di Pinuccia Parini
Donatella Principe, director market and distribution strategy di Fidelity International, ha iniziato la sua carriera nel mondo finanziario oltre vent’anni fa. Nel suo percorso professionale, ha saputo unire le competenze maturate in campo economico e il forte interesse per la comunicazione, con l’obiettivo di dialogare su temi complessi con linguaggi adeguati agli interlocutori.
Come nasce professionalmente Donatella Principe?
«Da adolescente avevo maturato un forte interesse per gli studi letterari, sino a quando mi sono imbattuta in un libro di Piero Angela, ”Quark Economia”. È stata una vera e propria folgorazione, che mi ha portata a studiare economia politica, con una particolare passione per la macroeconomia e i sistemi economici comparati. Ho così conseguito la laurea e il master in economia presso l’università Bocconi. Sono però sempre stata interessata alla comunicazione e la mia “palestra”, all’università, è stata di grande aiuto perché, mentre studiavo argomenti tecnicamente complessi, facevo volontariato all’interno del progetto educativo rivolto ai figli degli extra-comunitari di don Gianni Zappa, allora cappellano della Bocconi: una grande esperienza. Il mio primo lavoro è stato presso una banca italiana, come economista, forse un po’ sui generis, perché amavo interloquire con i colleghi delle gestioni patrimoniali e mi piaceva fare presentazioni alla rete distributiva. Questa esperienza è quella che mi ha permesso di passare all’industria dell’asset management con Schroders in qualità di investment advisor: una nuova figura professionale che portava competenze tecniche alla divisione commerciale. Il dovermi interfacciare con più anime all’interno della stessa azienda, per rispondere alle richieste provenienti dalla divisione istituzionale piuttosto che da quella wholesale o retail, mi ha insegnato a usare un linguaggio adeguato al momento e alla necessità, più o meno sofisticato a seconda dei casi, allo scopo di rendere la comunicazione più efficace possibile. Dopo 14 anni, sono entrata in Fidelity, dove il percorso iniziato a Schroders è continuato. Ho cominciato come responsabile della fund selection unit e institutional sales, sino a due anni fa, quando mi è stato chiesto di riproporre questa connessione tra il mondo tecnico e quello commerciale a livello europeo nel ruolo di director-market and distribution strategy, dove la parte di strategia e investment management incontra quella commerciale. Il mio ruolo è fare in modo che questi mondi si parlino e che ne sia riconosciuto il reciproco valore».
In questo incarico svolge anche un lavoro di mediazione?
«In qualche modo sì, perché uso le mie competenze per trovare le giuste chiavi di lettura per capire come presentare un prodotto all’interno di un determinato canale e decidere come raccontarlo, se in maniera più sofisticata o attraverso uno story telling. Nel mio ruolo attuale, a livello europeo, con il product e l’investment management aiuto a disegnare strategie di prodotto, passando dalla genesi alla realizzazione, per poi collaborare con il marketing e la distribuzione per operare una selezione».
Si sente una divulgatrice?
«Coniugo le mie competenze con la mia capacità di comunicare. Il latinorum di Don Abbondio non fa parte del mio linguaggio, perché penso che la vera sfida sia semplificare».
Negli anni i mercati finanziari si sono evoluti. Quali sono i maggiori cambiamenti che ha visto accadere o ha dovuto affrontare?
