Nicholas MCConway, head of Asia ex Japan equity di Amundi London

Come tradurrebbe il concetto di “common prosperity” in strategie di investimento?

«Innanzitutto è necessario definire che cosa si intende per “common prosperity”. L’ambito di riferimento è molto ampio, ma, probabilmente, il significato generale è la volontà di ridurre le disparità di reddito nel paese. L’obiettivo è un progressivo aumento e una ridistribuzione della ricchezza per rendere accessibile una serie di beni e servizi a quella fascia della popolazione che non vi ha ancora accesso. Penso che, dopo gli anni di forte sviluppo e massicci investimenti, in seguito all’entrata della Cina nel Wto, sino alla crisi finanziaria del 2008, la Terra di mezzo si sia trovata, durante i 10 anni di leadership di Xi Jinping, a ridefinire il suo percorso di crescita. In questo senso, “common prosperity” indica che, dopo una rapida crescita economica, è ora necessario migliorare gli standard di vita e ciò può essere fatto rendendo i prodotti di consumo più accessibili, così come le abitazioni. Ciò avviene contrastando la formazione di bolle di carattere speculativo o evitando che vi siano alcuni servizi che risultino accessibili solo a una determinata fascia della popolazione e che generino così una forte discriminazione, come, per esempio, è accaduto nel campo dell’istruzione. Mi rendo conto che quanto sopra esposto, se lo si dovesse tradurre in termini di investimento, potrebbe avere molteplici declinazioni, ma, di fatto, la “common prosperity” è una politica volta ad alzare il livello medio della qualità della vita: si tratta di un fenomeno che va di pari passo con un crescente nazionalismo all’interno del paese. È in questo senso che ritengo debbano essere visti anche i diversi interventi dei vari enti regolatori che hanno riguardato le grandi piattaforme internet, piuttosto che i corsi di educazione online e lo stesso mercato immobiliare: erano tutte azioni volte a fermare una serie di distorsioni che si erano verificate sui mercati. Probabilmente, vanno considerati come atti che avevano la finalità di introdurre alcune norme in segmenti dove la crescita è stata molto forte, veloce e, proprio per tali caratteristiche, non controllata. L’aspirazione della Cina è continuare a crescere con target ambiziosi e un ruolo importante verrà ricoperto dai consumi, che debbono però essere accessibili a tutti: è per questa ragione che il reddito medio deve aumentare. In termini di investimento, oltre ai singoli beni, è necessario considerare comparti quali l’health care e tutto ciò che è legato a uno stile di vita più sano. C’è anche un modo indiretto per investire nella “common prosperity” ed è considerare quanto l’innovazione sia necessaria in una società il cui dividendo demografico sta scendendo. Per aumentare la produttività bisognerà incrementare l’automazione dei processi di lavorazione e prevedere un sempre più diffuso utilizzo dei robot, così come l’impiego di una tecnologia avanzata. Si tratta di aspetti che si possono trovare all’interno del nuovo settore energetico cinese. Infine, se aumenta il potere d’acquisto di una più ampia fascia della popolazione, alcuni consumi legati direttamente agli stili di vita (viaggi, ristoranti, alimentazione) non possono che crescere».

Se raffrontasse la situazione attuale del mercato cinese alla crisi finanziaria globale (Gfc), troverebbe più similitudini o differenze?

