di Pinuccia Parini
I primi dati dopo la fine della pandemia fanno intravedere un paese che sta ripartendo con forza e che ha voglia di lasciarsi alle spalle questa pessima esperienza. I primi segnali sulla ripresa dei consumi sono incoraggianti e soprattutto l’industria ha ripreso a lavorare a pieno ritmo. Inoltre sul piano dell’immagine internazionale Pechino, che ha dimostrato una migliore capacità di superare l’emergenza rispetto all’occidente, ne esce rafforzata. E, per quanto riguarda i mercati, i gestori ritengono che ci siano interessanti opportunità da cogliere
Kishore Mahbubani è un accademico di Singapore e intellettuale conosciuto a livello internazionale. Dopo avere lavorato come funzionario al ministero degli esteri, è stato rappresentante permanente di Singapore presso le Nazioni Unite, dove ha anche ricoperto la carica di presidente del Consiglio di sicurezza tra il gennaio 2001 e il maggio 2002. Mahbubani ha scritto una serie di saggi, che lo hanno reso famoso all’estero, sulla politica e l’economia mondiale. La sua opera più recente “Has China Won?”, è stata pubblicata proprio durante il dilagare dell’epidemia del Covid-19. Nel libro l’autore sostiene che il conflitto geopolitico scoppiato tra America e Cina continuerà per il prossimo decennio o due. La ragione sta nel rapporto conflittuale tra le due potenze economiche che, soprattutto da parte americana, vede la Cina come una vera e propria minaccia per gli Stati Uniti. L’aspetto che merita una riflessione è che, da questo punto di vista, la posizione di Trump nei confronti dell’Impero di mezzo trova un consenso allargato. Il sostegno bipartisan che l’inquilino della Casa bianca ha raccolto è frutto di una percezione della Cina come una minaccia per l’America. Lo stesso George Soros, che non può essere certo annoverato tra i maggiori sostenitori del presidente americano, lo ha elogiato: «Il più grande, e forse unico, risultato di politica estera dell’amministrazione Trump è stato lo sviluppo di una politica coerente e autenticamente bipartisan nei confronti della Cina di Xi Jinping». Ha anche aggiunto che era giusto che l’amministrazione Trump dichiarasse la Cina «una rivale strategica».
UN GROSSO ERRORE DEGLI USA
Mahbubani considera tuttavia curioso che nessuno abbia sottolineato che l’America sta facendo un grosso errore strategico nell’assumere questa posizione di scontro nei confronti della Cina senza prima sviluppare una strategia globale e trattare con Pechino. Egli ritiene che il mondo stia cambiando, alla ricerca di un equilibrio storico tra le diverse civiltà umane. Sino al XIX secolo Cina e India sono sempre state le più grandi civiltà in termini di forza economica. Gli ultimi 200 anni hanno capovolto la situazione: l’occidente ha occupato la posizione di leadership con determinazione e forza tanto da cercare di permeare, con i suoi modelli, l’economia globale. Ma, nel frattempo, gli altri stati hanno imparato molto dallo stesso occidente tanto da assorbirne molte delle pratiche in economia, politica, scienza e tecnologia. La crescita della potenza cinese è il risultato di questo processo di apprendimento declinato nelle modalità che, storicamente, contraddistinguono la struttura politica e sociale del paese.
La crisi pandemica ha visto la Cina emergere come paese forte. Molti commentatori qualificati, tra cui Ian Bremmer, presidente e fondatore di Eurasia group, ritengono che l’Impero di mezzo uscirà geopoliticamente rafforzato dalla crisi. In un’intervista rilasciata al Financial Times lo stesso Bremmer ha sottolineato che la Cina possiede la maggior parte della catena di approvvigionamento medico e farmaceutico globale. Il loro contenimento del virus, nonostante l’occultamento iniziale, ha evidenziato risultati importanti, tanto da permettere di assumere una leadership in questo frangente, con gli Usa che si sono trovati in ombra.
UNO SPARTIACQUE?
A questo punto, la pandemia che ha colpito tutto il mondo è uno spartiacque in termini di riequilibrio tra le varie potenze mondiali? L’insorgenza del Covid-19 è avvenuta in Cina e da lì si è propagata. Accantonando le discussioni in merito alla pessima gestione iniziale della crisi, la nazione ha poi dimostrato di avere implementato con determinazione ed efficienza una serie di misure che sono riuscite a mantenere la diffusione del virus in aree molto limitate. Dopo parole molto dure, usate dall’Organizzazione mondiale della sanità sul tentativo delle autorità cinesi di nascondere cosa fosse successo nel paese, il capo della delegazione Oms in Cina, Bruce Ayilward, ha dichiarato che tutto il mondo è in debito con i cinesi per come hanno insegnato a gestire l’emergenza coronavirus. La strategia della quarantena preventiva e il distanziamento sociale attuato a Wuhan sono, a parere di Ayilward, la migliore risposta, anche se la polemica sulla veridicità dei dati in Cina continua e i dubbi rimangono. Del resto la questione è annosa e va anche detto che, negli ultimi anni, la trasparenza di quanto dichiarato dalle autorità cinesi è migliorata, così come sono aumentati i controlli incrociati che permettono di valutare con maggiore oggettività le cifre pubblicate.
