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Focus Cina: innanzitutto lusso e cura della salute

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Focus Cina: innanzitutto lusso e cura della salute

Non ci sono dubbi sul fatto che i consumatori cinesi stanno diventando sempre più sofisticati nelle loro scelte. Per entrare nel Paese del Dragone è necessario avere o prodotti tecnologicamente molto più avanzati rispetto a quelli di produzione locale, e non è facile, o marchi ampiamente affermati a livello internazionale.

Per consumi di livello medio di fatto non c’è ormai più nessuno spazio. Dove invece ci sono ancora ampie possibilità di incrementare le vendite è proprio per i più tradizionali marchi del lusso che ancora non hanno concorrenti a livello locale e che difficilmente ne avranno nei prossimi anni. Case come Louis Vuitton, Hermès, Rolex, le auto di alta gamma e molti altri hanno di fronte ancora enormi spazi, soprattutto se sapranno utilizzare al meglio l’online nel proporre i loro prodotti.

Ma sempre sulla linea della maggiore sofisticatezza del consumatore cinese, un altro settore sta emergendo in maniera netta: la cura della salute. Le persone, dopo avere soddisfatto i primi bisogni e in seguito essere passati a consumi più voluttuari, oggi stanno cercando servizi che influiscono in maniera determinante sulla qualità della vita. E l’healthcare nel suo complesso rientra in pieno in questa visione. Su questo piano le imprese straniere che possono proporre medicinali d’avanguardia, apparecchiature medicali hi-tech o servizi sofisticati possono certamente realizzare ottimi affari. Anche gli investitori che intendono puntare sulle società locali che si stanno muovendo con forza in questo campo trovano occasioni estremamente promettenti.

Di questi e altri temi collegati alla Cina hanno discusso Gabriella Berglund, branch manager Italy di Comgest, e Natale Borra, head of distribution Italia di Fidelity International.

La Cina è la più grande storia di consumi al mondo: quali sono le opportunità per le aziende e gli investitori?

Gabriella Berglund ComgestGabriella Berglund (Comgest): «La Cina è da tempo un’importante storia di crescita dei consumi e della classe media. Il salario medio di un lavoratore locale è oggi più alto di quello di molti paesi asiatici. Di conseguenza la Rpc non è più percepita come un luogo dove produrre a basso costo, ma come un’area dove al centro dell’attenzione c’è il consumatore. Perciò, secondo noi, qualsiasi prodotto, qualsiasi impresa che abbia da proporre beni unici ha ottime possibilità di sviluppo nella Repubblica Popolare. Ci sono sicuramente marchi locali che si stanno sviluppando e si stanno affermando sul mercato interno, ma alcuni settori specifici, come il lusso, che è dominato da società europee, in particolare francesi, continueranno a svilupparsi e a mantenere una grossa fetta di mercato. Inoltre si sono fatti avanti anche altri comparti che cominciano ad avere un forte interesse per questo Paese, come l’healthcare e la cosmetica. Nel segmento del lusso europeo sono in cima alla lista nomi come Louis Vuitton, Hermès e L’Oreal, che hanno evidenziato nel primo trimestre risultati pazzeschi: Louis Vuitton dall’inizio del Covid ha più che raddoppiato la crescita. Tra l’altro per la Cina la pandemia è stata estremamente breve, perché la chiusura cinese è stata di minore durata rispetto a quella di altri paesi, e le aziende che operano nel Paese non hanno praticamente risentito della chiusura, anche perché sono riuscite a vendere online. Inoltre ci sono diverse altre economie che si avvantaggeranno della crescita cinese: tra queste il Giappone, dove ci sono società come Shimano, che è il leader delle bici e che vende moltissimo in Cina, Fast Retailing, che ha una crescita di negozi molto importante, e Nidec, che opera nei veicoli elettrici. Interessante anche Yamaha, se si pensa che il più importante importatore di pianoforti è la Cina»

