7 miliardi di riscatti netti sofferti dai prodotti tradizionali. In Europa si registra la stessa tendenza con gli strumenti Sri che hanno riportato nuovi flussi per 30 miliardi di euro rispetto a uscite per ben 148 miliardi dai prodotti tradizionali.
Uno studio pubblicato da Kpmg (“Covid 19: il ruolo del chief sustainability officer” e “Reporting finanziario e di sostenibilità ai tempi del Covid-19”) sottolinea la resilienza degli investimenti sostenibili e responsabili (Sri) al Covid-19. Le argomentazioni a sostegno della tesi sono legate, sia a un confronto delle performance registrate dai fondi sostenibili, sia ai flussi in entrata in questi prodotti nel primo trimestre del 2020. Inoltre, Kpmg menziona gli studi di BlackRock che evidenziano una correlazione tra la sostenibilità e gli indicatori tradizionali, come la qualità e la bassa volatilità, che a loro volta indicano resilienza, e mette in risalto che «l’iniziale cambiamento nelle preferenze, rilevato tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020, è stato accelerato dalla crisi e rappresenta un altro fattore chiave per la resilienza dei fondi sostenibili negli ultimi mesi». Nel report “Sustainable investing: resilience amid uncertainty” l’asset manager americano, nell’analizzare la performance di indici e fondi Esg rispetto a quelli tradizionali, sottolinea che è stata registrata una forte performance dei temi che riguardano la cultura aziendale, l’efficacia del consiglio di amministrazione e le relazioni con la clientela. In sintesi, la conclusione è che gli investitori più informazioni hanno a disposizione meglio riescono a valutare i rischi.
I criteri Esg offrono, da questo punto di vista, diversi vantaggi perché aiutano a identificare i processi di trasformazione e rafforzamento verso modelli di business sostenibili. Nel 2017 il Cfa Institute avevafatto un sondaggio in cui, tra le diverse domande, chiedeva ai portfolio manager perché prendessero in considerazione i criteri Esg nelle loro analisi e decisioni di investimento: il 65% aveva risposto che lo faceva perché aiutava a gestire i rischi. È quindi presumibile supporre che, se un’azienda ha adottato politiche e pratiche di sostenibilità, tra i cui obiettivi c’è anche la mitigazione dei rischi, sia meglio equipaggiata di altre nell’affrontare momenti di difficoltà economiche e di maggiore volatilità sui mercati finanziari.
Detto ciò, non va dimenticato che la crescita dei prodotti finanziari a vocazione Sri è relativamente recente e la loro maggiore resilienza durante la pandemia abbraccia un periodo molto limitato, statisticamente non significativo. Durante la crisi dei subprime, ad esempio, si era assistito a un fenomeno analogo, ma su scala molto più ridotta, probabilmente ascrivibile a un interesse più contenuto da parte degli investitori e alle minori masse in gestione. Inoltre, i fondi Esg tendono ad avere un sovrappeso nei settori che hanno resistito meglio alla crisi, in primis la tecnologia e la sanità.
Secondo l’asset manager La Française, il buon andamento dei titoli Esg è da ascrivere a fattori fondamentali. «A nostro avviso non è stata solamente la mancanza di visibilità che ha portato gli investitori a fuggire verso safe haven con alti standard Esg(…).A livello regionale, la performance è stata migliore soprattutto negli Usa, meno pronunciata in Europa dove i fattori extra-finanziari sono più recenti (…). Nelle fasi ribassiste di mercato, sono stati soprattutto standard sociali e di governance forti, a nostro avviso, a garantire questa relativa solidità. Una gestione affidabile del capitale umano ha consentito di proteggere i dipendenti e di riorganizzare i processi, minimizzando di conseguenza i disagi. Allo stesso tempo, una governance forte ha assicurato comunicazioni trasparenti con gli investitori e un’assunzione di responsabilità con gli stakeholder.(…) Anche le aziende con emissioni di carbonfossile inferiori rispetto alla media del proprio settore hanno registrato sovraperformance, poiché l’emergenza climatica rimane sempre attuale».
