L’inflazione, che ha rappresentato il tema centrale del 2021, quasi certamente sarà al centro dell’attenzione generale anche nel 2022. Le politiche delle banche centrali, che risultano abbastanza diversificate, saranno sotto la lente di tutti gli investitori. In questo quadro, l’annata si presenta decisamente complicata per l’obbligazionario, che ha però per il momento dimostrato una grande capacità di resilienza. Più difficile potrebbe essere la situazione per i paesi europei periferici, come l’Italia.
L’azionario, invece, che nel 2021 ha mostrato un livello di utili molto superiore alle già ottime previsioni, se non sarà penalizzato dai colli di bottiglia e dall’aumento dei costi delle materie prime, potrebbe mettere a segno ancora buoni incrementi dei profitti e di conseguenza dei corsi. Ma non mancano, in questo quadro le opportunità interessanti, come spiegano alcuni dei maggiori asset manager del mondo intervistati da Fondi&Sicav
Il 2021 verrà sicuramente ricordato come l’anno dell’inflazione un po’ in tutto il mondo. Dopo un decennio in cui stagnazione e giapponesizzazione sono stati i termini chiave, quanto meno in Europa, si è avuto un ribaltamento piuttosto netto di paradigma.
Tanto per inquadrare la questione, il Cpi statunitense ha registrato a novembre +6,8%, il valore più alto dal 1982. Anche escludendo le componenti più volatili, date da prodotti alimentari ed energetici, ci si è attestati, comunque, su un ragguardevole +4,9%, che costituisce il valore più elevato da metà 1991. Se ci si sposta in altre parti del pianeta, si trovano scenari più o meno simili: anche nella austera e demograficamente anziana Germania, il costo della vita ha messo a segno un notevole +5,2% a novembre, l’incremento maggiore da circa 29 anni.
L’anno passato ha visto un andamento a due facce: i primi mesi dell’anno, infatti, sono stati caratterizzati da grandi speranze di ripresa dei settori più martoriati dalla pandemia, con una particolare enfasi sui comparti più ciclici.
La produzione manifatturiera è stata però gravata negli ultimi mesi da un’acuta scarsità di input, sotto forma di risorse naturali e prodotti intermedi. In pratica il grande dilemma che gli investitori devono affrontare per quanto riguarda i 12 mesi a venire è incentrato sulle cause del rialzo dei prezzi.
Da una parte, infatti, ci si potrebbe trovare di fronte a un semplice disallineamento della domanda e dell’offerta, dovuto alla circostanza che la produzione ha fatto fatica ad adeguarsi a una domanda esplosa all’improvviso dopo oltre un anno di forte compressione; una volta riaggiustato questo squilibrio (e con una base di comparazione più elevata), l’inflazione dovrebbe attenuarsi parecchio. Dall’altra parte, le tensioni geopolitiche, il possibile permanere di una limitata offerta di commodity e, soprattutto, un mercato del lavoro meno docile rispetto al recente passato hanno indotto non pochi a temere un ritorno della stagflazione modello anni ‘70.

