Marco Cianflone, portfolio manager,
Sectoral Asset Management

Potrebbe descrivere la filosofia di investimento alla base del Sectoral Healthcare Opportunities Fund?
«Il nostro portafoglio cerca di identificare aziende che operano nell’ambito della salute con un forte potenziale di crescita. Riteniamo che investire in gruppi della cura della salute con un grande focus su innovazioni ad alto impatto e digitalizzazione e in grado di adottare un approccio davvero globale (inclusa la partecipazione allo sviluppo dei mercati emergenti) rappresenti non solo un’opportunità concreta di investimento, ma che offra anche un buon profilo di rischio rendimento in un contesto difficile come quello attuale. Possiamo investire lungo tutto l’arco delle capitalizzazioni, manteniamo però una particolare attenzione a small e mid cap, dove troviamo diverse possibilità che rispondono ai nostri criteri. Complessivamente questo insieme di azioni varia in un range fra il 20% e il 60% dei nostri asset. Circa il 10-20% del totale è collocato in imprese dei mercati emergenti. Per quanto riguarda la composizione settoriale, l’allocazione in aziende farmaceutiche tradizionali e biotech varia dal 30% al 70%. Stesse identiche percentuali per quanto riguarda la strumentazione medica e i servizi collegati alla salute. Il nostro è un portafoglio high conviction con 45-60 posizioni, creato con un approccio basato sulla ricerca primaria. Il benchmark di riferimento è l’Msci world healthcare. L’universo di investimento del fondo è fatto da oltre 2.300 aziende a livello globale per una capitalizzazione attualmente intorno a 8.700 miliardi di dollari».

Alla fine quali sono i criteri che vi portano alle vostre scelte?
«In qualità di specialisti della cura della salute, operiamo una rigorosa due diligence attraverso il nostro processo di investimento bottom-up. Identifichiamo le opportunità più interessanti in termini di innovazione in tutto l’universo della cura dell’healthcare, dal biopharma alla strumentazione medica e ai servizi per arrivare all’It. Robuste capacità di innovazione unite a elevate barriere competitive sono i pilastri che rendono probabile una forte crescita sul lungo periodo. Data la complessità dell’insieme del settore, monitoriamo costantemente gli sviluppi scientifici e legislativi allo scopo di verificare i nostri assunti e aggiornare il nostro outlook».

Negli scorsi anni si sono visti forti investimenti a livello pharma e nello specifico biotech in alcuni comparti a elevato valore aggiunto: qual è la vostra view al riguardo?
«Il processo d’innovazione rimane molto forte con, ad esempio, la Fda americana che ha ricevuto nel 2019 un numero record di applicazioni per new molecular entity (Nme). In particolare aree che stanno vivendo un periodo d’oro in termini di nuovi farmaci innovativi sono l’immuno-oncologia e l’oncologia in generale, le malattie rare, oltre alle affezioni legate all’invecchiamento, quali l’Alzheimer e il diabete, e, naturalmente, al Covid-19. Il processo è favorito anche dalle regole adottate dalla stessa Fda,  che offre oggi un percorso più rapido e collaborativo per l’approvazione di nuovi farmaci».

A proposito di Covid-19, che cosa è ragionevole aspettarsi?
«Attualmente ci sono centinaia di studi in corso su possibili vaccini per il Covid-19, è però improbabile che cure sicure ed effettive possano essere immesse sul mercato prima della primavera del 2021. Le speranze di vedere un vaccino entro la fine di quest’anno poggiano sull’assunto di una procedura d’emergenza. Anche se ciò dovesse verificarsi, è improbabile che esso possa venire adottato su vasta scala così presto, perché la comunità medica, e non solo, sicuramente vorrà avere in mano dati affidabili, basati su un orizzonte temporale più ampio, prima di cominciare a inocularlo. Per questa ragione rimaniamo decisamente cauti sulle prospettive dei mercati e dell’economia globale in generale: in gran parte gli investitori fino a poco tempo fa si sono comportati come se la pandemia fosse stata solo un brutto incubo da cui ci si è risvegliati: in realtà, però, come abbiamo visto, non è così, tanto che attualmente circa il 10% della nostra allocazione è in liquidità. Riteniamo che una maniera per coesistere con il Covid-19 probabilmente emergerà solo il prossimo autunno. Di conseguenza pensare di ritornare alla normalità prima del 2022 appare ottimistico. È inoltre importante tenere a mente che il new normal risulterà significativamente differente rispetto al mondo pre-Covid». 