UN PROCESSO LENTO
«In questo contesto», secondo i gestori dei fondi azionari sostenibili globali ed europei di Nn Investment partners, «l’inevitabile impatto negativo sulla crescita economica ha innescato una domanda cruciale: in quale misura gli investimenti in equity potranno sopportare un periodo prolungato di crisi economica? La risposta va cercata nella qualità delle società in portafoglio, nella forza dei loro bilanci e nella resilienza dei loro modelli di business: tutti elementi, quest’ultimi, che possono svolgere un ruolo importante nell’affrontare lo shock economico asimmetrico causato dal Covid-19».
Anche secondo Amundi il Covid-19 ha impresso un’accelerazione agli investimenti sostenibili. «Mentre la componente ambientale e la governance rimarranno in cima all’elenco delle priorità, l’attenzione verso una maggiore eguaglianza sociale, un trattamento equo dei lavoratori e la loro salute farà sì che la componente sociale dei criteri Esg acquisisca maggiore importanza. I riflettori saranno puntati sul modo in cui le società agiscono nell’interesse di tutti gli stakeholder e della comunità e ciò si tradurrà in un maggiore impattodi alcuni fattori di rischio Esg sui prezzi delle azioni. Si apriranno quindi nuove opportunità per i gestori attivi, sia nel comparto azionario, sia in quello obbligazionario».
Il 9 giugno, Maxime Carmignac, managing director di Carmignac Uk, ha pubblicato, sul quotidiano Repubblica, un articolo il cui titolo è “La svolta verso investimenti veramente sostenibili”. L’amministratrice delegata, oltre a sottolineare che è prematuro valutare le conseguenze della pandemia, avverte il rischio di facili e semplicistiche soluzioni ma, soprattutto, lancia un monito verso chi pensa che «le nostre economie possano trasformarsi radicalmente da un giorno all’altro. Ciò significherebbe effettuare un’enorme operazione di green washing e non dare il giusto valore ai grandi cambiamenti in atto nelle aziende, lenti ma costanti (…). Le imprese che si prendono cura dei propri stakeholder e monitorano le esternalità stanno beneficiando del loro impegno e sono posizionate in modo migliore per superare l’attuale crisi ed uscirne rafforzate (…). Prendersi cura degli stakeholder, infatti, è un modo particolarmente efficiente per evitare molti rischi. Ciò vuole dire investire in modo sostenibile: osservare attentamente i criteri Esg e ricercare risultati positivi grazie alla loro implementazione (…). Potremmo essere arrivati a un punto di svolta, visto che stiamo assistendo a un cambiamento sempre più rapido del comportamento delle aziende. La storia sta accelerando il suo corso (…), siamo lontani dalla perfezione e la strada da percorrere è lunghissima, ma ci sono buone notizie e motivi per essere ottimisti una volta che avremo sconfitto questo virus».(rif.: https://www.repubblica.it/economia/rapporti/obiettivo-capitale/mercati/2020).
GLI STAKEHOLDER
L’ottimismo è d’obbligo, soprattutto dopo una crisi così grave come quella attuale, ma è necessario diverso tempo perché si possa pianificare una ricostruzione che poggi su basi solide e condivise. L’impatto della pandemia è stato immediato, con il blocco quasi totale di tutte le attività. La ripresa, qualunque forma possa assumere, dovrà puntare non solo a un recupero in termini quantitativi, ma ridisegnare le priorità degli individui, dei governi e delle società. «È troppo presto per trarre conclusioni sugli effetti di lungo termine che questo virus avrà sulle aziende e sull’economia, ma ciò che è già chiaro in questa fase è che la cultura e i valori degli emittenti corporate di tutto il mondo sono stati messi alla prova come mai prima d’ora», afferma Donna Anderson, head of corporate governance di T. Rowe Price. «Le dichiarazioni precedenti delle aziende sulla gestione delle loro risorse umane, sulla salute e sulla sicurezza, sul coinvolgimento nella comunità e sull’importanza complessiva degli stakeholder per i propri business verranno valutate alla luce di un contesto completamente nuovo». Sulla base di quanto è successo, sarà infatti ancora più importante affiancare alla gestione dei gruppi portatori di interesse il loro coinvolgimento. Mai come in questa fase rafforzare lo stakeholder engagement diventa una scelta dirimente per delineare strategie di intervento che facciano propri i principi di responsabilità e di inclusività, senza limitarsi alla sola gestione del rischio. Ciò vale non solo per le aziende, ma per tutte le organizzazioni, enti pubblici e privati che si interfaccino con parti terze. Lo scopo principale della società dovrebbe quindi essere focalizzato sulla generazione di valore aziendale a lungo termine. «La pandemia non ha fatto altro che rafforzare questa tendenza, favorendo la diffusione di iniziative legate agli stakeholder e al loro ruolo di investitori responsabili, incaricati di intraprendere azioni volte a ridurre gli impatti negativi causati dal virus», sostiene Ophélie Mortier, responsible investment strategist di Dpam.