Natale Borra FidelityNatale Borra (Fidelity International): «A Fidelity seguiamo il tema dei consumi cinesi da oltre 10 anni. È chiaro che il governo sta spingendo questo cambiamento e sappiamo che quando Pechino si dà precisi obiettivi questi vengono tendenzialmente raggiunti. La volontà della Cina negli ultimi due piani quinquennali era smarcare l’economia cinese dall’export e renderla, al pari di quella dei paesi più sviluppati, legata ai consumi interni. E possiamo dire che questi obiettivi sono stati sostanzialmente raggiunti, perché oggi il Pil cinese vede circa il 70% del totale fare capo ai consumi interni. La spesa per consumi è passata da circa 150 trilioni di renminbi 10 anni fa a oltre 380 trilioni (+260%). Ciò chiaramente ha rappresentato un’opportunità per tutte le grandi aziende occidentali, che negli ultimi 10 anni hanno realizzato una buona percentuale dei fatturati in Cina, complice anche la crisi finanziaria post-2008, che ha reso le vendite in occidente, in particolare in Europa, più difficili. Quindi i consumi della Repubblica Popolare sono stati uno dei driver principali dell’industria, specie quella del lusso. Oggi, però, vediamo una dinamica piuttosto netta verso una maggiore sofisticazione del consumatore cinese, che si accompagna a una sempre più elevata qualità dell’industria di base locale, che fa sì che le persone si rivolgano sempre più alle loro produzioni. I nostri analisti portano avanti da anni un’Analist Survey che ci serve per misurare il polso delle varie economie attraverso gli occhi delle aziende, avendo quindi la possibilità di non guardare queste economie dall’alto con l’ottica del macroeconomista. Ne è emerso un segnale fortissimo: se nel 2011 solo il 15% dei consumatori cinesi preferiva i brand locali, rispetto a quelli occidentali che erano preferiti come status symbol, oggi questa percentuale è schizzata all’85%. Quindi una grande maggioranza dei consumatori dichiara oggi la sua preferenza per i produttori locali e ciò cambia i termini della partita. Perché, se resta fortissima per i brand occidentali l’opportunità di vendere nel segmento alto e altissimo, dove indubbiamente l’Europa e i paesi sviluppati hanno asset immateriali che sono insostituibili, per tutta la parte di consumi più di base sono avvantaggiati i brand interni. Tanto è vero che la strategia dei consumi cinesi che guarda ad aziende del Paese è stata uno dei nostri cavalli di battaglia degli ultimi 10 anni».

Ultimamente i cinesi hanno imposto una serie di diktat alle aziende occidentali che hanno dovuto piegarsi. In pratica si gioca con le loro regole su quel mercato?

Natale Borra (Fidelity International): «È chiaro che è uno dei temi sul tavolo. In questi ultimi 10 anni le imprese occidentali, quando e se hanno voluto andare a giocare la loro partita in Cina, hanno dovuto farlo secondo le regole cinesi che prevedono l’obbligo di costituire una partnership con aziende locali, con una totale mancanza di reciprocità rispetto alle imprese cinesi che vengono a operare senza vincoli in occidente. Questo approccio così sbilanciato è ormai sotto l’attenzione di molti governi occidentali, che stanno, ad esempio, mettendo in discussione la loro partecipazione al progetto Belt and Road. Si tratta di un punto molto delicato: dopo oltre 20 anni sembra stia volgendo al termine l’era della globalizzazione. Il primo a incrinarne le basi è stato Trump, che ha dato il via a una nuova fase della geopolitica mondiale. Vediamo quindi la nascita di una grande polarizzazione a livello mondiale tra due grandi sfere di influenza. La Cina sarà il punto di riferimento di tutta l’Asia e chiaramente giocherà con le proprie regole».

Gabriella Berglund (Comgest): «Concordo con il collega. È facile che si verifichino diversi stop and go, perché effettivamente sono presenti grossi problemi a livello Esg: ci sono società internazionali che vogliono mantenere un livello di sostenibilità alto, perché è un tema fondamentale in questo momento, ma operare in Cina con regole loro spesso crea alcune difficoltà su questo piano. D’altra parte, abbiamo visto che Pechino ha talora attaccato alcune marche straniere in maniera forte, ma oggi la distribuzione si fa anche in modo molto diverso: probabilmente la parte online potrebbe scavalcare quelle regole locali che rischiano di creare problemi a livello etico nei paesi sviluppati. Comunque i brand molto forti dovrebbero patire poco questo tipo di problema».

Il presidente XI Jinping ha posto la sua firma su un ambizioso e strategico programma di finanziamento in investimenti infrastrutturali: la Belt and Road Initiative. Quanto pensate che sia importante per la Cina? Vedete alcuni rischi all’orizzonte?

