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Focus Cina: Ancora tanti treni da prendere

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Focus Cina: Ancora tanti treni da prendere

La Cina è ormai una super-potenza e continua a espandersi sulla base di piani sempre più concreti, sempre più colossali.

Basti pensare alla Belt and Road, ma anche alla grande quantità di trattati che il governo di Pechino sta stipulando con i paesi vicini e con realtà molto più lontane, come l’Unione Europea. I risultati finora sono stati eclatanti e la Repubblica Popolare è diventata un gigante economico, finanziario e politico globale.

Ma, nonostante i risultati eccezionali, di strada il Paese ne ha ancora molta da fare. Interi settori, come la sanità e gli stessi consumi, di cui si è parlato molto negli ultimi anni, sono tuttora molto indietro rispetto agli standard occidentali. Le disparità tra regioni sono ancora un problema molto vivo e realtà come Shanghai o Canton, che hanno livelli di reddito ai massimi planetari, coesistono con aree rurali molto lontane, in tutti i sensi, dalle scintillanti immagini delle città più progredite.

Tutto ciò comporta per gli investitori una semplice conseguenza: gli spazi sono ancora amplissimi e anche chi arriva oggi nel Celeste Impero ha grandissime opportunità a disposizione. I treni da prendere in Cina sono ancora moltissimi, anche se ne sono partiti tanti.

Di questi temi, nel primo dibattito organizzato da Fondi&Sicav sulle prospettive della Cina, hanno discusso Filippo Battistini, head of business development retail wholesale Italy di Allianz Global Investors e Frank Di Crocco, head of banks e wealth managers di Invesco.

La Cina è la più grande storia di consumi al mondo. Nel contesto attuale, quali sono secondo voi le opportunità per le aziende straniere? Quali per gli investitori?

Filippo Battistini (Allianz Global Investors): «La Cina è un’enorme nazione in via di sviluppo, la cui popolazione ammonta a circa 1,4 miliardi di persone. All’interno di questo insieme si trovano 120 milioni di operatori di mercato e una forza lavoro di 900 milioni di esseri umani; pertanto è assolutamente naturale che questi numeri giochino un ruolo cruciale nel processo di ripresa in corso, che per di più si accompagna a una graduale apertura nei confronti delle aziende e degli investitori stranieri. Per quanto riguarda i mercati, l’Onu stima che nel 2020, nonostante la pandemia, gli investimenti esteri diretti nel Paese siano comunque cresciuti del 4%. Di conseguenza, ad Allianz Global Investors riteniamo che le opportunità sui mercati finanziari cinesi siano ancora abbondanti sul medio-lungo periodo. Ciò sulla base di cinque motivazioni principali: innanzitutto l’economia sta andando verso una sempre maggiore prevalenza del privato rispetto alle grandi aziende pubbliche, le cosiddette state-owned enterprises (Soes). In 15 anni il peso di queste ultime sul Pil è passato dal 50% al 30%. In secondo luogo la governance di entrambe le tipologie di società sta migliorando. A ciò va aggiunta una terza motivazione, ovvero la sempre maggiore espansione dimensionale dei mercati della Repubblica Popolare: l’anno scorso complessivamente su Shanghai e Shenzhen sono state quotate 120 nuove aziende. La quarta ragione risiede nel sempre maggiore spazio che l’azionario del Dragone ricopre nei benchmark internazionali: nell’ultimo decennio la quota in termini percentuali detenuta all’interno dell’Msci Asia ex Japan è passata dal 20% al 40%. Infine, vi è una costante crescita di società consumer in grado di imporre sui mercati domestici ed esteri i propri marchi. Facciamo anche in questo caso un esempio. Nel 2008 il 90% degli smartphone venduti in Cina era ascrivibile a gruppi esteri: oggi, invece, fra le società incluse nella top 10 delle vendite locali, otto sono cinesi. Detto ciò, riteniamo che continuino a esserci opportunità anche per gli stranieri, nonostante il fatto che lo stereotipo che vede la Cina copiare le innovazioni degli altri oggi non sia più vero. Da questa economia provengono leader in diversi ambiti cui ormai tutto il mondo si deve rivolgere per la tecnologia avanzata. In alcune nicchie, però, come ad esempio i servizi digitali per l’healthcare e il medtech più avanzato, non ci sono ancora competitor locali in grado di assumere la posizione di leadership. Un altro comparto ovvio è la moda e i beni di lusso, in cui vi è ancora spazio per notevoli incrementi, grazie a un reddito e a un grado di maturazione dei gusti dei consumatori cinesi in forte miglioramento». 

