di Pinuccia Parini
Dopo otto anni di governo, il primo ministro, Shinzo Abe, ha dato le dimissioni per motivi di salute. Nonostante la durata record del suo mandato, è presumibile supporre che non ci saranno grandi scossoni nella conduzione del paese, anche se non è stato per il momento ancora individuato il successore. L’eredità del leader uscente presenta luci e ombre
Lo scorso 28 agosto, il premier giapponese, Shinzo Abe, ha annunciato le sue dimissioni. Nella conferenza stampa, che ha tenuto per comunicare la rinuncia alla carica di primo ministro, ha spiegato che la malattia cronica che lo affligge non gli permette di ricoprire al meglio il proprio ruolo. Il suo è stato un mandato record, in un contesto politico che, dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, è stato dominato dal Partito liberal democratico (Ldp), quasi ininterrottamente al potere per 55 anni, ma con fazioni interne che hanno creato discontinuità negli esecutivi e generato, negli anni, una folta serie di primi ministri. Abe, che non appartiene ad alcuna corrente del partito, ha avuto la capacità di contrastarne le varie frizioni e malumori e dare continuità alla sua leadership. Ma qual è l’eredità che lascia?
L’Abenomics
Quando, alla fine del 2012, Abe divenne primo ministro, lanciò un piano di misure per fare ripartire l’economia giapponese conosciuto come Abenomics. Il programma si articolava in tre obiettivi, le cosiddette “tre frecce”, che riguardavano la politica monetaria, lo stimolo fiscale e le riforme strutturali. La prima fu subito realizzata attraverso una stretta intesa con il governatore della Banca centrale, Haruhiko Kuroda, voluto dallo stesso Abe a capo dell’istituto nell’aprile del 2013, grazie a una politica monetaria non convenzionale e indirizzata a sconfiggere la deflazione, che da tanti anni attanagliava il paese. La BoJ cambiò la linea guida sui tassi ufficiali portandoli di fatto a zero e chiarendo la propria intenzione di non modificarla sino a quando non si fosse realizzata una stabilizzazione dei prezzi. Decise, inoltre, l’adozione di un programma di acquisto di attività finanziarie, tra cui titoli di stato, Cp e obbligazioni societarie, fondi (Etf) e fondi comuni di investimento immobiliare giapponesi (J-Reit). Era l’inizio del quantitative and qualitative monetary easing (Qqe), ampliato in termini di dimensioni nel 2014 e rivisto nel 2016 con la decisione di introdurre, insieme ai tassi negativi, il controllo della curva dei rendimenti.
Gli effetti della politica monetaria furono immediatamente visibili sui mercati finanziari attraverso un indebolimento dello yen e una forte ripresa della borsa. Gli stimoli fiscali iniziarono subito nel 2013, quando il governo Abe decise una serie di misure per il sostegno all’economia per circa 20 trilioni di yen di cui 10,3 di spesa pubblica diretta, in particolare focalizzata sulla realizzazione di infrastrutture critiche per il paese; a questi si aggiunsero altri 3,5 trilioni di yen l’anno successivo. Dopo quattro anni di consistenti stimoli il Giappone dette segni di ripresa dell’attività economica con una crescita moderata, anche se l’inflazione continuava a rimanere sotto il target del 2% che la Banca centrale si era dato. Analizzando gli effetti della seconda freccia di Abe, si può probabilmente affermare che sono stati modesti, visto il limitato impatto dello yen debole sulle esportazioni e delle misure di stimolo fiscale sui consumi.
Per quanto riguarda, invece, le riforme strutturali, il cammino è stato impervio. Nel 2014, Abe annunciò un ambizioso pacchetto di riforme che prevedeva una revisione della legislazione per le imprese, la liberalizzazione nel settore agricolo, iniziative per rivedere la regolamentazione dei comparti energetico e sanitario allo scopo di aumentare la competitività del Giappone. Egli promise anche una riforma del mercato del lavoro, fondamentale in una nazione la cui struttura demografica ha generato, negli anni, una serie di ricadute sul tessuto economico, caratterizzato da una forte presenza di lavoratori a tempo determinato. Nel settembre 2015, Abe rilanciò le sue politiche con “Abenomics 2.0”, incentrata sull’aumento del tasso di natalità e sull’espansione della sicurezza sociale. Nell’ambito di questi nuovi impegni, il governo Abe sostenne l’occupazione femminile, allocando 2 trilioni di yen per l’istruzione e l’assistenza all’infanzia, e ha richiesto alle aziende di aumentare la presenza delle donne in ruoli apicali.
