È uno degli appuntamenti annuali più importanti per il mondo finanziario: l’ “Indagine sul risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani”, a cura del Centro di ricerca e documentazione Luigi Einaudi e sponsorizzato da Banca Intesa Sanpaolo, analizzando un campione significativo di 1.650 risparmiatori, coglie i cambiamenti che si verificano via via nella società italiana da parte degli investitori privati. È di fatto un vero e proprio specchio del comportamento delle persone nei confronti del denaro.
E quest’anno l’attenzione è stata rivolta con particolare attenzione alla fascia delle persone più anziane, che, secondo un’idea consolidata, spesso sostenuta anche da illustri economisti, smettono di risparmiare o di avere chiare strategie di investimento. Ma questa ricerca, intitolata significativamente “La silver age e il risparmio: welfare familiare, protezione e nuovi orizzonti” sfata molti miti e mette gli over 65 in una nuova luce. A parlarne con Fondi&Sicav è Giuseppe Russo, economista, direttore del Centro Einaudi e autore della parte di indagine che riguarda la terza età.
Partiamo dalla fine: nella conclusione della ricerca lei scrive: «L’Indagine 2025 del Centro Einaudi sui comportamenti di risparmio e le scelte finanziarie degli italiani mette in mostra un paese che vive una metamorfosi economica e sociale, caratterizzata da paradossi e sorprese, molte dai contorni positivi: essa racconta una storia di trasformazione silenziosa, dove antiche certezze si appannano e svaniscono, mentre nuove consapevolezze tendono a emergere». È un’affermazione importante, perché va in controtendenza: finora si era detto che il risparmiatore italiano era molto fermo nelle sue convinzioni, che non dava segni di vitalità. Quali sono gli elementi principali di questi cambiamenti?
«Iniziamo dalle antiche certezze, di cui una delle principali era “non avrò bisogno di risparmio nella vecchiaia, perché ci penserà la pensione e raggiungerò la fine dei miei giorni sostanzialmente potendo provvedere a me stesso”. Un’altra antica certezza è che vi sarà qualcuno che provvederà a me se io non sarò indipendente. Ora, tutte queste affermazioni (molte altre potrebbero essere messe in discussione) sono svanite. Le pensioni che 20 anni fa assicuravano anche più dell’80% del reddito corrente tenderanno a garantire sempre meno. E questo è un elemento che nella nostra indagine è entrato nella consapevolezza dei risparmiatori. In una domanda in cui chiediamo quale pensione ci si aspetta in percentuale sul reddito, mediamente le persone rispondono che sarà poco più della metà. Quindi, a fianco alle antiche certezze, appaiono nuove consapevolezze, come il fatto che potremo contare in futuro su tassi di sostituzione che sono il 50%. La seconda certezza messa in discussione è: “Arriverò fino alla fine dei miei primi giorni sostanzialmente in buona salute”. In realtà, la vita si è allungata e ciò ha portato con sé il rischio di inabilità. Abbiamo fatto alcune domande sulle abilità nella terza età e si vede molto bene che tra i 55enni e i 65enni non ci sono particolari problemi di salute, tanto che una buona quota di neopensionati addirittura continua a lavorare. Spesso magari lavora sporadicamente o in imprese di famiglia, non lavora formalmente, però produce un reddito. Ma quando si passa nel decennio successivo, emerge la necessità di cure e che ci sono inabilità fisiche che richiedono tempo. E se si va ancora più in là nell’età, questo fatto si accentua. Il terzo punto è che i figli degli anziani, anche per il fatto che c’è molta più mobilità, anche di tipo geografico, nelle carriere, sono meno presenti e nella terza età non è detto che ci siano i figli o altri parenti in grado di assistere».
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Redazione
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