Frank Di Crocco (Invesco): «Mi riallaccio a quanto detto dal collega individuando tre motivi per cui noi di Invesco riteniamo che sia necessario continuare a investire in Cina. Innanzitutto oggi questa realtà ospita la classe media più vasta del mondo. Tanto per dare un’idea, nel 2000 solo il 3% della popolazione rientrava in questa definizione, mentre oggi siamo arrivati a circa la metà per un totale, dunque, di circa 700 milioni di persone. Il reddito medio annuale di una famiglia cinese è sui 26.500 yuan ed è caratterizzato da una velocità di crescita notevole. Tutto ciò sta portando a un aumento non solo della quantità, ma anche della qualità dei consumi locali. Oggi, infatti, puntare sull’ascesa della classe media del Dragone non significa solo scommettere su grandi volumi, ma anche su una sempre maggiore adozione di beni e servizi di alta qualità. A questa tematica si accompagna la crescente capacità tecnologica locale: basti pensare alla posizione di leadership occupata in aree quali il 5G, le infrastrutture high tech e l’auto elettrica. L’upgrading tecnologico della Cina è in effetti imponente, sostenuto da una popolazione connessa a internet che oggi supera 900 milioni di persone e che diventerà ancora più ampia in futuro. La Cina conta di spendere nel prossimo quinquennio qualcosa come 4 trilioni di dollari in investimenti per le infrastrutture digitali. Di fronte a questi numeri non sorprendono previsioni come quella che vede una quota del 44% dell’e-commerce globale in mano ai consumatori della Prc nei prossimi anni. Il terzo e ultimo motivo per investire in Cina è dato, come sottolineato anche dal collega, dal rapido miglioramento della governance in ogni tipo di impresa. In particolare, a partire dal 2000, è stata varata una serie di riforme che sono andate a incidere anche sulle società che, per quanto quotate, hanno sempre lo stato come azionista di riferimento». 

Il presidente XI Jinping ha posto la sua firma su un ambizioso e strategico programma di finanziamento in investimenti infrastrutturali: la Belt and Road Initiative. Quanto pensate che sia importante per la Cina? Vede  alcuni rischi all’orizzonte?