Secondo Jennifer Anderson, co-head of sustainable investment and Esg presso Lazard Asset Management, le aziende stanno dando sempre più peso al ruolo degli stakeholder. «Il pericolo di essere pubblicamente messe alla gogna e subire reazioni negative da parte di clienti e dipendenti è diventato molto reale per molte imprese. Questo rischio è ulteriormente aumentato dai social media (…). Le aziende che ora possono definire con successo il loro contributo positivo alla società come datori di lavoro, fornitori di beni o servizi essenziali e gettito fiscale saranno in grado di migliorare le loro prospettive a spese di quelle che non riescono a farlo». Inoltre, rimarca Anderson, «per gli investitori orientati alla sostenibilità, la pandemia è anche un’opportunità per vedere come le società reagiscono a un test improvviso e drammatico dei loro modelli di business e possono giudicare come i gruppi valutano gli interessi dei loro diversi stakeholder».
GLI SHAREHOLDER
Uno degli effetti collaterali causati dal lockdown è stato il rallentamento generalizzato dell’attività degli azionisti. Uno studio pubblicato da Harvard law school on corporate governance, intitolato “The Impact of Covid 19 on Shareholder Activism” (https://corpgov.law.harvard.edu/2020/04/12/the-impact-of-covid19-on-shareholder-activism/) argomenta che l’impatto finale della pandemia di coronavirus sull’attivismo degli azionisti rimane in gran parte incerto, nonostante si possa essere tentati di fare un parallelo con quanto successo con la crisi finanziaria globale del 2008, quando si registrò una forte crescita di questo fenomeno che non è detto debba ripetersi anche questa volta. Gli argomenti pro e quelli contro, sempre secondo la stessa analisi, sembrano bilanciarsi. I prezzi di alcune società possono essere considerati particolarmente attrattivi ma, almeno nel breve termine, non è chiaro se ci sia stato un cambiamento nei driver storici dell’attivismo degli azionisti, incluso il forte il sostegno che gli istituzionali hanno spesso mostrato agli investitori attivisti, cioè coloro che portano avanti una politica di engagement. La market disruption, che ha particolarmente colpito diverse imprese, potrebbe avere creato le condizioni per cui gli attivisti potrebbero essere di aiuto con operazioni di rafforzamento del capitale, rivisitazione delle strategie aziendali per non diventare preda di operazioni finanziarie o ridisegnare i propri progetti di crescita. Questa categoria di shareholder potrebbe utilizzare la crisi generata dal Covid-19 per accelerare i cambiamenti all’interno delle imprese, diventate ora più sensibili a determinati argomenti. Dall’altro lato, le incertezze in questa crisi sono maggiori e non ci sono precedenti analoghi con cui fare un paragone. Ad esempio, non si sa quanto la pandemia possa durare; alcune industrie sono state irrimediabilmente danneggiate; la necessità di liquidità è molto più difficile da stimare; il comportamento del consumatore è stato modificato e non è facile individuare quali aziende potranno superare le crisi e continuare a crescere nel futuro. Inoltre, gli attivisti potrebbero avere spazio limitato per articolare un strategia credibile per migliorare la remunerazione degli azionisti, visto che lo scoppio della pandemia ha portato le aziende a rivedere le politiche sui dividendi e il riacquisto di titoli propri.