Attualmente risulta che, dai dati ufficiali e dalle rilevazioni giornaliere di una serie di indicatori, il 98% delle società quotate (rif. China security regulatory commission) e l’89% dei lavori nei grandi progetti infrastrutturali (rif. National development and reform commission) hanno ripreso l’attività. L’indicatore anticipatore delle attività manifatturiere del mese di marzo è rimbalzato a 52 dai minimi storici di 35,7 segnati a gennaio-febbraio per il blocco anti Covid-19, battendo le attese degli analisti che prevedevano 45. Anche il Pmi non manifatturiero è rimbalzato a 52,3, dai minimi di 29,6 di gennaio-febbraio. Questa è la prima volta che la Cina vede la sua economia contrarsi nei primi tre mesi dell’anno da quando ha iniziato a registrare dati trimestrali nel 1992. Il Pil ha segnato la prima contrazione dopo decenni e dopo essere cresciuto, nell’ultimo ventennio, a una media del 9% annuo: nel primo trimestre 2020 il prodotto interno lordo del Dragone è sceso del 6,8%, un risultato inferiore alle aspettative degli analisti. Gli investimenti in asset fissi sono calati del 16%. A marzo le vendite al dettaglio di beni di consumo risultavano in discesa del 16%, mentre la produzione industriale ha recuperato fino a limitare l’arretramento all’1,1%. La disoccupazione ha toccato il 5,9% a marzo, leggermente migliore del massimo storico di febbraio del 6,2%.
I dati economici sono ancora molto deboli rispetto a quelli pre-pandemia, ma ci sono segnali incoraggianti. Se si guarda, ad esempio, al mercato delle autovetture nei primi tre mesi dell’anno, le vendite sono diminuite del 42% su base annua, ma mostrano segnali di ripresa nella prima settimana di aprile. A Wuhan, l’epicentro del coronavirus, le concessionarie d’auto hanno registrato un aumento della domanda, repressa nei due mesi precedenti, che li ha colti di sorpresa, con vendite che sono tornate ai livelli di prima del lockdown. Bmw Ag ha dichiarato che il 6 aprile ha notato un’inversione di tendenza della domanda di marzo «indicando una ripresa sostenibile» in Cina.
UN’INDICAZIONE FLEBILE
Certo, il segmento delle auto di lusso non è rappresentativo di tutto il settore, ma offre un’indicazione, seppure flebile. Anche il mercato residenziale mostra qualche spunto incoraggiante. Secondo i dati del National bureau of statistics, in marzo i prezzi delle nuove case (escluse le abitazioni sovvenzionate dallo stato) sono aumentati, in 70 città principali, dello 0,13%. Nello stesso mese il “real estate development climate index” è salito dello 0,78% a 98,18 rispetto a febbraio (a dicembre 2019 era a 101,25). Segnali positivi anche dal consumo di energia elettrica, uno degli indicatori identificati dal primo ministro Li Keqiang per misurare il polso dell’economia, che ha segnato +1,2% nei primi 15 giorni di aprile, rispetto al calo del 4,6% di marzo e al -6,8% del primo trimestre. Certo le preoccupazioni e l’incertezza rimangono. I redditi sono diminuiti del 3,9% nei primi tre mesi dell’anno e la crisi ha esacerbato le diseguaglianze sociali presenti nel paese, ma la tendenza generale che emerge con la riapertura è positiva, anche se lenta. Sarà importante seguire l’andamento dei consumi che, nel 2019, hanno pesato per il 58% della crescita del Pil, per vedere la forza della ripresa economica.
A differenza, però, di quanto avvenne durante la crisi finanziari del 2008, la Cina non ha ancora dispiegato le stesse aggressive misure adottate in quella circostanza. Allora furono stanziati 4 trilioni di renminbi (circa 563 miliardi di dollari) che, attraverso i governi locali e veicoli quali i Lfgv ( Local government financing vehicles), sostennero non solo l’economia regionale ma, come effetto indiretto, anche quella globale. Quello stimolo generò la rapida crescita delle attività dello shadow banking system.
L’esplosione, negli anni a seguire, del sistema bancario ombra, diede luogo dopo il 2012 a una serie di distorsioni all’interno del mercato, con l’eccessivo proliferare di prodotti finanziari quali i wealth management product e i prestiti fiduciari che provocarono un aumento fuori controllo del debito a livello locale, mettendo a rischio la stabilità dell’intero sistema del credito cinese. Il governo fu chiamato a intervenire per ridimensionare un fenomeno che rischiava di provocare problemi di liquidità nel sistema e minacciare lo stesso tessuto economico e sociale. Lo fece con l’introduzione di una serie di regolamentazioni per lo shadow banking system e ristrutturando il debito contratto dai Lfgv. Ci sono voluti diversi anni per riportare la situazione sotto controllo e, probabilmente, questa esperienza impone a Pechino maggiore cautela nel delineare qualsiasi pacchetto di misure che possa minare il mercato del credito e finanziare investimenti in dissonanza con la direzione ormai assunta dalla crescita cinese.
Sebbene le misure sinora adottate dalle autorità possano definirsi modeste, è presumibile supporre che saranno rafforzate dalle autorità soprattutto dopo i dati del Pil del primo trimestre. Pechino ha gli strumenti a disposizione per farlo, magari non delle stesse dimensioni del pacchetto lanciato durante la crisi finanziaria. Tutto dipenderà dal contesto sociale ed economico di un paese che si trova in una posizione di vantaggio rispetto agli altri e ha modificato significativamente il proprio modello di crescita. Il coronavirus non farà da spartiacque tra le potenze mondiali: dipenderà dalla risposta che ciascuna di esse darà su come superare questa crisi e la Cina potrebbe essere avvantaggiata.
Pinuccia Parini
Dopo una lunga carriera in ambito finanziario sul lato, sia del sell side, sia del buy side, sono approdata a Fondi&Sicav