In merito alla politica estera e alla sicurezza, Abe ha segnato un punto di svolta, affermando la volontà di ridare al Giappone un ruolo di rilievo a livello internazionale e, parlando di “pacifismo attivo”, il primo ministro ha rafforzato i rapporti strategici con gli Stati Uniti, probabilmente anche in chiave anti-cinese e ha gestito situazioni delicate quali la continua sfida diplomatica con la Cina sul controllo dei mari, le controversie con la Corea del Sud sui risarcimenti della seconda guerra mondiale e i contrasti atavici con la Corea del Nord. Per quanto riguarda invece i temi legati alla sicurezza, sono stati fatti alcuni mutamenti importanti, ma non è stato cambiato l’articolo 9 della costituzione: “Il popolo giapponese rinuncia alla guerra come diritto sovrano della nazione”.
Il track record di Abe
Non è semplice valutare quasi otto anni di governo di un primo ministro. Abe ha senza dubbio avuto la capacità di controllare le diverse fazioni all’interno dell’Ldp e di non esserne fagocitato: ciò ha dato longevità al suo esecutivo e la continuità in politica è fondamentale. Durante il suo primo mandato ha ottenuto risultati importanti, soprattutto per la fiducia che è riuscito a infondere nel paese e la voglia di riforme, che hanno stimolato l’interesse degli investitori stranieri. La “freccia” più facile da scoccare è stata quella che riguardava la politica monetaria, che è servita a dare credibilità al suo progetto e ha prodotto da subito risultati. Quella più difficile da mettere a segno ha riguardato le riforme, soprattutto in un paese come il Giappone, che cambia molto lentamente e rimane ancorato a convinzioni difficili da eradicare. Basti pensare quanto sia stato controversa la legge sugli immigrati, in vigore dall’aprile 2019, che prevede di attrarre 345 mila lavoratori stranieri nei prossimi cinque anni in una nazione che, secondo il Japanese statistics bureau, vedrà la contrazione della popolazione nipponica a 100 milioni nel 2050 rispetto ai 127 milioni attuali.
Ma il primo ministro ha raggiunto anche diversi risultati, come sottolinea Kathy Matsui, vice chair di Goldman Sachs Japan, che sostiene che Abe ha «dimostrato la leadership in due aree che nessuna precedente amministrazione del dopoguerra è stata disposta ad affrontare: corporate governance e womenomics. Nel primo caso, l’introduzione dello Stewardship code e del Corporate governance code è stata fondamentale per proteggere gli interessi degli azionisti di minoranza e per guidare una maggiore attenzione al valore per gli shareholder e ai principi Esg. Su quest’ultimo punto c’è ovviamente ancora molto lavoro da fare per far sì che più donne raggiungano posizioni chiave, ma è stata la prima volta che il governo giapponese si è concentrato sulla diversità di genere come imperativo per la crescita economica».
Più severo è il giudizio formulato da Matthew P. Goodman, senior vice president per l’economia e titolare del Simon Chair in economia politica presso il Center for Strategic and International Studies (Csis) a Washington, D.C. Secondo Goodman, Abe sarà ricordato soprattutto per avere deluso le aspettative di riuscire a scuotere l’economia giapponese dal torpore degli ultimi decenni, per non essere riuscito a modificare la costituzione, per non avere risolto le tensioni con i paesi vicini del Nord-est dell’ Asia. C’è un’area in cui merita di essere giudicato positivamente dagli storici: la sua politica economica soprattutto nella regione Pacifico, ma non solo. Secondo lo studioso, l’Abenomics «è stata ben concepita, ma implementata in maniera imperfetta. Delle tre frecce volte a stimolare la crescita e la produttività giapponese, Abe ha fatto bene nella prima, quella legata alla politica monetaria. La politica fiscale ha invece prodotto risultati misti, «poiché i ripetuti pacchetti di stimoli sono stati minati da due aumenti delle tasse sui consumi mal gestiti. La più deludente è stata la terza freccia, poiché molte delle promettenti iniziative di riforma strutturale di Abe, dalla womenomics alla riforma del governo societario, sono state bloccate da interessi radicati». Secondo Goodman il merito del primo ministro è stato di avere capito «il peso economico del Giappone come terza economia del mondo e potenza commerciale nella regione Asia-Pacifico» e ciò «gli ha dato una carta vincente in politica estera».