Frank Di Crocco (Invesco): «In questo caso appare superfluo riepilogare i numeri di questa vasta serie di iniziative, in quanto di Belt&Road ormai si parla da anni. Ciò che mi preme sottolineare è che uno degli obiettivi fondamentali di questo gigantesco progetto è coltivare relazioni sempre più strette fra la Cina e le nazioni coinvolte a ogni livello: finanziario, tecnologico, commerciale e culturale. Infatti la leadership del Paese non vuole puntare solo sulla crescita interna. Ovviamente un simile approccio rende la Belt&Road uno snodo particolarmente sensibile alle tensioni geopolitiche. Non va però dimenticato che la Cina sta curando l’espansione di due grandi sbocchi verso il mondo. La Belt&Road si configura, infatti, come un gigantesco piano di connessione del continente euroasiatico che guarda, dunque, a occidente. Al tempo stesso la Repubblica Popolare sta rendendo sempre più fitti i propri rapporti con le economie emergenti del Sud e del Sud-Est dell’Asia: basti pensare al trattato denominato Regional comprehensive economic partnership (Rcep). A nostro avviso questo approccio verrà rafforzato da un ulteriore pilastro in futuro, ossia l’incorporazione sempre più massiccia da parte della Cina dei criteri Esg, che costituirà un volano per tutte le realtà emergenti. Inoltre, il fatto che il Dragone è stato fra le prime economie a uscire in maniera robusta dalla pandemia ha sicuramente garantito una maggiore solidità finanziaria al Paese. Ciò gli sta permettendo di affrontare senza particolari scossoni i problemi di breve periodo, che possono sorgere in un piano come la Belt&Road, concentrandosi sugli obiettivi di lungo termine. Infatti Pechino spesso ha adottato politiche di ristrutturazione del debito o di sospensione del pagamento degli interessi su prestiti legati a questa iniziativa nei confronti di diverse nazioni che si sono trovate in difficoltà finanziarie. Come detto, sicuramente i punti interrogativi a livello diplomatico e politico nei confronti di una strategia che viene percepita come tesa ad aumentare il peso internazionale della Cina permangono: basti pensare, ad esempio, al caso dell’Australia che di recente si è tirata fuori dalla Belt&Road, pur riconoscendo la validità del progetto. Al contempo, però, non si può non considerare l’effetto benefico che investimenti di simili dimensioni possono portare a una miriade di aziende, non solo cinesi, coinvolte».

Filippo Battistini (Allianz Global Investors): «Per quanto mi riguarda, mi piacerebbe partire proprio da qualche dato. Xi Jinping lanciò nel 2013 in Kazakistan questa gigantesca iniziativa; da allora sono già stati realizzati ben 1.400 progetti per un totale di spesa intorno a 250 miliardi di euro. Già il collega ha sottolineato che questo non è comunque l’unico fronte estero su cui si sta muovendo la Cina. In particolare, vorrei sottolineare che il Rcep, cui hanno aderito 15 nazioni asiatiche, costituisce il maggiore trattato di libero scambio al mondo per le dimensioni delle economie coinvolte. A esso è stato affiancato il Comprehensive investment agreement con l’Unione Europea, che rende più facili i flussi di investimenti fra questi due blocchi economici. Anche in questo caso non mancano le resistenze politiche. L’Ue, infatti, e non solo gli Usa, mostra segnali di preoccupazione nei confronti delle iniziative globali della Cina. Nel caso specifico, i motivi sono due: da una parte le aziende della Repubblica Popolare potrebbero sfruttare l’accordo per comprare gruppi europei ed acquisirne il know-how tecnologico. Dall’altra, c’è il timore che nazioni europee finanziariamente più fragili possano cadere in uno scenario di trappola debitoria. Pensiamo, ad esempio, al caso del Montenegro. Questo Paese attualmente ha difficoltà a ripagare  alla Cina i prestiti per la costruzione di un’autostrada da 800 milioni di euro, una delle infrastrutture più care mai realizzate in Europa. Nonostante i problemi, riteniamo, però, che questi immensi progetti abbiano ricadute positive in termini di stimolo economico per tutte le parti coinvolte e non solo per Pechino». 

 L’ascesa dei consumi in Cina è probabilmente il trend economico più importante di quest’epoca. In quali ambiti  vedete i fenomeni di crescita più importanti?

