Fondata nel 1985, Comgest è una società di asset management indipendente, con un patrimonio di 30 miliardi di euro. È un gruppo internazionale la cui sede centrale è a Parigi e con nuclei operativi a Dublino, Hong Kong, Tokyo, Singapore e Boston. La country manager per l’Italia è Gabriella Berglund, in Comgest da dieci anni, e vanta una lunga esperienza professionale in importanti banche di investimento internazionali. Fondi&Sicav l’ha intervistata per farsi raccontare la realtà dell’asset manager francese e delle peculiarità che la contraddistinguono: un modello di partnership per una gestione delle relazioni nel lungo periodo.
Che cosa contraddistingue Comgest da altri player presenti sul mercato italiano?
«È una boutique nel mondo del risparmio gestito in continua crescita e, proprio per questo motivo, si potrebbe obiettare che diventa sempre meno tale. Non è così. Vogliamo continuare a essere considerati una boutique, perché gestiamo solo fondi azionari e tutti con lo stesso stile, il quality growth. Ciò che poi ci contraddistingue in assoluto, rispetto alla concorrenza, è che siamo una partnership in cui tutti i dipendenti, non solo i fondatori, hanno accesso al capitale: ciò fa sì che tutti si sentano coinvolti e partecipi alla crescita e ai risultati dell’azienda. La società è già al terzo passaggio generazionale e, ciononostante, è stata capace di mantenere una continuità con il modello di business iniziale, grazie anche al forte senso di inclusione presente tra i dipendenti».
Che cosa intende per terzo passaggio generazionale? Comgest è una società che ha come azionista di riferimento una famiglia?
«A differenza di altre società di gestione, considerate boutique e che spesso fanno riferimento a una famiglia, a volte con ricadute negative in termini di gestione della governance e delle competenze, Comgest è nata da un gruppo di gestori con esperienze in banche di investimento internazionali che hanno deciso di fondare una propria struttura. I fondatori, amici e colleghi, non erano neppure francesi e ciò ha permesso, da subito, un approccio internazionale al mondo degli investimenti, con l’obiettivo di portare in Europa uno stile di gestione alla Warren Buffet. Ovvero investire in aziende di elevata qualità, con valutazioni interessanti, che nel lungo termine avrebbero generato risultati elevati».
La storia di Comgest e la sua struttura sono senz’altro elementi di interesse. Tuttavia, proprio lei parlava della società come di una boutique in crescita e un’obiezione che si potrebbe fare, a questo punto, è se lo sviluppo non rischi di influire su quello che sinora è stato il tratto caratterizzante dell’azienda.
«L’obiezione non fa una grinza. Io sono entrata in Comgest dieci anni fa: da allora i dipendenti sono raddoppiati ai 180 attuali e le masse triplicate, sino a raggiungere 30 miliardi di euro. È vero, la taglia della boutique è cambiata, ma non il Dna dell’azienda che rimane fortemente connotato da uno spirito di carattere imprenditoriale e con un elevato livello motivazionale da parte dei suoi componenti».
Perché volere essere una boutique in un mondo in cui i dati mostrano che i rendimenti ottenuti con una gestione passiva hanno prodotto, nella media, risultati superiori a quella attiva?
«Pensando al futuro vedo una polarizzazione all’interno delle società di gestione tra chi si concentrerà più su uno stile di gestione all’insegna del beta e chi invece si focalizzerà sullo sforzo di generare alfa per creare valore. Tutto ciò che sta in mezzo sarà destinato a sparire. Ed è proprio per questo motivo che noi rimaniamo ancorati alla nostra politica di costruzione del portafoglio con un approccio bottom up, alla ricerca delle eccellenze per essere sempre più competitivi. Le grandi case, con possibilità di economie di scala, si concentreranno più sul beta poco caro, mentre noi continueremo a costruire portafogli composti da 30-45 titoli e un’esposizione massima per singola azione intorno al 7%. Il nostro obbligo, rispetto alla gestione passiva, è dare un alfa più elevato ed essere più difensivi nei momenti di maggiore volatilità».
Nel descrivere la vostra politica di investimento, il vostro stile, parlate di gestione unconstrained. Che cosa indicate con questo termine?
«L’elevato tracking error non deriva dall’esposizione azionaria verso la liquidità, anche perché i fondi sono solitamente fully invested, bensì dall’attività di stock picking e dalla ricerca di società di alta qualità e crescita indipendentemente dal loro peso nel benchmark».
Come sono state le perfomance nel 2019 e come guardate al 2020?
«In generale, la nostra gestione è difensiva e tende a performare meglio dell’indice in fase di ribasso e all’inverso essere un po’ indietro nei momenti di rialzo. Il 2019 è stato un anno particolarmente positivo e ovviamente tutti i nostri fondi azionari ne hanno beneficiato. Siamo stati sorpresi dai risultati dello stock picking della gestione Europa, Giappone e America Latina che hanno generato un alfa dal 6% al 10% nelle diverse strategie. Il resto delle zone geografiche era sotto di un paio di punti percentuali e quindi probabilmente è ben posizionato per il 2020 che potrebbe essere più volatile del 2019. Ci sentiamo quindi di continuare a credere a un’esposizione azionaria per i rendimenti, ma difensiva per un anno che potrebbe essere più difficile».
Come vi ponete nei confronti della concorrenza?