Natale Borra (Fidelity International): «Nel 2013 fu annunciato questo straordinario piano infrastrutturale della Belt and Road Iniziative. Si tratta di una serie enorme di investimenti infrastrutturali per realizzare quella che è la via della seta. Sono investimenti davvero faraonici, che comprendono ferrovie, porti e aeroporti in Medio Oriente, in Africa, nell’Europa centrale. Nella prima fase la Belt and Road è stata accolta a braccia aperte anche da parte dei governi occidentali, che vedevano la possibilità di costruire una via preferenziale per esportare beni e merci nel grande mercato cinese.  Negli ultimi anni, però, qualche dubbio è apparso sulla modalità di approccio cinese. Sono emersi diversi casi nei quali, dopo che erano state realizzate queste enormi infrastrutture, si evidenziavano condizioni piuttosto stringenti per i governi che accettavano di partecipare al progetto. Fino ad arrivare a riflessioni a livello geopolitico legate all’ampliamento della sfera di influenza cinese nel mondo. È notizia recente la ridiscussione da parte dell’Australia degli accordi presi con la Cina. Noi troviamo molto più significativa oggi, rispetto alla Belt and Road, la firma da parte del governo cinese del Regional comprehensive economic partnership, un accordo che crea un mercato comune che va a coprire un terzo del Pil mondiale e comprende 2,2 miliardi di consumatori. A novembre dell’anno scorso gli occhi erano tutti puntati sugli Stati Uniti e sui risultati delle imminenti elezioni americane, ma probabilmente per gli equilibri politici la vera notizia è stata la firma di quest’accordo della Cina con i paesi dell’area asiatica».

Gabriella Berglund (Comgest): «Concordo con il mio collega e penso che la Belt and Road sia una scelta soprattutto politica da parte della Cina, che vuole dimostrare la sua autorità sugli altri paesi. Stiamo parlando di infrastrutture che sicuramente possono aiutare nazioni che sono in via di sviluppo, però tutto ciò comporta anche grossi problemi politici di negoziazione, di stop and go. Ci sono difficoltà con il Pakistan, con paesi che hanno religioni diverse, politiche diverse e che sono spesso frontier market. Si tratta di problemi molto complessi, che rendono difficile nell’immediato una crescita cinese particolarmente forte. Sicuramente tutto ciò può avere un impatto sui settori collegati alle infrastrutture, ma sui quali noi come tema di investimento non siamo particolarmente presenti. E poi c’è un problema politico, perché questa iniziativa potrebbe stimolare la guerra fredda tra i due blocchi. Sono d’accordo, invece, sul fatto che la novità più interessante è questo accordo asiatico che può creare molte più sinergie commerciali e incrementare i consumi in queste regioni».

Una delle critiche nei confronti della Belt and Road è che si crea una forte dipendenza nei confronti della Cina, al punto che Pechino arriva quasi a controllare il debito di un paese. È un rischio reale?

Gabriella Berglund (Comgest): «Sì lo è, ma diciamo anche che stiamo parlando di economie che spesso sono estremamente deboli. Certamente c’è il rischio di una politica di supremazia da parte delle autorità cinesi. Visto, però, che si tratta di paesi che spesso non hanno una grande forza economica, secondo me si tratta di un rischio più politico che economico».

Natale Borra (Fidelity International): «Si tratta di un rischio potenziale. Nel giudizio bisogna mettere sulla bilancia il vantaggio economico e poi il tema geopolitico. Fino a un paio di anni fa nelle valutazioni che i governi facevano, anche in Europa, la linea era di aprire la porta alla tecnologia cinese, soprattutto in settori dove l’hi tech cinese era più avanti, come il 5G. In seguito sono emerse le preoccupazioni rispetto a un asset così strategico dato in mano a una potenza come la Cina e ciò ha portato diversi paesi occidentali a fare un passo indietro. Anche rispetto alla Belt and Road, se in passato erano prevalse le motivazioni di carattere economico, adesso le riflessioni sono più ampie e sulla bilancia si mette anche la dipendenza da un punto di vista politico. Ciò conferma ancora una volta la fine della globalizzazione che ha caratterizzato i mercati negli ultimi 20 anni».

L’ascesa dei consumi in Cina è probabilmente il trend economico più importante di quest’epoca. In quali ambiti  vedete i fenomeni di crescita più importanti?