Filippo Battistini (Allianz Global Investors): «Attualmente il settore dei consumi occupa circa il 39% del Pil cinese: si tratta di una percentuale di gran lunga inferiore a quella di Usa, Giappone e Unione Europea. Di conseguenza la crescita in questo ambito rappresenterà nei prossimi anni uno degli elementi più importanti per chi vuole investire in Cina. Noi abbiamo identificato quattro comparti particolarmente interessanti. Innanzitutto vediamo grandi opportunità nell’industria agro-alimentare: il crescente reddito delle famiglie si accompagna a gusti dei consumatori sempre più sofisticati, il che costituisce un driver importantissimo per l’aumento in questo ambito degli acquisti di prodotti di alta gamma. Il secondo tema è la transizione dell’economia cinese verso la sostenibilità. Ricordiamo che Pechino ha ribadito di volere raggiungere l’obiettivo di zero emissioni entro il 2060, il che ci spinge a guardare con grande attenzione a settori come le auto elettriche, l’idrogeno pulito e le energie rinnovabili, tutti campi in cui le aziende del Paese sono molto competitive. Un altro grande tema da monitorare è l’healthcare. Alla base di questa visione c’è una serie di fattori che vanno dall’esigenza di tenere sotto controllo lo sviluppo di nuove pandemie dopo il disastro Covid al costante invecchiamento della popolazione e all’aumento continuo dei servizi offerti dallo stato sociale cinese. Nello specifico, il piano di riorganizzazione delle strutture ospedaliere e il comparto farmaceutico costituiscono una fonte di opportunità enormi nei prossimi anni. Per quanto riguarda la produzione di farmaci, l’intero settore è passato da un fatturato nel 2014 di 900 miliardi di yuan a 1,9 trilioni previsti nel 2021. Infine, come abbiamo visto, moda e lusso in generale presentano ancora margini di crescita notevolissimi. Si tratta peraltro di segmenti in cui la Cina dipende ancora dai paesi avanzati, così come per la fornitura di beni e servizi di fascia elevata». 

Frank Di Crocco (Invesco): «Io vorrei in particolar modo agganciarmi al tema della cura della salute, partendo da qualche cifra. Nel 2000 la spesa pro capite cinese annuale per tutto ciò che è sanità era 42 dollari, nel 2020 si è arrivati a 450. I progressi sono stati impressionanti, ma si tratta di un valore complessivamente ancora molto contenuto. Se prendiamo, infatti, le otto maggiori economie sviluppate del pianeta, si vede che il dato equivalente è intorno a 6.500 dollari. Diversi elementi dovrebbero fare da propulsore a un ulteriore decollo della spesa sanitaria, fra cui innanzitutto l’invecchiamento della popolazione: dal 1990 a oggi la speranza di vita è aumentata da 69 a 77 anni e, di conseguenza, in Cina vi sono sempre più persone in età avanzata. Basti pensare al fatto che il totale di over 60 potrebbe raggiungere la quota di 350 milioni di persone entro il 2030, un valore doppio rispetto al 1990. Inoltre, vi è una sempre maggiore attenzione verso stili di vita più salubri, in particolare fra i ceti più giovani e urbani. Tutto ciò porta al fenomeno, che peraltro si registra anche in economie avanzate come gli Usa, di una crescita delle spese sanitarie superiore all’aumento del Pil. Perciò, anche nella Repubblica Popolare stanno sorgendo problemi di tenuta sotto controllo dei costi, con un sempre maggiore spazio per le assicurazioni private. Inoltre, molto intenso appare l’andamento degli investimenti in biotecnologie e nella digitalizzazione della sanità». 

Il comparto biotech è nella testa degli investitori quasi sempre associato agli Stati Uniti. Quali caratteristiche presenta invece in Cina?

Frank Di Crocco (Invesco): «Per quanto riguarda questo aspetto, va segnalata la riorganizzazione del National medical products  administration, l’agenzia del farmaco equivalente all’Ema europea e all’Fda statunitense. L’obiettivo, infatti, è promuovere la creazione in Cina di farmaci biotech avanzati, riducendo tra l’altro il prezzo dei generici. Sempre più società farmaceutiche biotech cinesi si stanno quotando sui listini delle A share, con però ancora una situazione di grande frammentazione. Infatti le 20 maggiori realtà presentano una capitalizzazione complessiva intorno ai 50 miliardi di dollari. Come si può capire le opportunità di crescita e consolidamento sono enormi».

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