La disruption riguarda solo una sempre più rapida innovazione tecnologica o è da intendere in senso più lato?
«Da qualche tempo la disruption è un tema entrato al centro del dibattito e sul quale si spendono molte considerazioni. Ogni processo di disruption, letteralmente discontinuità o rottura, riguarda una forma di innovazione, ma trattare i termini innovazione e tecnologia come sinonimi è a nostro avviso limitativo. Più in generale, preferiamo associare l’innovazione all’abilità delle aziende di sapere cogliere le opportunità date dai cambi di paradigma che impattano la società e i business, sia nella sfera privata, sia pubblica delle persone. Può riguardare un nuovo modo di operare sul mercato, la capacità di intercettare nuove necessità o di essere maggiormente competitivi, o anche il fatto di essere riconosciuti come improver, cioè in grado di sfruttare processi innovativi per migliorare un business esistente. Negli ultimi 250 anni ci sono state sei importanti ondate di innovazione, a partire dalla macchina a vapore fino all’automazione. Si tratta di rivoluzioni che tendono ad avere effetti di lungo periodo e che costituiscono driver durevoli di crescita. Venendo al nostro mandato di gestori, se si è in grado di riconoscere questi cambiamenti e le aziende innovative che ne traggono vantaggio, si possono costruire portafogli capaci di offrire interessanti rendimenti di lungo termine. Oggi l’innovazione è la linfa delle aziende di successo e individuare queste imprese è un passo strategico per offrire esposizione a un fattore di crescita economica fondamentale».
Come declinate il tema della disruption nelle politiche di investimento?
«Abbiamo lanciato a settembre 2020 un fondo tematico dedicato, il Global Innovation Equity Fund, che investe in società di tutto il mondo con una forte cultura di innovazione. Senza limitarci alla tecnologia e alle aziende It tradizionalmente definite, questo strumento trascende i confini geografici e di settore, così da catturare i processi innovativi nel loro significato più trasversale. In particolare, per analizzare e selezionare le opportunità, il team di investimento ha individuato cinque pilastri chiave dell’attività umana per valutare l’impatto dell’innovazione nei diversi settori di mercato, che sono:
1. come viviamo;
2. come produciamo;
3. come risparmiamo e spendiamo;
4. come lavoriamo;
5. come ci intratteniamo.
Per ognuno di questi pilastri ci sono enormi cambiamenti da cogliere. Basti pensare che, secondo i dati dell’International energy agency, entro il 2030 il 70% di tutti i veicoli venduti sarà elettrico (pilastro n°1). Oppure che già oggi, secondo Accenture, il 35% dei profitti delle banche è messo a rischio dall’ecosistema fintech (pilastro n°3). Affidandosi a questo approccio, il team è in grado di trovare gli innovatori più interessanti in più regioni, settori e con diverse capitalizzazioni di mercato, creando una forte diversificazione all’interno del fondo».
Quali sono i settori che trarranno maggiori vantaggi?
«Stando alla nostra impostazione basata sui cinque pilastri dell’innovazione, alcuni dei segmenti maggiormente coinvolti saranno i trasporti elettrici, il fintech, il medtech, l’e-commerce, l’automazione e l’ambiente. Quest’ultimo è uno dei temi d’investimento che ci caratterizza come investitori di lungo periodo, avendo ormai da tempo pienamente integrato l’analisi ambientale, sociale e di governance (Esg) nel nostro processo di selezione dei titoli. Poiché l’innovazione giocherà un ruolo fondamentale nella soluzione delle importanti sfide ambientali che ci aspettano, riteniamo di potere aggiungere valore selezionando quelle aziende che meglio si posizioneranno per fare il bene del pianeta e del portafoglio, grazie a sistemi sempre più innovativi».
Potete fare esempi specifici per i settori che ritenete maggiormente coinvolti?
«Come ho già avuto modo di sottolineare, il nostro nuovo fondo tematico incentrato sull’innovazione va oltre i tradizionali comparti quali software, hardware e semiconduttori. Un esempio è la partecipazione nel colosso dello sportswear Nike, che riteniamo sia un caso interessante di improver: un’azienda che ha saputo utilizzare un fattore innovativo (in questo caso, il suo e-commerce) per migliorare la propria attività esistente ed estendere le proprie opportunità di crescita, dando prova di grande resilienza anche in tempi di Covid. Di recente Nike ha reso noti i suoi risultati anno su anno che hanno provocato un rialzo del titolo di circa il 10%. I dati sono stati migliori delle aspettative, ma l’elemento più importante, ai nostri occhi, è che il successo è attribuibile ai ricavi digitali in aumento dell’83% (a/a), che hanno raggiunto oltre il 30% delle vendite. Il management ha evidenziato che il coinvolgimento dei clienti sulle piattaforme online può moltiplicare per quattro il valore di un cliente fidelizzato a vita. Nel tempo ciò si tradurrà in una crescita costante dell’Eps. In conclusione, l’innovazione può portare a cambiamenti radicali e dirompenti nella società. Questi mutamenti non iniziano e finiscono con un settore specifico, ma possono coinvolgere diversi ambiti della sfera privata e pubblica, rendendo l’innovazione un fattore declinabile in una gamma diversificata e ampia di opportunità di investimento».
Redazione
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