Il quadro macroeconomico
Prima nella ripresa
Il colosso asiatico è stato il primo paese a riprendersi dalle conseguenze della pandemia e già nel secondo trimestre del 2020 è stato in grado di registrare un incremento del Pil del 3,2%, nettamente meglio del consensus, che prevedeva una crescita del 2,5%. I consumi stanno ripartendo e soprattutto il settore del lusso ha messo a segno risultati importanti. Molto bene anche l’industria, spinta da stimoli creditizi e interventi pubblici, e l’immobiliare
Mentre il mondo sta trattenendo il fiato e cerca di contenere una nuova ondata di Covid, che in alcuni paesi ha portato a una serie di lockdown parziali, la Cina, una potenza che all’inizio di questo disastroso 2020 sembrava sull’orlo del collasso, oggi si pone come la vera vincitrice dell’attuale, disastroso, processo di trasformazione globale. La situazione sanitaria e l’economica sembrano infatti tornate quasi alla normalità; persino a Wuhan, da cui è partito tutto. Nonostante le tensioni con gli Usa, sono state ricostruite le basi per fare ripartire in maniera robusta l’epocale trasformazione verso una società del benessere di massa con una fortissima enfasi sulla tecnologia. Il risultato è una valuta in rafforzamento, listini azionari fra i migliori al mondo in questo 2020 e una rinnovata fiducia nel proprio Manifest destiny.
Qualche dato può aiutare a chiarire i termini della questione: nel secondo trimestre del 2020 il Pil è tornato a crescere su base annua, mentre il resto del pianeta era impelagato in una contrazione enorme. Oltretutto, il +3,2% registrato si è rivelato largamente superiore al dato previsto dal consensus (+2,5%). La maggior parte degli economisti prevede per il terzo e quarto trimestre incrementi ben al di sopra del 5%. Certamente non è tutto rose e fiori, dal momento che proprio a livello di consumi siamo ancora tutto sommato distanti dal ritorno a un quadro di normalità, anche se i segnali positivi sono tanti. Nei primi sette mesi del 2020 vi sono stati altrettanti cali delle vendite al dettaglio su base annua e solo ad agosto si è avuto finalmente un modesto incremento (+0,5%) con il totale per i primi otto mesi di quest’anno comunque in diminuzione a -8,6% rispetto al periodo equivalente del 2019. Come spesso accade nei frangenti di crisi più o meno acuta, la Cina è ricorsa a stimoli creditizi e della spesa pubblica che hanno favorito soprattutto il comparto degli investimenti in capitale fisso, praticamente invariati a fine agosto (-0,3%) rispetto ai primi otto mesi dell’anno scorso. In particolare sembra correlato a queste manovre di stimolo il buon andamento dell’industria del Dragone: ad agosto il Pmi calcolato da Caixin/Markit è stato 53,1, un valore che non si vedeva da quasi un decennio.
SEGNALI INCORAGGIANTI
Per quanto riguarda la domanda privata, si stanno cominciando a vedere segnali incoraggianti: ciò che appare particolarmente positivo è che il processo di ripresa dell’economia cinese si sta estendendo in maniera organica dall’azione statale a un ritorno della centralità della spesa delle famiglie, inevitabilmente impaurite negli scorsi mesi, ma chiaramente ancora dotate della voglia e dei mezzi per fare ripartire la macchina degli acquisti. Di recente, infatti, si è vista parecchia forza in ambiti come l’automobile e gli smartphone e le vendite al dettaglio via internet di oggetti fisici sono cresciute nel periodo gennaio-agosto di quasi il 16%. In pratica la Cina non sta seguendo un percorso così diverso rispetto a quanto visto in altre economie, con però un’uscita più rapida e decisa dai pantani della pandemia e un potenziale di crescita di base molto più elevato rispetto alle nazioni avanzate. Di fatto, la debolezza dei consumi è stata dovuta a un insieme limitato di settori e continuano a latitare gli acquisti di beni durevoli di vasto importo legati all’acquisto di case e alla formazione dei nuclei familiari.
L’andamento in sé non è eccessivamente preoccupante: riflette un graduale e lento ritorno alla normalità, anche da un punto di vista psicologico. All’estremo opposto, infatti, troviamo l’incredibile vivacità del settore del lusso che ha visto numeri in Cina a dir poco sorprendenti non appena il lockdown è terminato. Swetha Ramachandran, investment manager del fondo Gam Luxury Brands Equity fornisce qualche dato specifico: «L’interrogativo da porsi è: l’attuale declino sarà seguito da tempi migliori? Le aziende del lusso hanno espresso un parere abbastanza unanime sul fatto che si tratti di una crisi dell’offerta, più che della domanda. Società come Ferrari ed Hermès hanno evidenziato che la domanda è rimasta robusta, in particolare per i clienti in Cina e in Nord America. Nella Cina continentale, dove i negozi sono stati aperti durante il secondo trimestre, si registra un fenomeno di “revenge spending”, con i consumatori che sono tornati prepotentemente a fare acquisti. Le vendite di moda e di pelletteria sono aumentate di oltre il 60% nel trimestre. Nel frattempo, Tiffany ha registrato un incremento del 90% delle vendite a maggio nella sola Cina, e Nike, pur essendo un marchio più wholesale, è tornata a crescere sei settimane prima del previsto nella Repubblica Popolare».
