È indubbio che il successo, specie quando è concentrato in un numero ristretto di mani, provoca spesso reazioni negative a livello politico. Per quanto riguarda i colossi It, certamente negli ultimi anni alcuni contraccolpi li hanno subiti e hanno lasciato diversi dubbi sul piano fiscale. In un momento in cui sta cambiando l’amministrazione Usa, è possibile che le linee guida economiche e fiscali possano mutare a sfavore di quelle che molti sentono come posizioni dominanti. E ciò potrebbe provocare battute d’arresto sui mercati. Ma è un pericolo concreto?
Scolletta (Allianz): «Più che il settore, bisogna considerare il tema. Mi spiego meglio: non è tanto importante l’azienda It, ma quanto l’It entra all’interno dei vari comparti. In passato si è parlato di dotcom company, o “puri” internet player, però oggi dobbiamo considerare che la tecnologia entra in maniera dirompente in qualunque area produttiva, dall’editoria all’automotive, dal pharma, al banking and insurance per citare i maggiori comparti. Una banca, ad esempio, che non faccia largo uso di tecnologia, è destinata a non essere competitiva nel futuro e quindi a segnare il passo. Certo è ipotizzabile che si interverrà per regolamentare un settore che gode di arbitraggi fiscali e ciò potrebbe impattare sui corsi azionari dei titoli hi-tech, ma questo fatto non avrà conseguenze sulle aziende che utilizzano tecnologia per i propri processi produttivi. Si stima in 15,7 trilioni di dollari l’impatto positivo sul Pil mondiale che l’intelligenza artificiale genererà nei prossimi anni e che sta già generando. In conclusione, per Allianz Global Investor, investire su aziende che utilizzano tecnologia e intelligenza artificiale nei loro processi produttivi è, e rimarrà, un pilastro nelle scelte di investimento».
Negro (Gsam): «Nel grande mondo della tecnologia, che non consideriamo quasi più un settore perché il suo utilizzo permea tutte le capacità industriali all’interno dei singoli comparti, guardiamo con interesse al mondo delle piccole e medie capitalizzazioni. Ciò non significa abbandonare i grandi colossi aziendali, bensì adottare un approccio molto più ampio, andare in profondità nella lettura dei nuovi trend, cercando di trovare “perle” che possano diventare sempre più grandi nel futuro. Abbiamo mutuato questo approccio da quello adottato per i mercati emergenti, dove operiamo le nostre scelte all’interno di un ampio perimetro di investimento alla ricerca di ciò che, seppure poco conosciuto, ha le potenzialità di interpretare le evoluzioni future. In merito alla questione della regolamentazione, riteniamo che, come altri aspetti, sia un rischio da monitorare legato alle dimensioni delle aziende e al loro livello di concentrazione nei portafogli. Nessuno può anticipare le tendenze regolamentari, ma sono sicuramente un elemento di criticità che non può essere ignorato, considerati gli impatti che potrebbe avere sugli investimenti. Per questi motivi, siamo molto attenti all’evoluzione normativa in un contesto che è nuovo, innovativo e in cui è spesso difficile avere un orientamento chiaro, soprattutto in considerazione della complessità dei sottostanti processi legislativi».
Paolo Proli (Amundi): «I giganti della tecnologia hanno sicuramente un grande impatto, viste le dimensioni delle loro attività e delle loro valorizzazioni di borsa. Tuttavia, non siamo di fronte a una bolla del settore tecnologico, perché, quando si generò quella del dot.com, non c’era l’attuale diffusione di internet che, oggi, si è trasformata in una catena di distribuzione che fa parte della quotidianità: è diventata “outernet”. Il fenomeno ha assunto dimensioni tali che è divenuto difficile misurarlo e capirne l’impatto sulla crescita. Attraversiamo un fase di trasformazione e ci sono diversi contributi interessanti in merito a quanto sta avvenendo, che sostengono che, anziché parlare di Pil, bisognerebbe considerare il Bil, cioè il benessere interno lordo: cioè come creare i fattori che generano felicità nello stile di vita della gente. Oggi al mondo ci sono quasi 8 miliardi di persone che diventeranno 10 miliardi nel 2050: da oggi in poi ci sarà una domanda crescente che dovrà essere coniugata alla sostenibilità intrinsecamente legata all’innovazione. La presenza di giganti della tecnologia, in termini di gestione di portafoglio, si traduce in una gestione attenta che eviti eccessi di concentrazione. Sicuramente questi colossi sono diventati piattaforme che generano un potere di aggregazione enorme, ma ciò che noi facciamo in termini di scelte d’investimento, è fare scouting e cercare opportunità, anche nel campo tecnologico, che non solo siano interessanti da un punto di vista economico, ma che abbiano la potenzialità di generare benessere; in quest’ottica diventa quindi sempre più importante unire all’analisi dei bilanci quella di carattere non finanziario. In merito a queste ultime considerazioni e ripensando al peso dei giganti della tecnologia, c’è all’orizzonte la possibilità che venga rivista la fiscalità nei loro confronti attraverso un processo che non crei però collisioni tra autorità competenti e aziende, allo scopo di trovare una soluzione che tenga conto, in modo più equilibrato, degli interessi reciproci».