Oltre alla disruption tecnologica in atto, l’altro grande tema del vostro fondo è l’insieme dei mercati emergenti: può fornire qualche dettaglio in più?
«Molte nazioni, specialmente asiatiche, stanno vivendo un doppio processo di forte crescita del reddito pro capite accompagnato da un rapido invecchiamento della popolazione. Inoltre, un fattore importante da considerare è che la cura della salute costituisce un cosiddetto bene superiore, ossia un tipo di spesa che tende a crescere in maniera più rapida dell’aumento del reddito, man mano che quest’ultimo cresce. Basti pensare al fatto che nel 2009 solo l’11% dei nuclei familiari cinesi vantava un reddito superiore a 10 mila dollari lordi all’anno, mentre nel 2017 questa quota era salita al 60%. Simili condizioni costituiscono lo scenario per una rapida crescita delle spese in healthcare, che hanno ancora molta strada da fare in queste economie per raggiungere i livelli occidentali: nel 2017 la spesa per la cura della salute pro capite in Cina era circa l’11,4% del livello della Gran Bretagna. Un altro elemento da considerare è che centri di innovazione stanno emergendo in varie parti dell’Asia, un trend che dovrebbe continuare a lungo. Oltretutto, le aziende dei mercati emergenti in questo ambito presentano, fra tutti i segmenti del nostro universo investibile, il più basso livello di correlazione con l’Msci world health, intorno a 0,29».

Quale tasso di crescita possono attendersi gli investitori dal complesso della cura della salute?
«L’incremento appare robusto: l’Msci world healthcare dovrebbe registrare nei prossimi anni un aumento del fatturato intorno alla fascia di mezzo della singola cifra, con gli utili che invece dovrebbero mettere a segno incrementi doppi rispetto a questo valore. Il nostro portafoglio è posizionato per riuscire a fare meglio rispetto a questi numeri. Inoltre, un elemento importante da considerare è che i trend dell’healthcare tendono a essere stabili, perché soddisfano mercati dalla domanda inelastica. Questa caratteristica è testimoniata dal fatto che nel periodo che va dall’inizio del 1990 al giugno 2020 la cura della salute ha mostrato nel mercato Usa i secondi migliori rendimenti dietro la tecnologia a fronte della terza più bassa volatilità fra tutti gli 11 settori dell’S&P 500. Ovviamente il comparto di cui stiamo parlando è enormemente diversificato al suo interno, con alcune componenti che presentano eccellenti prospettive. Ad esempio, l’Msci world biotech nei tre anni che vanno da questo 2020 al 2022 compreso dovrebbe vedere un aumento dell’Eps del 14%. Questa crescita degli utili non si riflette, però, in valutazioni particolarmente elevate. Anzi, usando come base i profitti previsti per quest’anno, il P/E forward delle aziende biotecnologiche a livello globale è pari a 16x. Complessivamente l’Msci world healthcare quota con un P/E forward a sconto rispetto al benchmark globale, uno sconto che a questi livelli non si vedeva da quasi un decennio». 


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Boris Secciani

Nato a Bologna nel 1974, a Milano ho completato gli studi in economia politica, con una specializzazione in metodi quantitativi. Ho cominciato la mia carriera come broker di materie prime negli Usa, per poi proseguire come trader sul forex. Tornato in Italia ho partecipato come analista e giornalista a diversi progetti. Sono in FONDI&SICAV dalla sua fondazione, dove opero come Responsabile dell'Ufficio Studi. I miei interessi si incentrano soprattutto sul mondo dei tassi di interesse e del reddito fisso, sulla gestione del rischio di portafoglio e sull'asset allocation.