a cura di Pinuccia Parini
Nel Tankan di marzo, ossia la pubblicazione trimestrale della Bank of Japan (Boj) sullo stato di salute dell’economia del Paese, l’indice di fiducia delle imprese per tutti i settori è rimasto positivo e invariato rispetto alla precedente indagine di dicembre e si è attestato sul valore di 15. Anche l’indice di fiducia delle imprese per il settore manifatturiero è rimasto pressoché identico rispetto all’indagine precedente. Al contrario, l’indicatore che misura il livello di fiducia delle aziende manufatturiere di grandi dimensioni è peggiorato, passando da 14 dello scorso dicembre a 12 di fine marzo.
Gli effetti della politica commerciale statunitense probabilmente non si sono ancora pienamente riflessi nei risultati della rilevazione, che è stata realizzata durante la prima di metà marzo, ma non è da escludere che le preoccupazioni a tale proposito abbiano cominciato a manifestarsi proprio nella categoria di imprese più esposte alle esportazioni. Infatti, appare netto il contrasto tra questo dato e la componente non manifatturiera appartenente allo stesso segmento il cui indice è passato da 33 a 35.
Per quanto riguarda gli utili aziendali, è previsto un trend in diminuzione, soprattutto per il manifatturiero, mentre gli investimenti fissi delle imprese sono attesi in calo dal +8,2% per l’anno fiscale 2024 al +2,7% per il 2025. Successivamente, secondo la Boj, «con una ripresa degli utili aziendali, è probabile che la crescita degli investimenti fissi delle imprese aumenterà gradualmente, poiché si prevede che una riduzione delle incertezze li spingerà al rialzo insieme a quelli per l’espansione della capacità produttiva e per la ristrutturazione delle catene di approvvigionamento diventeranno più attivi».1
CRESCITA MODERATA
Sempre l’Istituzione centrale ritiene che la crescita economica del Giappone sia più contenuta nell’anno in corso a livelli vicini al potenziale (0,5%) rispetto alle precedenti previsioni dell’1,1%, per le incertezze che ancora permangono nel contesto globale. Infatti, se l’aumento del Pil reale previsto per l’anno fiscale 2024 è leggermente più alto, i tassi di crescita per il 2025 e il 2026 sono più bassi a causa soprattutto degli effetti delle politiche commerciali. L’indice dei prezzi al consumo (tutte le voci meno gli alimenti freschi) atteso per gli anni fiscali 2025 e 2026 è più basso, principalmente a causa del calo dei prezzi del petrolio greggio e della revisione al ribasso dei tassi di crescita del Pil. Ma, nonostante un quadro con luci e ombre, la Boj rileva che le imprese continuano a essere orientate maggiormente verso l’aumento dei salari e, nello scenario di base, prevede che questa tendenza venga mantenuta, nonostante la decelerazione dell’economia. Tuttavia, è indubbio che un periodo prolungato di elevata incertezza potrebbe indurre le società a concentrarsi maggiormente sulla riduzione dei costi.
L’IMPATTO DEI DAZI
Sono diverse le cifre e le ipotesi che vengono fatte sul potenziale impatto dei dazi imposti dall’amministrazione americana al Giappone. Secondo il Nomura Research Institute, una tariffa del 24% ridurrebbe il Pil nominale e reale del Giappone dello 0,59% in un periodo relativamente breve. Se al dazio reciproco venisse aggiunto il 25% sulle automobili, come annunciato da Trump, il Pil nominale e reale del Giappone potrebbe diminuire dello 0,7%. Sempre secondo lo stesso istituto di ricerca, l’aliquota tariffaria media del Giappone si aggira intorno al 3%, nonostante l’arbitrario calcolo fatto dall’amministrazione Trump abbia calcolato il 46%, perché probabilmente comprende gli standard ambientali e di sicurezza automobilistici, i sussidi nazionali per l’industria delle auto, l’imposta sui consumi e le politiche valutarie. Tuttavia, se gli attuali dazi reciproci dovessero essere ritenuti insufficienti a eliminare il surplus commerciale di 86 miliardi di dollari con gli Stati Uniti nel 2024, l’amministrazione Trump potrebbe spingere per ulteriori aumenti tariffari o imporre misure volte ad aumentare le importazioni del Sol Levante. Dazi del 60% su tutte le esportazioni giapponesi verso gli Stati Uniti potrebbero eliminare il surplus commerciale, riducendo però il Pil dell’1,4%, mentre un livello del 10%, secondo altre stime di mercato, lo farebbe diminuire solo dello 0,3%. È pur vero che prevedere l’effetto delle imposizioni tariffarie è estremamente complesso, perché molto dipende anche da quale livello verrà deciso per gli altri paesi e gli effetti, di conseguenza, sull’economia globale.