Gussago (Pictet): «I grandi player che interessano soprattutto l’Europa sono quelli americani. I risultati delle recenti elezioni in Usa hanno fugato qualsiasi possibilità di accelerazione di un processo di regolamentazione più stringente, temuta nel caso di netta vittoria del Partito democratico. Biden sarà il nuovo presidente americano, ma il Senato rimane conteso e c’è la possibilità che, dopo le elezioni a gennaio in Georgia, rimanga a maggioranza repubblicana. Questa è una notizia positiva per i grandi nomi dei settori tecnologico, farmaceutico e finanziario. In merito a una possibile revisione della fiscalità applicata a questi grandi gruppi, soprattutto quelli tecnologici, vediamo un percorso in cui saranno loro stessi a proporla, per motivi più di carattere commerciale e reputazionale: potrebbero chiedere l’autoregolamentazione come risposta a qualsiasi possibile attacco esterno, che arrivi direttamente dal mercato, dai clienti o da un’autorità competente. Negli ultimi anni abbiamo visto spegnersi i fari sul tema della globalizzazione, un trend che peraltro abbiamo cavalcato negli anni ’90 affiancato a quello della sostenibilità, ed è diventato un modello di business molto criticato. Ora si sta assistendo a un processo di de-globalizzazione che ha portato a una revisione della catena produttiva, con, ad esempio, l’attività d’assemblaggio che viene rispostata inshore. Inoltre c’è un altro trend che merita attenzione ed è la dematerializzazione dell’economia, con aziende come la francese Dassault Systèmes e l’americana Ansys, che sviluppano software ingegneristici con risposte in campo elettronico, meccanico e ingegneristico ad alto tasso di specificità, e creano prototipi in digitale offrendo maggiore facilità all’azienda nell’organizzazione della produzione e alleggerendone i costi. È proprio perché il mondo della tecnologia ha creato così tante attività disruptive per il mondo dell’industria, che non siamo di fronte alla creazione di una bolla del settore. La nostra è una ricerca continua di quelle piccole-medie aziende innovative che realizzano prodotti dirompenti grazie all’introduzione di una nuova tecnologia e/o di un nuovo modello di business».
Mazzurana (Capital): «Alcuni tentativi di una maggiore pressione regolamentare sui colossi della tecnologia già si sono avuti in Europa, anche se finora non si sono rivelati eccessivamente incisivi. Gli Stati Uniti sicuramente sono stati ancora più timidi, anche se comunque si discute, e non da ieri (basti pensare alla precedente campagna presidenziale del 2016), sul ruolo che i grandi social media hanno nella diffusione delle fake news. Un po’ ovunque vi sono richieste di un maggiore intervento da parte dell’antitrust. Ciò che però tengo a sottolineare è che non necessariamente simili interventi costituirebbero qualcosa di negativo per gli investitori. Pensiamo, ad esempio, ad alcune gemme che si possono oggi trovare in nicchie tecnologiche all’interno di conglomerate che, con un eventuale spin-off, potrebbero venire valorizzate ancora di più. Un esempio calzante è rappresentato da Waymo, società che fa capo ad Alphabet e che si occupa di tecnologie di guida autonoma. Probabilmente un eventuale spin-off di Waymo farebbe emergere in maniera più netta il valore di questa azienda. Riteniamo pertanto che, in diversi casi, la somma delle parti potrebbe presentare un valore più elevato rispetto a una singola grande società. Senza contare che un simile processo sicuramente donerebbe un nuovo impulso all’innovazione, che indubbiamente oggi rischia di essere rallentata dalla posizione quasi monopolistica di diversi giganti».
Iotti (Aberdeen): «Il tema della regolamentazione è sempre nel radar quando si parla di tecnologia. Se negli Usa, sia i repubblicani, sia i democratici sono allineati sui problemi legati ai big tech (dimensione, privacy e molto altro), lo sono meno sulle misure da prendere. A ciò va aggiunto che alle elezioni non c’è stata la famosa “blue wave” che avrebbe permesso ai democratici di prendere la maggioranza al Senato e alla Camera, quindi i provvedimenti che saranno (nel caso) presi costituiranno un compromesso tra repubblicani e democratici. Al momento, però, salute e infrastrutture sembrano avere la priorità, per cui ci aspettiamo qualcosa non prima del prossimo mid-term. Preferiamo nel caso posizionarci su società dove la pipeline per l’innovazione è forte o in quelle dove il regolatore ora è meno concentrato».