A questo proposito Ophélie Mortier commenta che, nonostante l’engagement dell’azionariato sia diminuito uniformandosi sostanzialmente all’attività di voto, «è probabile che non appena inizieremo a riprenderci da questa crisi, anche l’attivismo tornerà a crescere. Le conseguenze della situazione attuale sono considerevoli per le aziende, soprattutto quelle gravemente indebolite dal lockdown che sono diventate relativamente economiche, generando appetibili opportunità di acquisizione». Inoltre, sempre Mortier, sulla possibilità che l’attuale situazione determini azioni straordinarie come la flessibilità sui principi fondamentali di corporate governance, afferma: «Sarà interessante osservare le reazioni degli azionisti a queste proposte. Mentre alcuni potrebbero essere d’accordo con l’idea di misure di protezione temporanee per difendere le società dalle acquisizioni, altri probabilmente si opporranno strenuamente a questi meccanismi, in quanto limitatori dei diritti degli azionisti, in particolare di quelli di minoranza. Salvo eccezioni momentanee alle regole e ai principi chiave, l’engagement dovrebbe rimanere centrale», perché fondamentale nel garantire uno sviluppo sostenibile delle società. Come osserva anche Erika Karp, ceo di Cornerstone, «in ultima analisi, quando si considerano i fattori Esg, la governance è prima fra pari. È una proxy della qualità, dell’innovazione e della resilienza. In periodi di volatilità, quando c’è un vuoto di informazioni, quelle aziende che abbracciano costantemente i loro principi, i loro punti di forza e i loro vantaggi competitivi unici supereranno le crisi».
L’AMBIENTE
Nel marzo del 2018 la Commissione europea ha pubblicato il “Piano d’Azione per la finanza sostenibile”, in cui «vengono delineate la strategia e le misure da adottare per la realizzazione di un sistema finanziario in grado di promuovere uno sviluppo autenticamente sostenibile sotto il profilo economico, sociale e ambientale, contribuendo ad attuare l’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici e l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile». Lo scorso 8 aprile la stessa Commissione ha avviato la consultazione sul prossimo “Piano d’azione per la finanza sostenibile”, parte integrante del Green deal europeo, perfare dell’Europa un continente a zero emissioni entro il 2050. Questa consultazione è un chiaro segnale di continuità nel perseguimento degli obiettivi di sostenibilità a lungo termine, da cui emerge che la crisi pandemica è considerata il risultato di un mancato rispetto delle biodiversità per cui, afferma la Commissione europea, «è importante affrontare le molteplici e spesso interagenti minacce agli ecosistemi e alla fauna selvatica per respingere il rischio di future pandemie, nonché preservare e migliorare il loro ruolo di pozzi di assorbimento del carbonio e nell’adattamento climatico».
Marouane Bouchriha, international equities fund manager di Edmond de Rothschild Asset Managementritiene che «un programma come l’European green deal stabilisca un percorso e fornisca visibilità a lungo termine per quanto riguarda la domanda. Sostiene inoltre gli obiettivi di decarbonizzazione a lungo termine, compresa la neutralità dal punto di vista delle emissioni di carbonio entro il 2050. Per le aziende esposte, ciò deve assumere la forma di aspettative di crescita più elevate e di multipli in linea con la visibilità e la stabilità di questi risultati».Investire nell’ambiente, oltre a contrastare il cambiamento climatico e i suoi effetti devastanti, significa creare nuovi posti di lavoro e stimolare la ricerca e l’innovazione.
Queste considerazioni non valgono solo per il Vecchio continente e hanno una valenza a livello globale.
Morgan Stanley Investment Management, sempre più istituzionali
Matthew Slovik, head of global sustainable finance, Morgan Stanley
Morgan Stanley Investment Management e il Morgan Stanley Institute for sustainable investing hanno di recente condotto un sondaggio globale presso gli investitori istituzionali sul grado di integrazione dei fattori Esg da parte di questi ultimi. Il campione è di tutto rispetto: secondo quanto dichiarato, «la ricerca è stata elaborata interpellando 110 soggetti tra fondi pensione pubblici e aziendali, endowment, fondazioni, fondi sovrani, compagnie di assicurazione e altri grandi detentori di patrimoni in tutto il mondo (il 92% aveva una ricchezza totale superiore al miliardo di dollari). L’indagine ha raccolto informazioni sulle tendenze, le motivazioni, le sfide e gli approcci all’investimento sostenibile, basandosi sull’ampio corpus di ricerca dell’Istituto che segue i trend che hanno influenzato gli investimenti sostenibili negli ultimi sei anni, attraverso una serie di sondaggi (i sustainable signal) indirizzati a investitori e asset manager».