«Per noi la concorrenza in ambito puramente azionario è quella delle case straniere, da cui ci differenziamo perché siamo focalizzati, nel senso che offriamo solo prodotti sul mercato azionario e con un unico stile di gestione. Essendo una partnership, le decisioni sono prese in modo consensuale a livello societario e questo elemento vale anche per i processi di investimento. Comgest ha creato una struttura che si avvale del contributo di tutti i suoi componenti, secondo un processo che dà spazio ai talenti per emergere, ma fa sì che il talento singolo non sia l’elemento determinante dei destini dell’azienda. I gestori lavorano in un contesto di massima condivisione delle proprie scelte di investimento, applicando lo stesso tipo di gestione. Li accomuna lo stesso stile e il medesimo approccio nel valutare le aziende, che è verificare con attenzione se siano un’opportunità di investimento».
Come è mutato, secondo lei, il mercato italiano?
«A dire la verità mi attendo ancora molti più cambiamenti nel futuro. La prudenza degli investitori italiani li ha tenuti troppo lontani dall’investimento azionario, privilegiando il reddito fisso. Ora i tassi sono molto bassi e l‘esigenza di spingersi verso altre asset class, come quella azionaria, ha una ragione d’essere, così come la necessità di abbracciare, nelle scelte di investimento, un’ottica di più lungo periodo. Questa è la mia speranza. Basta infatti pensare che l’indice Msci World ha reso dal ‘91 un po’ più del 6% composto e negli ultimi 10 anni intorno al 9%. È un dato che non può passare sotto traccia. Ad esempio, in questa fase transitoria che stiamo attraversando e nello sforzo di avvicinare maggiormente l’investitore italiano alla componente azionaria, anche pensando a un percorso educativo, ho spinto molto per creare un nuovo prodotto. Si tratta di un fondo globale con un’esposizione flessibile al beta del mercato e lanciato tre anni fa. È una strategia che permette di beneficiare dell’alfa generato dalla nostra gestione attiva diminuendone la volatilità».
È quindi un fondo flessibile?
«Sì lo è, ma attenzione, non è un bilanciato. Noi continuiamo a rimanere lunghi delle posizioni azionarie in cui crediamo e, in base alla volatilità del mercato, si decide di usare alcune coperture con contratti future e non investiamo in obbligazioni. Tenga presente che veniamo da un 2019 con ottime performance sul mercato azionario e su tutte le altre asset class realizzate in un contesto di bassa volatilità. È possibile che nel 2020, guardando anche alle recenti vicende geopolitiche, potremmo sperimentare una volatilità più elevata e la proposta di un fondo globale flessibile potrebbe essere una risposta ai futuri nuovi sviluppi di mercato».
Si parla sempre più di Esg in tema di investimenti e non solo. Qual è la vostra politica a tale proposito?
«Noi facciamo stock picking e già da anni abbiamo incorporato, nella scelta dei titoli, uno screening che tenga conto di questi criteri. Si tratta di una metodologia proprietaria e applicata sostanzialmente su tutti i portafogli. Nonostante il crescente interesse per prodotti che contengano il termine Esg nel proprio label, non abbiamo proceduto ad alcuna ridenominazione, perché crediamo che non sia necessario dare risalto a ciò che già appartiene al nostro quotidiano processo di investimento. Ciò che abbiamo fatto è stato aggiungere un team di quattro analisti specializzati Esg che offrono suggerimenti agli altri analisti e ai gestori di portafoglio. Per 30 anni, abbiamo sviluppato una filosofia di investimento incentrata sulla “crescita della qualità” a lungo termine che favorisce le aziende con un solido modello di business e una struttura finanziaria in grado di generare una crescita sostenibile degli utili. La natura specifica dell’approccio di Comgest si riflette nei portafogli concentrati e nell’avversione al rischio intrinsecamente elevata. In quest’ottica abbiamo fatto nostri, nel processo di investimento, i principi Esg, integrandoli nell’analisi fondamentale delle aziende. Nel 2010, Comgest ha assunto un impegno ufficiale per gli investimenti responsabili diventando firmatario dei Principi delle Nazioni Unite per gli investimenti responsabili (Pri delle Nazioni Unite).
Adottate un sistema che porta all’esclusione di alcuni titoli
«Assolutamente no. Noi crediamo che se riteniamo che una società offra buone opportunità possa essere oggetto di investimento, nonostante abbia un ranking interno Esg basso, sapendo comunque che il nostro universo di investimento include solo società con un elevato livello di qualità. Noi crediamo nell’engagement e il nostro compito è agire attivamente, in qualità di azionisti, a monitorare e incentivare i cambiamenti, tenendo conto della governance e delle scelte strategiche delle aziende. Pensiamo che, in qualità di azionisti, sia importante esercitare il nostro diritto di voto. Abbiamo aderito allo stewardship code nel Regno Unito e in Giappone. Le dirò di più, da questo punto di vista, siamo molto presenti anche sui mercati emergenti, dove gestiamo 15 miliardi di euro e dove siamo convinti che uno stile di gestione come il nostro, attivo e attento agli aspetti Esg, sia sempre più importante».
Pinuccia Parini
Dopo una lunga carriera in ambito finanziario sul lato, sia del sell side, sia del buy side, sono approdata a Fondi&Sicav

