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l mondo sta attraversando un periodo di grandi cambiamenti e l’interpretazione di una totalità storica richiede un rinnovamento dei modelli di riferimento sinora utilizzati.
Fondi&Sicav ne ha discusso con Aldo Pigoli, docente di geografia economica e analisi dei mercati internazionali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che ha spiegato quale ruolo ha oggi assunto la geopolitica.
“Il futuro appartiene a chi vede le possibilità prima che diventino ovvie” affermava l’economista Theodore Levitt. L’analisi geopolitica è uno degli strumenti che può aiutare a percepire i cambiamenti prima che avvengano?
«Sì, assolutamente. La geopolitica, se ben praticata, non è una disciplina che tende solo alla retrospettiva, ma gioca un ruolo fondamentale in chiave anticipatoria. Studiare le dinamiche di potere, le vulnerabilità degli stati, gli interessi strategici e le traiettorie storiche consente di intercettare segnali deboli e leggere gli “scenari latenti” prima che diventino crisi manifeste, disegnando una serie di situazioni possibili. È un esercizio di pre-visione, che aiuta i decisori nell’ambito del pubblico e del privato a prepararsi a ciò che potrebbe accadere, in un contesto sempre più interconnesso e collegato a fattori politici, economici e di sicurezza».
Perché è tornata in auge la geopolitica?
«Affermatasi nel corso della prima metà del ‘900, la geopolitica è stata successivamente abbandonata o ripudiata, per il fatto che era utilizzata come strumento per giustificare determinate politiche aggressive (si pensi allo “Spazio vitale” del Terzo Reich). Inoltre, con la nascita del mondo bipolare, la logica dei blocchi ideologici (Usa vs Urss) impose una lettura del potere meno legata al determinismo geografico e più ideologica e sistemica. Negli ultimi 30 anni è stata riscoperta l’utilità di questa disciplina, sia perché è aumentata la complessità del sistema internazionale, sia perché la globalizzazione economica ha riorganizzato i rapporti internazionali su nuove basi, che prevedono che a determinare la potenza non contano solo la supremazia militare e politica, ma sempre di più fattori economico-finanziari: catene globali del valore, competizione tecnologica, dominio dei dati, controllo delle infrastrutture critiche. L’elemento geografico è riemerso come fattore d’analisi fondamentale per comprendere come si evolve il rapporto tra le diverse potenze. Tuttavia, proprio in un mondo sempre più “geo-economico”, è tornato a contare il ruolo della politica».
Che cosa intende con quest’ultima affermazione?
«Mi riferisco a determinate visioni, scelte e interpretazioni. Oggi parliamo di scenario competitivo, che si contrappone a quello cooperativo che aveva caratterizzato la globalizzazione fino al primo decennio dell’attuale millennio. Da questo punto di vista, la geopolitica diventa utile perché aiuta a comprendere gli elementi della potenza, sia hard, sia soft, dei protagonisti coinvolti e dei loro interessi, e ad analizzare le dinamiche sostanziali in corso (demografia, distribuzione delle risorse, aspetti culturali). Le politiche di Donald Trump ne sono un esempio: trattando alleati e avversari allo stesso modo, sollecitano gli altri leader statuali a fare una scelta “di campo” che non riguarda aspetti prettamente ideologici, ma la competizione per il mantenimento o l’acquisizione di “spazi”».
Perché la geopolitica è sempre più importante nelle analisi di rischio economiche?
«Perché l’interdipendenza globale ha trasformato ogni frattura geopolitica in un potenziale shock sistemico. Le guerre, le sanzioni, le tensioni tra attori contrapposti e la “weaponization” delle catene del valore (energia, microchip, materie prime critiche) impattano direttamente su inflazione, approvvigionamenti e mercati finanziari. Chi investe, produce o protegge capitali oggi non può prescindere da un monitoraggio costante del contesto geopolitico».
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Pinuccia Parini
Dopo una lunga carriera in ambito finanziario sul lato, sia del sell side, sia del buy side, sono approdata a Fondi&Sicav

