Se ci si fermasse ai titoli, si potrebbe pensare che il mercato dell’arte sia in crisi. “In calo le vendite globali”, “Crollano le aste dei capolavori”, “Il mercato perde appeal”. Ma chi si prende il tempo per leggere i numeri e interpretarli con attenzione scopre un panorama molto più ricco e dinamico.

Il recente Global Art Market Report 2025, pubblicato da Art Basel e Ubs, offre una fotografia in chiaroscuro, che smentisce la narrazione del declino e apre scenari decisamente più stimolanti.

Nel 2024, le vendite globali di arte si sono attestate su 64,7 miliardi di dollari, con una flessione del 4% rispetto all’anno precedente. Un dato che, preso da solo, può sembrare allarmante, soprattutto per chi guarda al mercato dell’arte con l’occhio di chi ne attende solo i record. Ma, in realtà, ciò che sta accadendo è una trasformazione strutturale, che tocca non solo il valore delle opere, ma il senso stesso del collezionismo oggi.

Meno fuochi d’artificio

La flessione riguarda principalmente il comparto ultra-high-end, quello delle opere milionarie e delle grandi aste internazionali. È il segmento più spettacolare, ma anche il più sensibile alle turbolenze economiche e geopolitiche. In questa particolare area, le vendite sono diminuite, le aste si sono fatte più caute e i collezionisti più selettivi.

Ma il resto del mercato? È tutt’altro che immobile. Le opere sotto i 50 mila dollari continuano a circolare con grande vitalità, sostenute da un pubblico in crescita: collezionisti giovani, appassionati, attenti alla qualità, ma anche ai valori e alla narrazione che un’opera può offrire.

L’arte torna comunità

Questo cambio di rotta è profondamente culturale. Sempre più acquirenti non cercano status symbol, ma esperienze autentiche. L’arte diventa un modo per dialogare con il presente, per interrogarsi sul mondo, per sostenere pratiche etiche. In ciò, le gallerie medie, i progetti indipendenti e gli spazi alternativi giocano un ruolo cruciale, proponendo nuovi modelli di relazione tra artista e pubblico. In parallelo, il canale digitale si conferma una componente strutturale del mercato. Le vendite online, ormai stabilizzate a 11,8 miliardi di dollari (il 18% del mercato), non sono più considerate un ripiego, ma un’opportunità: per raggiungere nuovi pubblici, per raccontare meglio le opere, per garantire trasparenza. E la fiducia nel digitale è cresciuta anche tra i collezionisti più tradizionali. Le piattaforme ibride, che uniscono fisico e online, sono oggi la norma: dalle viewing room delle fiere internazionali alle aste in streaming, l’esperienza dell’arte si sta reinventando.

nuovi valori

A trainare questo cambiamento sono soprattutto i millennial e la gen Z, che stanno ridisegnando il profilo del collezionista contemporaneo. Non solo per ragioni anagrafiche, ma per il diverso modo di vivere l’arte. Più aperti alla sperimentazione, più attenti alla sostenibilità, più inclini a scoprire nuovi nomi (spesso tramite i social), questi nuovi acquirenti vogliono opere che parlino al loro tempo, che rappresentino temi urgenti: inclusione, giustizia sociale, cambiamento climatico, memoria collettiva.

E non è un caso se il report evidenzia che molte vendite avvengono oggi in contesti “fuori dai radar”: fiere locali, piattaforme emergenti, gallerie indipendenti, spesso situate in regioni del Sud globale, sempre più protagoniste di una geografia dell’arte decentralizzata.

un cambio di paradigma

Chi si ostina a leggere questi segnali come una crisi, rischia di perdere il punto. Il mercato dell’arte sta mutando pelle: da luogo di élite esclusiva a sistema più aperto, dinamico e partecipativo. Ciò non significa che tutto sia più semplice. Al contrario: è un momento complesso, in cui le vecchie regole non valgono più e quelle nuove sono ancora in via di definizione. Ma è anche una fase fertile, piena di possibilità. Le gallerie che sapranno investire in relazione e contenuto, gli artisti che esploreranno nuovi linguaggi, le istituzioni che accoglieranno il cambiamento senza paura sono coloro che disegneranno il futuro. Dunque, il mercato non sta crollando. Sta evolvendo e, forse, sta ritrovando una dimensione più autentica, meno dipendente dai riflettori, più vicina alle persone. In un’epoca in cui tutto sembra effimero, questa ricerca di durata, senso e connessione è una buona notizia.

 


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Emanuela Zini

Emanuela Zini è una consulente e giornalista esperta con una visione strategica acuta e una passione per lo storytelling. Con oltre 20 anni di esperienza nella finanza e cinque come Direttore Marketing e Comunicazione, ha fondato Aleph Advice per aiutare le aziende a crescere grazie alla sua guida esperta. Come scrittrice per riviste d’arte e culturali, unisce la sua intuizione imprenditoriale all’espressione creativa, orientandosi sia nella strategia aziendale che nello storytelling editoriale. Il suo lavoro riflette una fusione unica di competenza analitica e prospettiva artistica, rendendola una voce ricercata sia nel mondo della consulenza che del giornalismo.