La disruption è provocata solo da una sempre più rapida innovazione tecnologica?
«La disruption è un punto di rottura con il passato e con le abitudini di vita del genere umano e per questo motivo è da intendere in senso più ampio e legato al concetto filosofico di idea, o almeno di quell’idea che può fare la differenza nella quotidianità delle persone. Rimane chiaro il fatto che l’ambito tecnologico possiede un tasso evolutivo particolarmente elevato e perciò risulta più facile etichettarlo come il più disruptive, ma non è decisamente l’unico».
Come declinate il tema della disruption nelle politiche di investimento?
«Per ciò che concerne le politiche di investimento, pensare in modo disruptive significa identificare un modello che possa selezionare il sottostante con logiche differenti da quelle tradizionali e che di conseguenza possa risultare vincente in termini di generazione di valore. A partire dagli anni ’90, Pictet ha cominciato a guardare il mondo come a una grande connessione di dinamiche ineluttabili, quali la crescita demografica, lo sviluppo tecnologico, la dematerializzazione dell’economia e tante altre che non dipendono dalle scelte di un policymaker. In questo mondo in continua evoluzione Pictet ha scelto di svincolarsi dalla gestione classica legata alle aree geografiche e ai settori economici per concentrarsi sui grandi cambiamenti, che prendono il nome di megatrend, e sulle società che questi cambiamenti li vedono prima o addirittura sono in grado di determinarli. In modo pionieristico è stato stretto un accordo esclusivo con il Copenaghen Institute for Future Studies che ci aiuta a mettere a fuoco i megatrend e gli impatti profondi che questi punti di rottura possono avere nella nostra società, nella nostra economia e di riflesso nella nostra cultura collettiva. Dopo avere individuato il trend e qualora sussista un universo investibile abbastanza liquido, viene formato un team di analisti e gestori specializzati, dedicati allo stock picking, che viene affiancato da un advisory team composto da scienziati, professori e imprenditori che si siano distinti all’interno della tematica di riferimento; quest’ultimo team ha il compito di supportare i gestori analizzando i possibili cambi di paradigma che fanno parte della tematica sottostante all’investimento. Lavorando con questo nuovo modello dal 1995 a oggi, Pictet ha costruito la gamma tematica di prodotto più profonda in assoluto, che spazia dalle tematiche ambientali a quelle altamente tecnologiche. Trenta anni più tardi il sistema finanziario ha capito che quella tracciata da Pictet diverse decadi orsono è la rotta giusta per generare ritorni importanti per i clienti e di conseguenza l’arena competitiva dell’investimento tematico si è popolata di nuovi attori».
Quali sono i settori che ritenete più impattati?
«Esistono temi un tempo lontani e oggi particolarmente integrati che stanno cambiando velocemente in meglio le nostre vite. Lo sviluppo tecnologico e la grande rivoluzione digitale sono sotto gli occhi di tutti e impattano la nostra quotidianità a 360 gradi: dal modo in cui ci informiamo o consumiamo, a quello in cui comunichiamo con amici e clienti; in tal senso il periodo del grande lockdown pandemico è stato buon testimone dei passi da gigante che il genere umano ha fatto dalla quarta rivoluzione industriale in poi. Molti, però, non sanno che la tecnologia oggi rappresenta l’arma più importante che l’uomo possiede per rendere più sostenibile la nostra crescita in un mondo particolarmente stressato in termini di cicli vitali. Tecnologia e sostenibilità sono il vero connubio del prossimo futuro, sia in chiave economica, sia finanziaria».
Potete fare esempi specifici sui settori che ritenete maggiormente coinvolti?
«Esistono software di ultima generazione in grado di replicare perfettamente i cicli produttivi di un’azienda. Questi permettono di effettuare in chiave digitale tutta la fase di generazione di prototipi, riducendo i costi caratteristici ed evitando di dovere smaltire tutto ciò che non è perfettamente funzionante, altri costi strutturalmente elevati. Grosse realtà come la tedesca Miele da anni sperimentano virtualmente tutte le soluzioni innovative prima di cominciare a produrre su vasta scala, migliorando in modo netto il proprio bilancio e abbassando sensibilmente l’impatto ambientale dei propri centri produttivi. Più recentemente, è stata brevettata una nuova tecnologia, che prende il nome di Digital twin, che permette di creare repliche digitali di strutture realmente esistenti, grazie all’utilizzo di sensori di ultima generazione in grado di dare risposte in tempo reale sull’efficienza e i potenziali rischi di un impianto o di una macchina. Questa tecnologia è oggi montata all’interno di centrali atomiche, piattaforme petrolifere, fino ad arrivare anche ai singoli mezzi di trasporto per avere una serie di allarmi nel momento in cui qualcosa non sta funzionando bene. Questi nuovi compagni di viaggio, conseguentemente, possono evitare problemi come quelli successi a Chernobyl con il reattore della centrale nucleare Rbmk o come quelli accaduti nel Golfo del Messico con la piattaforma Deepwater Horizon. Il concetto di sostenibilità è maggiormente sentito rispetto al passato da parte dei policymaker di tutto il mondo; Green deal e Next generation Eu in Europa, Green new deal negli States, Made in China 2025 in Cina sono tutti piani di crescita che al centro mettono un’economia più sostenibile fatta di riduzione di emissioni nocive e di tagli agli sprechi, lanciando in modo forte l’idea di un’economia circolare che mette in primo piano l’uomo e il pianeta. Per raggiungere il target, gli investimenti più importanti saranno direzionati nell’ambito tecnologico, dalla robotizzazione delle catene di montaggio alla digitalizzazione dei processi produttivi».
Redazione
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