Gabriella Berglund (Comgest): «Noi gestiamo fondi focalizzati sulla Cina da 30 anni e possiamo verificare qual è stata l’evoluzione dell’esposizione nei confronti di questa realtà, quali erano i settori vincenti nelle diverse epoche. Se in una prima fase eravamo concentrati principalmente sui consumi di base e sui titoli industriali, adesso sono altri i segmenti più presenti e, visto che il consumo sta cambiando, si sta andando verso un high end nella ricerca dei nomi più interessanti. Un settore che secondo noi è molto promettente è l’healthcare, dove è in atto un fortissimo cambiamento, innanzitutto da parte del governo, che ha posto molta più attenzione sulla copertura medica rispetto al passato. E ciò ovviamente aiuta questo comparto. La popolazione cinese sta invecchiando ed è tristemente quella che ha il più elevato numero di diabetici al mondo: di conseguenza ci sono grandi necessità in questo campo. Poi guardiamo quanto spendono i cinesi nella cura della salute: innanzitutto, sulla spesa complessiva del Paese, la più grossa fetta è sulla sanità, prima ancora che nell’housing o nell’educazione. Se però paragoniamo la percentuale del consumo totale di un cinese rispetto a un europeo questa è inferiore del 15% e del 5% rispetto a un consumatore americano. Di conseguenza prevediamo una crescita in termini assoluti in questa area. Ma come cogliere questo tema nei portafogli? Come abbiamo detto, se sui consumi di base hanno la leadership i marchi locali e sui consumi di lusso gli europei sono i più presenti, sull’healthcare rimangono leader le società occidentali. Poco fa si accennava al problema del diabete e ciò comporta che Novo Nordisk, che è leader nell’insulina, ha una penetrazione in Cina estremamente elevata, con una quota di mercato dell’87% per il suo medicinale più importante. Roche è un’altra società che ha una grossissima presenza in Cina, soprattutto con i medicinali contro il cancro. Ciò che sta cambiando, però, è che adesso ci sono società locali che acquistano importanza nell’healthcare. Credo che valga la pena menzionare uno dei nostri investimenti, 3Sbio, che è stata fondata negli anni ’90 da un cinese che era andato a studiare in America, come tantissimi altri che si preparano negli Usa, utilizzano poi le loro conoscenze in patria e creano imprese che hanno livelli tecnologici altissimi. Questa società ha più del 40% di quota di mercato nel campo dei componenti innovativi che permettono di diminuire e trattare i problemi di anemia che possono derivare da malattie di fegato o dalla chemioterapia. Quindi abbiamo nomi locali che cominciano a crescere nell’healthcare. Questo tema può essere giocato anche in altro modo e anche in questo caso vale la pena citare un’altra realtà locale, Ping An. È la società di assicurazione leader in Cina e ovviamente beneficia del fatto che viene sottoscritto un numero crescente di polizze assicurative per coprire i rischi per la salute. Ha creato anche una piattaforma medica, Ping Ang Good Doctor, che permette di ottenere in maniera molto più semplice prescrizioni mediche, diagnosi e altro».