«Direi che la situazione attuale presenta più complessità rispetto a quella della Gfc.  Allora fu uno shock finanziario globale cui la Cina rispose con un consistente pacchetto di stimoli che fu di sostegno all’economia di tutto il mondo. Fu un momento chiave per la nazione, che si stava aprendo all’occidente che dimostrava, in quell’occasione, tutta la sua debolezza e faceva sorgere diversi dubbi alla stessa Cina. L’ammontare dell’intervento, però, fu così consistente da generare poi, negli anni a venire, una serie di problemi nel paese, soprattutto a causa dell’aumento degli investimenti e dell’indebitamento all’interno del sistema. Ciononostante, la crisi del 2008 fu gestibile senza grandi difficoltà da parte di Pechino, così come tutte le altre che ho visto arrivare da quando ho iniziato a investire in titoli azionari cinesi (2005). La situazione attuale, invece, si presenta con caratteristiche completamente diverse. Il peggioramento è avvenuto nel 2021 con il fallimento di Evergrande, a significare la precaria situazione del mercato immobiliare, con le conseguenze a ciò legate che, insieme agli interventi del regolatore in alcuni settori, hanno rallentato l’attività economica. Le difficoltà di crescita sono state accentuate dall’introduzione della politica di tolleranza zero nei confronti del Covid, diventato più impattante con la comparsa di Omicron. L’attuale leadership, dopo il conferimento del terzo mandato a Xi Jinping, non ha un compito facile: la rigidità della politica di contenimento del virus ha avuto forti ripercussioni economiche e i segnali sono per un rilassamento delle misure sinora introdotte. Tuttavia, ciò comporta alcuni rischi, perché è difficile sapere come possa evolvere la situazione, vista l’ancora insufficiente percentuale di inoculati tra la popolazione fragile. È indubbio che gli effetti sulla salute di Omicron sono più benigni di quelli delle precedenti varianti, ma è pur vero che i numeri della popolazione cinese sono tali che la diffusione di un virus, comunque, preoccupa. I prossimi due trimestri saranno cruciali per vedere come la situazione evolverà: sarà un’apertura ordinata (con un aumento dei vaccinati) oppure farraginosa? È difficile pronosticarlo, ma è però anche importante ricordare che, poiché nell’ultimo anno i consumi non sono praticamente saliti, si è registrato un aumento di 20-30 trilioni di yuan nei depositi bancari. Questo fatto si traduce in un forte eccesso di risparmio pronto a essere impiegato nel momento in cui ci dovesse essere una ripresa. Le dinamiche di allontanamento dalla politica “zero Covid” sembrano procedere velocemente, con i tassi di vaccinazione della fascia di popolazione più anziana in accelerazione e le ondate di Covid che si diffondono rapidamente; ciò significa che la mobilità potrebbe tornare alla normalità prima e che l’economia potrebbe iniziare la sua normalizzazione già nel secondo trimestre dopo il Capodanno cinese (o comunque una volta passate le prime ondate) e poi accelerare a partire dal secondo semestre del 2023. Si tratta ovviamente dello scenario economico più positivo. Inoltre, poiché riteniamo che l’ondata di regolamentazione si attenui, alcune delle aziende che avevano sofferto lo scorso anno e si sono adeguate alle nuove disposizioni possono offrire una buona opportunità di investimento».

Come valuta la qualità delle aziende cinesi (redditività, solidità, business model)?

«Credo che le imprese cinesi siano, in generale, in buona salute, grazie anche al processo di deleveraging che continua. Non hanno certo trascorso un periodo facile, vista la debolezza della domanda, ma sono più solide di quanto non fossero in passato. Penso che la deludente performance degli indici di mercato rifletta più un problema legato ai flussi che al capitale delle società ed è questa la ragione per cui ci sono molte opportunità da cogliere. In aggiunta, non va dimenticato che, durante i periodi di difficoltà, le buone aziende tendono a tagliare i costi e a essere più efficienti, un percorso che le rende ancora più forti e fa guadagnare quote di mercato, quando la situazione economica migliora. Se si guarda ad alcune di queste società, si rimane piacevolmente sopresi dai risultati ottenuti, nonostante la domanda in calo e la debolezza del mercato del lavoro. L’elemento poi da sottolineare è che, solitamente, questi gruppi, nella fase di ripresa economica, incrementano il loro fatturato molto più celermente di quanto non avvenga per la base dei costi, generando così una forte espansione dei margini. Non tutte le imprese sono però in questa situazione e alcune hanno conosciuto, da un punto di vista operativo, un periodo particolarmente stressante. L’unico settore che deve passare ancora attraverso un percorso di deleveraging forzato, in un contesto non certo facile, vista la diminuzione dei volumi di business, è l’immobiliare. È difficile pensare che un’azienda del real estate in difficoltà possa essere salvata senza un aiuto pubblico e comunque, anche dopo una normalizzazione della situazione, non vedo i volumi degli immobili ritornare ai livelli toccati nel 2020-21».

Una maggiore autosufficienza cinese nell’ambito dei chip è un tema investibile sui mercati e, se sì, come?

«Il “Chip Act” americano ha chiaramente posto un limite a questo tipo di sviluppo tecnologico. L’industria dei semiconduttori ha una catena di approvvigionamento molto lunga: dal silicio al wafer, dall’etching al packaging. Soprattutto, la tecnologia è in continuo avanzamento. Penso, quindi, per rispondere alla domanda, che la Cina possa diventare autosufficiente, ma in ritardo in termini relativi, laddove non sono state imposte restrizioni. Ciò pone alcuni problemi. Inoltre, non va dimenticata l’agguerrita concorrenza con cui dovrà competere, visto che il paese è entrato da poco in questo segmento di mercato. In alternativa, la Cina potrebbe decidere di produrre autonomamente le attrezzature e gli strumenti che non può importare, ma i tempi per fare sì che ciò sia possibile sono decisamente molto lunghi, tanto da rendere obsoleto un prodotto prima che arrivi sul mercato. Ma attenzione, il mercato dei semiconduttori è la riproduzione della globalizzazione. Quindi, in generale, si può affermare che nessun paese al mondo può pensare di essere completamente autonomo in questo settore, neppure gli Stati Uniti».

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