Biden è piaciuto ai mercati soprattutto per il fatto che è un moderato e, di conseguenza, perché il rischio politico, che era molto temuto, si sgonfia. È probabile che il nuovo presidente si muoverà nel solco della continuità: Trump, per quanto divisivo e controverso possa essere stato, ha comunque gestito l’economia in maniera tale da favorire l’enorme vitalità del sistema americano. Nel concreto non dovrebbe cambiare la politica di stimolo fiscale dell’ultimo quadriennio che ha fornito una spinta di notevoli dimensioni
Joe Biden, il candidato del Partito democratico, siederà alla Casa Bianca a partire dal gennaio del 2021. La reazione dei mercati al risultato della tornata elettorale, che comprendeva anche il rinnovo del Congresso e di alcuni seggi del Senato, è stata decisamente positiva e così riassunta da Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm: «L’azionario Usa è salito nella settimana delle elezioni del 7,36%, favorito principalmente dalle azioni growth, ossia quelle con multipli elevati, cui appartiene gran parte di quelle aziende tecnologiche che hanno guidato il mercato per tutto il 2020. Il rally si è esteso anche all’Europa (+7,52%) e ai paesi emergenti (+6,62% in dollari). Anche nelle fasi più drammatiche, in cui poteva accadere che le elezioni non avrebbero consegnato nessun vincitore, la reazione dei mercati è stata positiva e focalizzata sulle prospettive di medio termine, a riprova del fatto che gli operatori non hanno preso troppo seriamente la retorica e le denunce di Trump, che paventava il presunto rischio di brogli già da settimane. Il Vix, il più famoso indice di rischio, è calato di ben 13 punti (35%) scendendo al di sotto dei livelli pre-elezioni».
RIMOSSO UN MACIGNO

In pratica è stato rimosso, in massima parte, il macigno del rischio politico, che negli ultimi mesi aveva pesato non poco. Alla fin fine le elezioni americane si sono svolte in un clima di ordine e con una forte enfasi sugli aspetti più pragmatici della direzione del Paese; lo scontro ideologico è stato meno intenso di quanto ci si aspettava. Proprio dalla reazione degli investitori, che hanno per l’ennesima volta riesumato il trend favorevole ai titoli growth, si può trarre una conclusione che appare ovvia anche per il risultato complessivo delle urne.
Per capire ciò di cui si parla vale la pena ascoltare Stephen Dover, head of equities di Franklin Templeton Investments: «I sondaggisti hanno perso di nuovo ogni credibilità in occasione di queste elezioni. I mercati chiaramente non amano l’incertezza. È molto interessante notare che le piazze finanziarie si sono rivelate probabilmente uno dei migliori indicatori previsionali di ciò che sarebbe accaduto. Lo abbiamo visto da un giorno all’altro, con le quotazioni che facevano avanti e indietro, cercando di stabilire quali potessero essere i risultati elettorali. Sembra che non assisteremo a grandi cambiamenti ed è probabilmente il motivo per cui oggi il mercato evidenzia un andamento positivo».
SCONFITTI GLI ESTREMISTI
In pratica Trump ha sì perso, ma l’onda blu prevista alla vigilia non c’è stata, con una sostanziale sconfitta delle ali più estremiste di entrambi i partiti. Ovviamente è ancora presto per fare previsioni accurate, ma non è irrealistico pensare che la presidenza Biden si svolgerà nel solco della continuità. Infatti Trump, per quanto divisivo e controverso possa essere stato, ha gestito l’economia in maniera tale da favorire l’enorme vitalità del sistema americano.
Per capire tutto ciò, basta dare un’occhiata agli exit poll post-3 novembre che indicano addirittura una crescita del presidente uscente tra quelle minoranze etniche che avrebbero dovuto considerarlo con grande ostilità e che invece (in base a molte ricerche recenti) mostrano soddisfazione per una prosperità il cui incremento è stato fermato solo dal Covid.
PIL CRESCIUTO DEL 38%
Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, non si può non notare che il Pil statunitense nel terzo trimestre di quest’anno è cresciuto del 38% su base congiunturale annualizzata, un valore di gran lunga superiore alle aspettative. Indubbiamente Trump ha saputo bene interpretare la voglia di produrre, commerciare, consumare, investire e innovare che permea il popolo americano, nonostante le proprie divisioni etniche, ideologiche e religiose. Non deve quindi più di tanto sorprendere che anche sul fronte democratico vi sia stata una forte prevalenza degli elementi più moderati, a scapito di una sinistra del partito che finora sembrava avere in mano l’iniziativa politica.
Da politico di lungo corso e da uomo intelligente qual è, il neo-eletto 46esimo presidente degli Stati Uniti sembra avere capito perfettamente che non è il caso di iniziare una rivoluzione anti-libero mercato e che anzi si può mantenere ed espandere gli aspetti più a favore della crescita della precedente amministrazione.
Nel concreto, ad esempio, non dovrebbe cambiare più di tanto la politica di stimolo fiscale attuata nell’ultimo quadriennio che da un lato ha incrementato parecchio deficit e debito federali, ma, dall’altro, ha fornito uno stimolo economico di notevoli dimensioni. Di ciò sembra convinta Mona Mahajan, Us investment strategist di Allianz Global Investors: «Forse ciò che i mercati temevano di più sotto la presidenza Biden era l’inasprimento delle imposte per 4 mila miliardi di dollari, che avrebbe interessato le tasse sulle società, sulle plusvalenze di capitale e sulle persone con patrimoni ingenti. Tuttavia, in caso di Congresso diviso, gli interventi fiscali proposti saranno per la maggior parte (se non in toto) difficili da realizzare. E soprattutto la squadra di Biden non potrà inserirli tutti fra le priorità del primo anno di presidenza, data l’urgenza di combattere la pandemia e delle misure per sostenere l’economia».
In questo senso si comprendono dunque le parole di Stephen Dover, di Franklin Templeton, e le reazioni entusiaste degli investitori. Resta dunque da capire quale tipo di scenario economico Biden si troverà ad affrontare e ovviamente quali segmenti dei mercati dei capitali, sia statunitensi, sia internazionali, potrebbero andare incontro a performance positive. Un esercizio tutt’altro che scontato, anche dando per certo lo scenario di una sostanziale continuità, dal momento che l’America e il mondo si trovano comunque costretti a continuare a gestire una serie di tavoli di crisi ben lontani dal vedere una soluzione.
Boris Secciani
Nato a Bologna nel 1974, a Milano ho completato gli studi in economia politica, con una specializzazione in metodi quantitativi. Ho cominciato la mia carriera come broker di materie prime negli Usa, per poi proseguire come trader sul forex. Tornato in Italia ho partecipato come analista e giornalista a diversi progetti. Sono in FONDI&SICAV dalla sua fondazione, dove opero come Responsabile dell'Ufficio Studi. I miei interessi si incentrano soprattutto sul mondo dei tassi di interesse e del reddito fisso, sulla gestione del rischio di portafoglio e sull'asset allocation.