LE AZIENDE RIVEDONO GLI UTILI
Nel frattempo, alcune importanti aziende giapponesi hanno annunciato le loro previsioni al ribasso degli utili netti per l’anno fiscale 2025. Mitsubishi Corporation e Mitsui Corporation si attendono rispettivamente un calo del 26,4% e del 14,5% dell’utile netto per l’esercizio finanziario fino a marzo 2026, rispetto al dato dell’anno precedente. Le due principali trading company giapponesi hanno affermato che uno dei motivi è il calo dei prezzi delle risorse naturali a causa del timore che l’imposizione dei dazi Usa abbia fatto aumentare le preoccupazioni di un rallentamento economico globale.
La compagnia di navigazione Mitsui O.S.K. Lines ha dichiarato di prevedere un calo dell’utile netto del 60%, poiché il rischio di rallentamento dei flussi globali di merci legato alle misure tariffarie statunitensi diventa sempre più evidente. Anche Toyota Motor ha rivisto gli utili operativi da 4,69 trilioni di yen a 3,8 trilioni, tenendo conto appunto dell’impatto negativo del regime tariffario americano.
Ai dazi va poi aggiunta la ripresa dello yen, che sembra destinata a ridurre i profitti delle aziende giapponesi di 2 mila miliardi di yen (14 miliardi di dollari), secondo il Nikkei Journal, in base ai dati raccolti di 79 importanti società quotate. Queste aziende prevedono in media tassi di cambio nell’ordine di 143 yen rispetto al dollaro nell’anno fiscale 2025. La valuta giapponese si è attestata, sempre in media, a circa 152 yen per dollaro nell’anno fiscale 2024. Se si considera l’indice Topix, le attese degli utili per azioni sono scese da 192 yen, prima del 2 aprile, a 181 yen, con possibilità di ulteriore revisione al ribasso.
NULLA DI FATTO A WASHINGTON
Il Giappone è stato tra i primi paesi a recarsi a Washington per negoziare l’aliquota dei dazi, ma l’incontro tra il capo negoziatore nipponico Ryosei Akazawa e i suoi omologhi dell’amministrazione Trump, tra cui il segretario al Tesoro Scott Bessent, non ha prodotto alcun risultato. Le attese sono che ci sarà un’intensificazione dei colloqui tra maggio e giugno, quando sul tavolo è possibile che ci sia una serie di proposte per ridurre il surplus giapponese nei confronti degli Stati Uniti a fronte di una serie di concessioni sui dazi; inoltre c’è chi specula sul fatto che potrebbero essere esercitate pressioni anche sul cambio. Curiosa è stata la dichiarazione alla televisione nazionale del ministro delle Finanze, Katsunobu Kato, sulla contromisura che il Giappone potrebbe usare: oltre 1.000 miliardi di dollari di titoli del Tesoro statunitensi detenuti dal Paese sono visti come una “carta” nei negoziati commerciali con l’amministrazione Trump. Questo è il maggiore ammontare di Treasury detenuto da una nazione straniera. La sensazione è che le parole di Kato siano un invito più o meno surrettizio a trovare un accordo: brandire un’arma senza volere veramente utilizzarla.
L’economia giapponese è dimensionalmente molto più piccola di quella americana, dalla quale dipende l’approvvigionamento di una serie di beni essenziali: una guerra commerciale con gli Stati Uniti potrebbe rivelarsi paralizzante. Inoltre, per problemi di sicurezza, è opportuno che Tokyo continui a mantenere buoni rapporti con Washington. Gli Stati Uniti sono l’unico alleato formale del Giappone in materia di sicurezza, tanto da essere descritti nella Strategia per la Sicurezza Nazionale (Nss) giapponese del 2022 come la «pietra angolare della politica di sicurezza nazionale del Giappone». Al ritorno della delegazione giapponese da Washington, è emersa anche la possibilità che, nel caso gli Usa rimanessero fermi sulle proprie posizioni, il governo potrebbe lanciare un budget supplementare a sostegno di un’economia che rischia di scendere sotto potenziale, se non in territorio negativo, se gli effetti pesanti subiti dal settore manifatturiero intaccassero anche la domanda di servizi. Nel frattempo, la Boj ha assunto una posizione attendista, aumentando però la liquidità sul mercato.
DIVERSIFICARE
Tuttavia, benché il primo ministro Ishiba Shigeru, all’indomani del “liberation day”, abbia definito la situazione «una crisi nazionale, la delicata e complessa fase con gli Stati Uniti potrebbe aprire altre opportunità a un paese esportatore come il Giappone. È proprio questa situazione di crisi che dovrebbe spingere Tokyo a elaborare nuove strategie che vadano oltre gli Stati Uniti, rilanciando una serie di accordi regionali e transregionali, come nel caso del Rcep o del Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership. Lo stesso stimolo dovrebbe riguardare anche le imprese del Paese, spingendole sempre più a continuare il processo di digitalizzazione, di consolidamento e di continua riforma della corporate governance per essere pronte ad affrontare uno scenario che potrebbe anche peggiorare. L’auspicio, ovviamente, è che l’accordo di Mar-a-Lago rimanga una semplice speculazione.
Pinuccia Parini
Dopo una lunga carriera in ambito finanziario sul lato, sia del sell side, sia del buy side, sono approdata a Fondi&Sicav

