a cura di Mark William Lowe

Pochi paesi africani attirano tanta attenzione quanto l’Etiopia. Un tempo sinonimo di carestia e guerra civile, negli ultimi anni il Paese è stato spesso considerato una “tigre africana”. I politici di Addis Abeba parlano di industrializzazione e modernizzazione, mentre i donatori e i finanziatori internazionali sbandierano riforme e previsioni. Il governo stima una crescita del Pil superiore all’8% nel prossimo anno fiscale e il Fmi ha promesso 3,4 miliardi di dollari di sostegno per quelle che definisce «riforme interne».

Livello sociale

Tuttavia, i titoli dei giornali nascondono un dilemma più profondo: l’Etiopia sta realizzando strade, dighe, parchi industriali e posando cavi in fibra ottica  a una velocità vertiginosa, ma i benefici a livello sociale rimangono estremamente esigui e i progressi si misurano in megawatt e chilometri, più che in creazione di posti di lavoro o aumento dei redditi. Il paradosso è evidente: mentre le risorse economiche del Paese si moltiplicano, il suo capitale umano, le sue istituzioni e la sua resilienza rimangono arretrati. L’Etiopia sta diventando una terra con infrastrutture impressionanti, ma fragili basi.

Impatto modesto

L’Etiopia non è mai stata priva di ambizioni. La Gerd (Grand ethiopian renaissance dam), il più grande progetto idroelettrico del continente, è considerata un simbolo di orgoglio nazionale e una dichiarazione di indipendenza energetica. Le autostrade attraversano ora le regioni, promettendo di collegare le aree remote ai mercati. I parchi industriali, progettati per attrarre aziende tessili e manifatturiere globali, costellano il paesaggio. Nel settore delle telecomunicazioni sono stati posati chilometri di cavi in fibra ottica e gli operatori stranieri sono stati finalmente ammessi a competere con il monopolio statale. Sulla carta, si tratta di traguardi importanti. Nella pratica, il loro impatto è stato modesto. I parchi industriali, sebbene scintillanti, spesso funzionano al di sotto della loro capacità, limitati da un’elettricità inaffidabile, da colli di bottiglia logistici e da una cronica carenza di valuta estera per l’acquisto di fattori produttivi.

Gli agricoltori

Gli agricoltori, che costituiscono la maggioranza della forza lavoro, rimangono esposti a siccità, inondazioni e degrado del suolo. I sistemi di irrigazione rimangono sottosviluppati, lasciando i campi in balia della variabilità climatica. Anche nell’ambito delle infrastrutture digitali, la situazione è disomogenea. Le reti esistono, ma i tagli di elettricità, le restrizioni normative e il potere d’acquisto limitato dei consumatori ne impediscono il pieno utilizzo. La banda larga è stata installata, ma rimane inaccessibile a milioni di persone. Le dighe generano elettricità che non sempre può essere trasmessa in modo efficiente alle famiglie o alle industrie. L’Etiopia rischia di costruire “elefanti bianchi”, monumenti dell’ambizione che abbagliano gli stranieri, ma offrono ben poco ai cittadini comuni. Le implicazioni sono preoccupanti. I megaprogetti finanziati dal debito richiedono rendimenti, ma le esportazioni rimangono deboli e le riserve valutarie scarse. Una crescita basata sulle infrastrutture, se non è accompagnata da un aumento della produttività, rischia di diventare una trappola in cui il Paese costruisce più velocemente di quanto si sviluppi.

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Redazione

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