«Se penso agli ultimi vent’anni, ritengo che il cambiamento più importante sia stato la tecnologia, che ha mutato non solo il modo di lavorare, ma anche quello di vivere. Quando ho iniziato la mia professione, gli smartphone non esistevano; oggi si è raggiungibili in ogni luogo in ogni momento. Quando, da economista, mi trovavo ad analizzare le dichiarazioni della Fed per capire gli orientamenti futuri della politica monetaria, mi munivo di evidenziatore e pazientemente cercavo le differenze rispetto agli statement precedenti e ne traevo spunti di riflessione. Oggi la tecnologia non solo permette di identificare subito le differenze tra testi, ma, grazie all’intelligenza artificiale, consente analisi più sofisticate. E poi ci sono stati tanti altri cambiamenti epocali: vent’anni fa non c’era l’euro e si parlava di convergenza in Europa, oggi il tema è la Brexit; nel 2014 la Cina è diventata la più grande economia al mondo, scalzando gli Usa, e lo yuan sarà forse la prossima valuta con cui il dollaro dovrà confrontarsi. In macroeconomia, avevo studiato che la curva di Phillips mostrava una correlazione inversa tra tasso di disoccupazione e inflazione: oggi lo stesso governatore della Federal Reserve sembra mettere in discussione questa teoria. E l’elenco potrebbe diventare lunghissimo. Io penso che ci siano due date che hanno fatto da catalizzatore negli ultimi venti anni: l’11 settembre e il fallimento di Lehman Brothers, con lo scoppio della grande crisi finanziaria. Quest’ultima, in particolare, ha cambiato l’approccio al rischio da parte degli investitori: se l’azionario è stato dominato dal momentum, le politiche monetarie straordinarie hanno compresso i rendimenti e creato terreno fertile per l’esplosione dei fondi a cedola e ha fatto emergere anche esigenze più sofisticate da parte dei clienti. Si è imparato a lavorare per obiettivi e i trend transgenerazionali sono diventati megatrend di investimento».
Come ha visto mutare la figura del risparmiatore, in particolare quello italiano, all’interno di un processo di così netto cambiamento?
«La questione è complessa. Come risparmiatori italiani dobbiamo essere orgogliosi dei progressi fatti, perché 20 anni fa si partiva da livelli di istituzionalizzazione del risparmio molto bassi, se confrontati con Francia e Germania, per non citare i paesi anglosassoni. Si è finalmente capito che il fai da te non è più una strada percorribile e che la disintermediazione del risparmio gestito è fondamentale nella costruzione di un obiettivo di vita. Ci sono, però, ancora molte cose da fare, perché il nostro è il paese in cui si programma pochissimo da un punto di vista finanziario, dove si preferisce, ad esempio, scommettere al lotto piuttosto che pianificare la previdenza personale, un settore quest’ultimo in fase embrionale, nonostante l’Italia sia il secondo paese più vecchio al mondo. Rimane, inoltre, la necessità di investire nell’educazione finanziaria sin dalla scuola e, da questo punto di vista, sarebbero opportune anche alcune “spinte gentili” da parte dei governi. La grande crisi finanziaria ha inciso sulla propensione al rischio dell’investitore, che oggi chiede sicurezza e liquidità, e questo fenomeno io lo leggo come un grave passo indietro. Basta infatti solo pensare che ci si è lasciati alle spalle 10 anni di rally dei mercati finanziari e, con una posizione al rischio come quella descritta, molti italiani non ne hanno tratto vantaggio, perdendo una grande opportunità di partecipare a un’espansione degli asset finanziari senza precedenti. E poi non va dimenticato che in Italia nelle politiche di investimento si è privilegiato, per lungo tempo e a livello istituzionale, le obbligazioni, in particolare quelle governative domestiche. Si è così preferito il debito al capitale, contravvenendo a quanto sancito nella Costituzione italiana che vuole che il risparmio degli italiani venga convogliato negli asset produttivi del paese e partecipi alla crescita. E ciò ha condizionato molto gli investitori».
Come definirebbe l’incertezza che permea il contesto macroeconomico e quello dei mercati finanziari?
«Il tema dell’incertezza è centrale in un mondo che cambia, dove i punti di riferimento vengono a mancare; i driver di mercato sono mutati e non sempre il cittadino medio è riuscito mentalmente a passare dal micro al macro per leggere fenomeni più grandi. Sino a qualche anno fa le valutazioni di un titolo azionario riflettevano le prospettive delle aziende che, a loro volta, riproducevano quelle dell’economia. Oggi siamo in un mondo in cui la gestione economica è stata delegata alle banche centrali che hanno usato gli strumenti a loro disposizione: tassi e liquidità. Ci troviamo in un ambiente che è cresciuto per 10 anni, ma con tassi inferiori rispetto al passato, bassi utili e tanta liquidità, che generano, comunque, crescita. A tutto ciò si aggiunge, poi, la comparsa di megatrend, di cui non tutti hanno compreso la portata, che hanno modificato le dinamiche dei mercati finanziari. In un mondo a bassissima crescita, la necessità di trovare rendimenti ha portato gli investitori a uscire dalle obbligazioni governative, per spostarsi sui corporate per poi arrivare all’asset class azionaria dove, per non uscire dalla comfort zone, i flussi si sono concentrati su aziende di grandi dimensioni, in grado di generare utili in maniera stabile, di staccare dividendi, in altre parole una proxy dei titoli governativi. In questo contesto, alcune società tecnologiche che hanno queste caratteristiche sono riuscite a catalizzare l’interesse degli investitori, sino a diventare sempre più determinanti nell’andamento degli indici. Si è innescato, così, un fenomeno che, se non compreso dall’inizio, ha generato scetticismo».