In questo ambito sembra esserci una chiara maggioranza sul fatto che la sostenibilità a tutti i livelli rappresenta un pilastrofondamentale del processo di risk management, nonché una tappa obbligata per ottenere sovraperformance sul lungo periodo. Quasi otto intervistati su 10 (78%), infatti, concordano sul fatto che l’investimento sostenibile rappresenta una strategia di mitigazione del rischio. Inoltre, chi già oggi investe in maniera sostenibile dichiara di avere visto chiari benefici a favore di reputazione ed engagement degli stakeholder.
Un aspetto molto interessante è dato dal fatto, però, che gli investitori istituzionali in generale non presentano competenze endogene adeguate per curare questo aspetto del processo di investimento. Per l’industria del risparmio gestito si tratta dunque di un’occasione importante per ottenere un ruolo fondamentale in questo ambito. Significativo appare al riguardo il parere espresso da Matthew Slovik, head of global sustainable finance di Morgan Stanley: «L’investimento sostenibile ha raccolto un buon sostegno negli ultimi anni fino a diventare mainstream e questa indagine mira a monitorare il modo in cui gli investitori integrano queste considerazioni nel corso del tempo. Mentre l’appetito per gli investimenti sostenibili accelera rapidamente, vediamo che la tecnologia e i gestori esterni stanno svolgendo un ruolo chiave nel misurare la sostenibilità e nel guidarne ulteriormente l’adozione».
Questa affermazione sembra trovare una precisa conferma nelle risposte degli intervistati. Infatti, secondo la ricerca, gli investitori vogliono misurare e riportare gli impatti sul proprio portafoglio, ma quasi un terzo (31%) non dispone di strumenti adeguati per valutare gli investimenti rispetto ai propri obiettivi Esg; al contempo l’86% ritiene che i gestori possano svolgere un ruolo chiave nella raccolta di dati Esg e nella formazione. Se si considera che da questo sondaggio è emerso che il 57% degli istituzionali intende in futuro rivolgersi solo a gestori che adottano un approccio basato su linee Esg, si deve concludere che stiamo assistendo a un processo di disruption notevolissimo che, se opportunamente colto, può rappresentare una manna dal cielo per l’industria dell’asset management.
Un processo difficile
Quanto è complesso al momento attuale investire adottando i criteri Esg?
Angelo Meda, responsabile degli investimenti azionari e Esg, Banor Sim
«A eccezione dei criteri di eticità, che operano una scelta a monte in base a principi che escludono alcuni investimenti, integrare i parametri Esg con gli strumenti tradizionali dell’analisi finanziaria non è un processo facile. Se vogliamo estremizzare il concetto, si potrebbe affermare che un milione di euro di profitto ottenuto attraverso un modello di business sostenibile vale più di un milione derivante da un’operatività con un ordinario modello di business. Ciò che è difficile, però, è arrivare a determinare e quantificare il contributo derivante dalla sostenibilità. Le motivazioni sono diverse. Innanzitutto la raccolta dei dati che non sono sempre disponibili e, anche quando lo sono, hanno una frequenza diversa da quelli contabili: bisogna aspettare un anno per potere analizzare un bilancio di sostenibilità. Inoltre, i criteri con cui vengono redatte le rendicontazioni non finanziarie hanno una storia relativamente recente rispetto a quella centenaria della contabilità. A livello accademico penso che sui dati Esg si stia lavorando da solo un decennio».
E ciò che cosa comporta?
«Che ci sono diverse metodologie, talmente disomogenee tra loro da portare a stabilire rating diametralmente opposti sulla stessa società. Ciò indica che c’è una mancanza di un linguaggio comune e condiviso nella raccolta e nell’elaborazione dei dati. È necessario quindi che si creino standard e che il mondo accademico realizzi un terreno fertile perché vi siano continui chiarimenti e miglioramenti delle definizioni. Noi in collaborazione con il Politecnico di Milano produciamo periodicamente ricerche sul tema, cercando di studiare anno dopo anno l’evoluzione del settore: a breve infatti uscirà uno studio che analizzerà il trend dei rating Esg per andare oltre il concetto di rating statico e valutare se un miglioramento del rating Esg ha un effetto sulla performance dei titoli».
Come legge gli sforzi della Commissione europea di creare una tassonomia per gli investimenti sostenibili? Gli standard sono importanti?