IL PLUS DI VIAGGIARE POCO
Poi il fatto che saranno viaggi e turismo internazionali a riprendersi per ultimi potrebbe favorire ulteriormente l’economia cinese. I cittadini del Dragone, infatti, rappresentano la maggiore fonte di domanda turistica al mondo e pesano non poco in negativo sulla bilancia dei pagamenti: non avere la possibilità di viaggiare come in passato potrebbe riorientare al mercato domestico una grande parte del possente potere d’acquisto locale. Proprio il comparto del lusso cinese è una dimostrazione di questo fenomeno, perché vedeva circa metà del proprio fatturato realizzato da turisti del Dragone in viaggio. Sempre Ramachandran afferma: «Il 35% della domanda del settore luxury è costituito da consumatori cinesi. Poco più della metà del fatturato è realizzato dai turisti cinesi fuori dalla zona continentale del Paese. Di conseguenza, stiamo assistendo a una crescita massiccia dei consumi di lusso all’interno della Cina, stimolata dall’impossibilità delle persone di effettuare spese durante i viaggi internazionali. Nel complesso, i marchi più forti hanno compiuto sforzi altamente differenziati per migliorare il loro servizio di e-commerce rispetto ai brand più deboli. Il 50% delle vendite di L’Oreal in Cina è ora online, guidato da iniziative come il live-streaming. Prima della crisi, l’online rappresentava il 7-8% degli acquisti del settore e prevediamo che questo dato raddoppierà dopo la crisi».
Questo discorso può essere tranquillamente esteso al di fuori del lusso: infatti, con l’ausilio di strumenti tipici del big data, emerge un quadro di forte desiderio da parte dei consumatori cinesi di svago e socialità che può essere soddisfatto solo sul mercato domestico e che dovrebbe spingere l’economia cinese verso la completa normalità. Interessanti appaiono alcuni risultati evidenziati dal Team di ricerca azionaria di Credit Suisse: «La nuvola della parole chiave più frequenti su Weibo mostra che i film, cenare fuori e i viaggi sono alcuni dei temi più discussi di recente su questa piattaforma. Dal momento che il virus è ben contenuto, la gente si sente più sicura a uscire e a godersi la vita. Guardando al futuro, ci aspettiamo che tutta questa domanda compressa venga scatenata specialmente durante i week end lunghi di vacanza che ci aspettano in autunno».
Una Cina, dunque, che sembra per il momento reagire come spesso ha fatto in passato durante le situazioni di crisi, ossia con una forte azione top down che ha dato grande stimolo all’industria e con un aumento dei risparmi e degli investimenti da parte dei cittadini. Allo stato attuale, in effetti, è molto probabile che stiamo assistendo a un ritorno del canale di trasmissione verso i consumi, come si è visto sempre più domestici. Il processo potrebbe essere favorito anche da un altro fattore: l’incremento dei risparmi e la rapida ripresa dell’economia hanno portato a performance fra le migliori al mondo degli asset locali. Innanzitutto, come spesso accade in Cina, l’immobiliare ha visto un’ulteriore rapida fase di crescita durante tutta la prima parte del 2020, come spiegano Shaun Roache e Vishrut Rana, economisti di S&P Global Ratings: «La recente crescita del risparmio delle famiglie e il desiderio di investire in attività percepite come rifugio sicuro hanno dato una forte spinta al mercato immobiliare residenziale, le cui vendite da maggio sono schizzate al di sopra della media degli ultimi cinque anni».
EFFETTO RICCHEZZA
A ciò si accompagna un mercato azionario pieno di flussi retail che quest’anno hanno portato i maggiori segmenti delle azioni A a buone performance, come ricorda sempre il Team di ricerca di Credit Suisse: «L’andamento del mercato equity sta generando un effetto ricchezza positivo».
Ovviamente moltissime cose possono andare storte: innanzitutto l’esperienza di altre nazioni mostra che cantare vittoria troppo presto riguardo il contenimento del Covid-19 può portare a brutte sorprese. Dall’altra parte, i recenti avvenimenti mostrano che le tensioni con gli Stati Uniti rimangono altissime, con gli Usa che si avviano alle elezioni presidenziali più tese della propria storia moderna con un gigantesco bull market azionario che potrebbe essere arrivato alla fine e con il livello di indebitamento generale più alto della propria storia. Ciò per dire che ovviamente l’economia cinese non si dipana in un vuoto pneumatico completamente avulso dall’influenza del ciclo globale e di altri elementi esogeni. Al tempo stesso, però, è difficile negare che oggi i suoi driver interni sono probabilmente messi meglio rispetto a quelli di tutte le economie principali.
Redazione
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