A cura di Rahul Bhushan, Co-Founder Rize ETF e Head of Global Index di ARK Invest Europe
Inflazione, la Fed non può ancora cantare vittoria. Mentre la BCE potrebbe avere le mani legate

Il dato sull’inflazione USA di ottobre 2023 è stato incoraggiante, risultando inferiore al 3,3% previsto e in calo rispetto ai livelli di settembre e di agosto. I dati suggeriscono una moderazione dell’inflazione, giunta a un livello significativamente inferiore rispetto al picco osservato nel giugno 2022.
Nonostante l’ottimismo, diversi fattori devono essere presi in esame. Il CPI Core, al netto di cibo ed energia, è salito dello 0,2%, con un incremento anno su anno del 4%.
Questa misura rimane ben al di sopra dell’obiettivo della Fed del 2%. Mentre i prezzi dell’energia hanno contribuito in modo significativo alla decelerazione del CPI, i costi degli alloggi continuano a esercitare pressioni al rialzo, rappresentando circa il 40% del dato core.
In prospettiva, pur con i progressi attuali, la Fed presterà molta attenzione alle componenti core. Le componenti abitative del CPI, che hanno un forte ritardo, suggeriscono comunque una potenziale disinflazione in queste aree per il resto del 2023. Di conseguenza, i dati dell’inflazione di ottobre presentano un quadro ricco di sfumature. E, la banca centrale USA manterrà un approccio cauto alla politica monetaria, con la possibilità di ulteriori aggiustamenti per affrontare le pressioni inflazionistiche in corso.
Dall’altro lato dell’Atlantico, a nostro parere i tassi di interesse dell’Eurozona hanno probabilmente raggiunto il picco. Pur non avendo ancora portato a raggiungere l’obiettivo del 2%, i 10 rialzi consecutivi della BCE dal luglio 2022 hanno fatto scendere l’inflazione di fondo fino al 4,2% anno su anno ad ottobre, con un costo economico elevato.
L’economia dell’Eurozona si è contratta dello 0,1% nel terzo trimestre del 2023, in netto contrasto con la crescita del 4,9% degli Stati Uniti. Attualmente la BCE prevede per l’Eurozona tassi di crescita dello 0,7% nel 2023, dell’1% nel 2024 e dell’1,5% nel 2025, che non sono certo impressionanti.
Con il mercato che prezza al 75% un taglio dei tassi della BCE entro aprile 2024, l’aspettativa è di raggiungere prima l’obiettivo di inflazione del 2%. Ciò sembra plausibile, data la nuova narrativa “higher for longer” e dato il previsto declino dell’inflazione dei servizi (leggi: inflazione salariale) man mano che i salari nominali si allineano ai prezzi headline (cosa che si sta già verificando).
Restano dei rischi di inflazione, derivanti da potenziali shock dei prezzi dell’energia legati alle tensioni geopolitiche, in particolare per i conflitti Russia-Ucraina e Israele-Hamas. L’aumento dei prezzi dell’energia potrebbe mettere a dura prova l’Europa, colpendo i consumatori e sostenendo le pressioni salariali. Ciò sosterrebbe un’inflazione elevata a fronte di un’economia stagnante, complicando eventuali tagli dei tassi.
Un’altra preoccupazione è la necessità per la BCE di allineare la politica alla Fed per evitare di destabilizzare o, meglio far crollare, l’euro. L’Eurozona ha attualmente una tolleranza molto più bassa degli Stati Uniti nei confronti di ulteriori rialzi dei tassi. E i margini in termini di politica monetaria sarebbero ristretti, se la Fed alzasse ulteriormente i tassi. In effetti, la BCE potrebbe non avere proprio scelta, in questo caso.
Guardando più a lungo termine, l’Europa deve affrontare profonde sfide strutturali. Gli europei pagano l’energia 2-3 volte di più rispetto alle controparti dei mercati sviluppati. L’IEA un anno fa ha sottolineato la necessità di una nuova politica industriale in Europa, che la liberi dall’energia russa, una fonte abbondante e a basso costo, ma non più praticabile.
L’Europa deve trovare nuovi vantaggi competitivi che riaccendano la crescita, o rischia la deindustrializzazione. In definitiva, il percorso dell’Europa verso una nuova crescita deve dipendere da strategie innovative che vadano oltre la riduzione dei tassi.
Redazione
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