«Penso che sia importante che ci siano standard condivisi di comunicazione. Ciononostante, non si può pensare che con la definizione di una tassonomia siano dipanate tutte le questioni in merito. Io credo che, così come ci sono diversi stili di gestione (dal value al growth dal quality al momentum e al quantitativo), ci saranno anche diversi stili Esg (dal best in class all’engagement, dall’impact investing alle esclusioni). Ciò che noi, come società, ci aspettiamo è che si crei un modello a matrice in cui confluiranno i diversi stili di gestione finanziaria con quelli Esg: un mix di strumenti che saranno utilizzati in modo da ottenere il migliore risultato e attraverso il quale una società di gestione potrà caratterizzarsi. Ritengo, invece, che una definizione standard sia necessaria, soprattutto per i fornitori di indici, per offrire ai gestori attivi un benchmark con cui confrontarsi. E non parlo solo di singoli titoli, ma anche di strategie Esg».
Quale approccio usa Banor Sim nel valutare il livello di sostenibilità di un singolo emittente?
«Noi adottiamo un processo che si articola su due livelli. Il primo è di carattere quantitativo ed è legato a un’analisi dei bilanci di sostenibilità delle aziende rispetto al settore di appartenenza, che ci permette di fare una scrematura iniziale. Il secondo livello, invece, consiste nello stabilire un rapporto diretto con la società e valutarne lo stato e i progetti attraverso incontri conil management, tenendo conto di tutte le informazioni dirette e indirette a disposizione».
Un lavoro impegnativo?
«Lo è, anche perché lo sforzo è identificare le imprese che stanno adottando criteri di sostenibilità e che potrebbero beneficiarne in futuro. Ci sono aziende che hanno risorse a disposizione e hanno figure professionali dedicate che si occupano di sostenibilità. Ciò significa che, solo in termini di comunicazione, riescono ad avere molta più visibilità di altre che magari hanno fatto più progressi nella stessa direzione, ma non sono riuscite a renderlo noto. Banor crede che sia importante, in questo senso, guardare con attenzione alle variazioni di rating di sostenibilità, con cui, come fund manager, ci si deve confrontare per cogliere i miglioramenti futuri».
Sempre più consigliati dai consulenti
Julie Moret, global head of Esg, Franklin Templeton
Uno studio promosso da Franklin Templeton e condotto da Nmg consultingrivela che anche i consulenti finanziari danno sempre più spazio agli investimenti Esg all’interno della creazione dei loro portafogli. I risultati del sondaggio, realizzato a livello globale, si possono riassumere in quattro punti:
1- I clienti sono sempre più alla ricerca di investimenti con impatti Esg positivi. Le preoccupazioni predominanti sono il cambiamento climatico e i problemi che ne derivano.
2 – Un investimento responsabile porta a risultati finanziari superiori.
3 – I consulenti stanno adottando sempre più prodotti con criteri Esg incorporati.
4 – I consulenti vogliono più strumenti d’investimento con Esg.
UN’OPPORTUNITÀ PROFESSIONALE
Il 90% dei consulenti considera l’investimento responsabile come un’opportunità professionale e sono loro ad aprire per primi le conversazioni sull’Sri con i propri investitori, con il tema dell’ambiente al centro dell’interesse principale. L’86% ha già allocato prodotti Esg e il 77% si aspetta che i clienti aumentino l’allocazione in fondi di investimento responsabili nei prossimi due anni. Emerge una preferenza del cliente per la gestione attiva rispetto a quella passiva e per quella domestica rispetto a quella globale.
Julie Moret, global head of Esg presso Franklin Templeton, commenta: «La crescente rilevanza dei problemi ambientali legati alla transizione climatica, alla scarsità di risorse naturali e all’efficienza sta inducendo indubbiamente un maggiore interesse per i prodotti e le soluzioni Esg. Anche le pressioni normative stanno accelerando questi temi. In modo incoraggiante, i risultati dello studio mostrano che i consulenti stanno rispondendo alla crescente domanda dei clienti e contribuiscono ad approfondire la conoscenza e l’innovazione del settore». I consulenti che hanno maturato competenze nell’investimento responsabile ritengono che sia positivo per il business e pensano che sia un’opportunità per fare crescere la loro attività. Moret aggiunge: «Tuttavia, l’industria deve assicurarsi che sia allineata quando si discute di terminologia e pratiche Esg. Una maggiore trasparenza dei rischi e delle misurazioni Esg non solo educherà e informerà meglio gli investitori nel loro processo decisionale, ma promuoverà le opportunità nel campo degli investimenti responsabili».