Quanto è mutato negli anni il ruolo delle banche centrali e che cosa dobbiamo aspettarci nel prossimo futuro?
«L’elemento di novità della grande crisi finanziaria è stato il ruolo assegnato alle banche centrali, che si sono assunte responsabilità che i governi, in quel momento, non erano in grado di prendersi. La crisi era una crisi del debito: i paesi erano indebitati e i governi avevano le mani legate. L’elemento di novità con la pandemia è stato il passaggio di testimone dagli istituti di emissione ai governi, perché una crisi nata dal lato dell’offerta, come quella attuale, non può essere affrontata con le politiche monetarie. Oggi, alle banche centrali tocca il ruolo di stabilizzare i mercati, mentre sono i governi che devono gestire il contingente, delineare le strategie future e prendere le decisioni. Le modalità con cui ciò può avvenire sono diverse e dipendono dai contesti socio-economici in cui maturano: negli Stati Uniti si è assistito a una distruzione creativa, mentre in Europa si è prediletta la via della stabilizzazione. Come si coglie questa diversità di approccio? Guardando le dinamiche del mercato del lavoro: la disoccupazione è esplosa in Usa, mentre in Europa è rimasta pressoché stabile; e le ragioni sono da ricercare nelle scelte fatte dai governi nella gestione dell’emergenza e delle ricadute sociali provocate dalla pandemia. Proprio per questi motivi, la ripartenza non avverrà per tutti allo stesso momento. È necessario, quindi, che vengano fatte scelte chiare, indirizzate a rinvigorire il tessuto economico: non ci si potrà più permettere il lusso di tenere in vita le zombie company, la cui sopravvivenza è stata resa possibile da politiche monetarie ultra espansive, con il risultato di comprimere la produttività, la competitività e le dinamiche salariali».
Come vede una maggiore partecipazione dello stato nell’economia?
«Io non ho la convinzione granitica che privato sia meglio di pubblico: ogni cosa non è buona di per sé, ma per come viene fatta. Lo stato, quando diventa protagonista nell’attività economica, porta con sé tutta una serie di istanze che non necessariamente rispondono a logiche di mercato: l’importante è che si trovi un equilibrio sostenibile. Io sono estremamente contenta che il capitalismo sostenibile raccolga sempre più consensi: se l’entrata dello stato nel capitale delle aziende chiede in contropartita una loro maggiore eticità, non possiamo che esserne felici. Se nel rilanciare la crescita economica, come nel piano europeo di 750 miliardi di euro, si incentiva la green economy, è una decisione che va applaudita. Ciò che ci si deve chiedere è quale tipo di intervento pubblico: se è portatore di un equilibrio sostenibile, allora si unisce un indirizzo politico all’obiettivo di trovare un nuovo modello economico che si faccia carico di nuove istanze e ne gestisca le dinamiche».
Chi uscirà vincitore dalla crisi attuale?
«Se si guarda a come è stata gestita la crisi sanitaria e la capacità di reazione del sistema economico, il continente asiatico, guidato dalla Cina, ne esce vincitore. In Asia, la presenza di “best practice” per affrontare il Covid, visto le esperienze pregresse, ha permesso un approccio più sistematico, alimentato da un senso di collettività molto più forte di quanto non sia presente nelle economie occidentali e dove, per una serie di motivi anche discutibili, esiste un forte rispetto della legge. I dati recenti mostrano una capacità di reazione del tessuto economico che ha sorpreso per l’intensità, ma che rivela che questa regione si è rafforzata negli anni e continua a investire nel futuro».
Pinuccia Parini
Dopo una lunga carriera in ambito finanziario sul lato, sia del sell side, sia del buy side, sono approdata a Fondi&Sicav