Natale Borra (Fidelity International): «Per quanto ci riguarda, è chiaro che il tema dei consumi è trainante e sta cambiando non solo dal punto di vista quantitativo, ma soprattutto qualitativo. È la teoria della piramide di Maslow, per cui il singolo individuo parte prima dai consumi di base, di tipo fisiologico, quelli più legati alla sussistenza, e poi, man mano che risolve queste sue necessità, sale nella piramide e va a soddisfare bisogni più immateriali, legati alla gratificazione personale, alla sicurezza, al senso di appartenenza. È ciò che sta succedendo, traslato su una popolazione intera, in Cina. Negli ultimi 10 anni si è andati, anche sotto la guida del governo, a risolvere i bisogni primari, e adesso ci si sta spostando verso livelli di consumo più maturi e più sofisticati, sempre con il sostegno delle autorità. Da questo punto di vista il trend che noi vediamo più forte è la digitalizzazione dei consumi. Già prima del Covid, la Cina era il primo mercato a livello mondiale per l’e-commerce, soprattutto in mobilità, ed è stato evidente che la pandemia non ha fatto altro che accelerare questa dinamica: i numeri dell’ultimo single day di Alibaba, con 74 miliardi di dollari di fatturato, oltre tre volte l’insider monday e il black friday messi insieme, ci danno un’idea della forza del tema dei consumi e della digitalizzazione quando si parla di Cina. Inutile negare che questa digitalizzazione dei consumi sta portando con sé anche una serie di questioni che il Paese sta affrontando in questi giorni, come i recenti contrasti tra il governo e Alibaba, sfociati in una multa di 2,8 miliardi di dollari per eccesso di posizione dominante. È un confronto che crea volatilità, ma è inevitabile, e va nella direzione di stabilizzazione dell’economia e del mercato digitale, per renderli più sostenibili limitando lo strapotere dell’hi tech. È ciò che in fondo dovrebbero fare anche gli Usa: basti pensare a quello che è successo dopo l’invasione del Congresso, dove le big tech americane, vedi Facebook, hanno addirittura tagliato fuori dai social, che sono uno dei canali di comunicazione più importanti, una parte, sia pure estremista, dell’arena politica americana. Tutto ciò impone qualche riflessione su una maggiore necessità di regolamentazione, magari anche dal punto di vista fiscale. Da questo punto di vista, il governo cinese è molto più avanti, non ha paura di intervenire, di regolamentare lo strapotere delle big tech per rendere più sostenibile questa economia digitale. Inoltre, c’è la trasformazione dell’economia cinese verso un modello più sostenibile, con obiettivi sull’ambiente molto ambiziosi per i prossimi decenni.  Alla luce di questi fatti, secondo noi, l’evoluzione verso una maggiore qualità dei consumi offre notevoli opportunità anche a livello di mercato. Se 10 anni fa le nostre strategie erano focalizzate sui comparti dei consumi ciclici e di base, i settori più rappresentati oggi sono l’information technology, le assicurazioni, l’healthcare e la tecnologia. Sono aree che permettono di investire in società come Wu Xi Apptec, azienda straordinariamente innovativa nell’healthcare, che può trarre beneficio dall’invecchiamento della popolazione. Oppure in Catl, che è stata fondata nel 2011 ed è oggi il terzo produttore al mondo di batterie al litio. C’è una grande evoluzione dal punto di vista tecnologico e di sostenibilità delle società cinesi che non sono più le società “copia e incolla” di 15 anni fa».

Pensate che una maggiore regolazione sia un rischio per i mercati? E soprattutto come si concilia la digitalizzazione con una censura feroce che interviene anche su contenuti che hanno enorme diffusione nei paesi vicini?

Gabriella Berglund (Comgest): «È chiaro che Jack Ma è un personaggio più scomodo per i cinesi di quanto non lo sia Bezos per gli americani. Ma c’è un elemento che è straordinario in Cina rispetto ad altri paesi: sono stati i primi a fare tutto via mobile. Inoltre in questo campo sono molto più avanti di noi: hanno sistemi pazzeschi come il riconoscimento facciale, il riconoscimento della persona. Certo hanno una gestione dei data che è contro ogni etica di un paese sviluppato: il governo deve avere un controllo su tutto ciò che fa una persona e ciò non provoca alcun problema. E l’attacco a Jack Ma si basa proprio sulla volontà di tenere tutto sotto controllo, perché cominciava ad avere la più importante società tecnologica, con il dominio su tutta la distribuzione. Poi questa azione è stata definita difesa del consumatore e in qualche modo è vero, perché lo scopo è creare una concorrenza maggiore rispetto quella attuale. Però il settore tech in generale tende a diventare monopolistico, perché ci sono economie di scala, tecnologie molto avanzate e anche Amazon è andata in questa direzione. Quindi sì, c’è una protezione del consumatore, ma il punto di vista cinese è molto particolare».

Natale Borra (Fidelity International): «È difficile entrare in questo tipo di valutazioni, a cavallo tra etica e politica. Da un lato, forse non dovremmo misurare ciò che accade in Cina sulla base del nostro metro: secondo la tradizione confuciana, infatti, l’interesse del pubblico viene sempre messo davanti a quello del singolo, motivo per cui il cittadino cinese è molto meno sensibile di noi ai controlli, piuttosto che all’analisi della massa dei dati generata dall’uso di internet. Ciò che per noi è sacro e intoccabile, là viene già oggi sfruttato dall’industria del big data per migliorare i servizi o monitorare situazioni potenzialmente di crisi. Un esempio virtuoso di questa strategia può essere considerato l’efficace contenimento della Cina messo in atto in occasione della crisi del Covid-19, che le ha permesso di uscire per prima dalla pandemia e di vedere prima una ripresa dell’economia. Dall’altro, benché stia venendo meno la globalizzazione, rimane un tema di internazionalizzazione e di maggiore apertura con cui, prima o poi, il governo cinese dovrà confrontarsi. Penso che comunque la storia farà il suo corso e ogni valutazione oggi lascia il tempo che trova».

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