Giannico (Raiffeisen): «Io sono da cittadino piuttosto scettico sulla capacità del settore pubblico di applicare un quadro legislativo più stringente per i colossi della tecnologia. Al contrario, stiamo assistendo in molti casi a un trasferimento di rischi finanziari dal privato al pubblico. Un esempio lampante di quanto affermo può essere identificato nella gestione dei vaccini per il Covid, in cui i governi stanno assumendo forti rischi finanziari per prodotti che ancora non si conoscono. Un altro ambito in cui si pongono potenzialmente diversi problemi giganteschi è l’etica, specialmente se si considera l’importanza crescente dell’intelligenza artificiale, che pone problemi di questo tipo lungo tutta la filiera. Finora nel campo della digitalizzazione ci si è posti soprattutto interrogativi sulla gestione della privacy e dei contenuti non veritieri. Di recente, però, ho avuto occasione di entrare in contatto con innovazioni nell’ambito dell’Ai che potenzialmente possono portare a una rivoluzione. Basti pensare, ad esempio, a settori quali la gestione del denaro, dove ormai è possibile scandagliare rapidissimamente tutto ciò che viene riportato da fonti ufficiali mediatiche su ogni azienda, facendo in pratica il lavoro di dozzine di analisti in una frazione di tempo. Si aprono, dunque, problemi a livello legislativo, di privacy e di occupazione sui quali vedo difficile raggiungere un consensus planetario, in quanto Usa, Europa e Cina si muovono con logiche molto diverse».
Nelli (Pimco): «I grandi player tecnologici operano in un contesto senza frontiere e si muovono di conseguenza per consolidare la loro presenza sul mercato. C’è un problema di gigantismo aziendale e, in alcuni casi, anche di posizione dominante in termini di concorrenza. Il regolatore europeo, da questo punto di vista, è intervenuto, ad esempio, nei confronti degli Stati Uniti, anche per un vacuum normativo con ricadute fiscali importanti. Di fatto il nodo della questione non è stato sciolto, perché gli Usa hanno contestato all’Europa aiuti di stato in campo aerospaziale. In Cina ci si trova dinnanzi a un contesto completamente diverso, dove vediamo veri e propri aiuti di stato al settore, ma questo è un aspetto di un sistema dove il partito controlla tutto. Su questo terreno abbiamo due potenze che si fronteggiano: la Cina e gli Usa, in uno scontro-confronto che ricorda la trappola di Tucidide, quando la crescente egemonia ateniese spaventò la rivale Sparta. Nessuna ipotesi che scoppi una nuova guerra del Peloponneso, ma c’è un dispiego di forze importante e non è escluso che non vi siano incidenti di percorso. Noi pensiamo che l’uscita da questa crisi sarà un processo lungo: siamo scesi con l’ascensore, ma dinnanzi a noi c’è una lunga rampa di scale da risalire. Viviamo nell’economia dello zero, dove non c’è crescita, ma ci sono opportunità che, come investitori, vogliamo cogliere. Crediamo nelle storie di successo, cerchiamo aziende dai bilanci solidi, con business model sostenibili, con capacità di remunerare il capitale e che rispettino criteri etico-morali».
Berglund (Comgest): «La tecnologia sta conquistando un ruolo sempre più dominante in ogni ambito, al punto che sta portando alla ridefinizione della composizione dei principali benchmark da parte di gruppi come S&P e Msci: diversi colossi dell’It vengono posizionati in altri settori, come i beni di consumo discrezionali o i servizi di comunicazione. Sicuramente ad avvantaggiare questa espansione c’è, oltre alla tecnologia, il possesso di dati. Non sorprendentemente ciò apre, anche per noi gestori, diversi problemi non da poco a livello regolatorio e, appunto, di tipo etico. Basti pensare, per esempio, al fatto che all’interno di alcuni dei nostri portafogli detenevamo un titolo come Hik Vision, che però abbiamo venduto perché non rispettava i nostri criteri Esg. Un episodio sicuramente interessante e sintomatico può essere individuato nell’Ipo mancata di Ant Group. Certamente la Cina rappresenta un caso particolare, per via dell’enorme penetrazione dei servizi digitali e per la sua struttura politica, però non si può non notare che in un settore come quello dei servizi finanziari la spinta all’innovazione arriva da soggetti esterni al mondo bancario. L’estensione dei grandi gruppi It al di fuori dei propri campi tradizionali solleva una serie di questioni, anche a livello di approccio legislativo, di grande importanza».
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Redazione
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