Durante i suoi otto anni in carica, egli ha saputo identificare e perseguire due obiettivi di lungo termine: «Mantenere gli Stati Uniti impegnati nella regione Asia-Pacifico e gestire i rischi di una Cina in ascesa». I suoi sforzi nel continuare i negoziati per la realizzazione del Trans-Pacific Partnership (Tpp), nonostante la decisione di Trump di sfilarsi dall’accordo, hanno avuto l’obiettivo di fare in modo che la regione non diventasse sinocentrica. Il Ttp, diventato poi Comprehensive and progressive agreement for trans-pacific partnership (Cptpp) è lo strumento attraverso il quale Abe ha cercato di ridimensionare il ruolo della Cina che, con il piano Belt and road Initiative aveva inaugurato la nuova politica estera.
I possibili successori
«I due principali candidati al ruolo di primo ministro sono probabilmente Shigeru Ishiba e Fumio Kishida», afferma Dan Carter, gestore azionario giapponese di Jupiter Asset Management. «Sebbene probabilmente nessuno dei due sia politicamente rivoluzionario, Ishiba è stato più critico nei confronti di Abe in passato (…) Data la sua posizione più populista, non sorprende che sia popolare e che sia regolarmente in cima ai sondaggi pubblici come prossimo primo ministro preferito. Kishida, al contrario, è stato plasmato e promosso da Abe stesso». Ai due contendenti va aggiunto anche il nome di Yoshihide Suga, chief cabinet secretary, braccio destro del premier durante i due mandati. Nonostante sia probabile che si assista, nelle prossime settimane, a un tiro alla fune tra i potenziali candidati, non si prevede discontinuità politica rispetto alla leadership di Abe. Secondo Masaki Takesume, fund manager Japanese equities presso Schroders, ci sarà continuità nella politica fiscale e monetaria. «Il cambiamento della leadership politica potrebbe causare un certo nervosismo sui mercati finanziari, soprattutto tra gli investitori stranieri (…). In realtà, dato che il partito dominante rimarrà l’Ldp, ci aspettiamo pochi mutamenti. Per il nuovo leader questa potrebbe essere una buona opportunità per aggiornare il governo e riorientare la risposta alla pandemia. Il prossimo primo ministro potrebbe modificare l’enfasi posta sulle varie riforme strutturali, ma nel complesso ci aspettiamo una continuità nella politica fiscale. Anche la politica monetaria sotto la guida del governatore della Bank of Japan, Haruhiko Kuroda, resterà invariata (…). Nel complesso, riteniamo che le dimissioni di Abe non debbano distrarre gli investitori da altri fattori positivi, come il contenimento del virus in Giappone e i miglioramenti in aree come la corporate governance». Dello stesso parere è Neil Williams, senior economic advisor per la divisione internazionale di Federated Hermes: «Le dimissioni del primo ministro Abe (…) difficilmente disperderanno gli sforzi che il Giappone sta perseguendo nel suo percorso volto a mettersi finalmente alle spalle la fase di deflazione. Anche gli effetti esercitati dalla pandemia forniscono una motivazione in più per prolungare un allentamento della politica monetaria che va avanti ormai da 22 anni, quindi da un periodo molto precedente al mandato record di Abe».
Pinuccia Parini
Dopo una lunga carriera in ambito finanziario sul lato, sia del sell side, sia del buy side, sono approdata a Fondi&Sicav

