di Pinuccia Parini

Un recente studio realizzato dalla  World Bank mostra che gli impatti sociali ed economici della pandemia saranno significativi, tanto da spingere 71 milioni di persone in condizioni di povertà estrema nel 2020 nello scenario di base e 100 milioni in quello più negativo, con la possibilità che le ripercussioni si rivelino di durata superiore alle attese.  Anche la popolazione con reddito tra 3,20 dollari/ giorno e 5,50/giorno (Ppp 2011) dovrebbe essere colpita in modo significativo, con un aumento del tasso di povertà del 2,3% rispetto a uno scenario no-Covid-19. Una quota consistente dei nuovi poveri estremi sarà concentrata in paesi che stanno già lottando con alti tassi di indigenza e numero di persone in estrema difficoltà. Quasi la metà dei nuovi poveri previsti sarà nell’Asia meridionale e più di un terzo nell’Africa subsahariana.

i TANTI interventi delL’Fmi

Il Pakistan è tra le nazioni che rientrano nello scenario delineato dalla World Bank. Dal 2013, dopo l’intervento del Fondo Monetario Internazionale a sostegno di un’economia in rallentamento, con le riserve valutarie in contrazione e l’aumento del disavanzo fiscale, il Paese aveva fatto segnare una costante ripresa. Nel 2019 la riduzione delle riserve valutarie, con il rischio che il Pakistan non potesse onorare gli impegni presi con i paesi esteri, aveva reso necessario un ulteriore intervento dell’Fmi attraverso un Extended fund facility (Eff) di 39 mesi dell’ammontare di 6 miliardi di dollari, con l’obiettivo di «riportare l’economia pakistana sulla strada di una crescita sostenibile ed equilibrata e di aumentare il reddito pro capite, con un deciso risanamento fiscale per ridurre il debito pubblico, nonostante un ampliamento della spesa sociale». Il 13° intervento dell’istituto internazionale aveva incontrato una forte opposizione nel Paese, con scioperi contro un’azione che alcune organizzazioni hanno visto come «la conquista imperialistica dell’Fmi», soprattutto per le stringenti condizioni imposte. 

La pandemia

Lo scoppio della pandemia ha perciò colpito pesantemente un Paese già in difficoltà e ha quasi bloccato l’attività economica, con la maggior parte della nazione messa in un parziale lockdown e l’interruzione della supply-chain con impatti significativi sul commercio all’ingrosso e al dettaglio, sui trasporti, sullo stoccaggio e sul settore delle comunicazioni. La caduta della domanda interna e globale, come rileva la World bank, ha posto sotto pressione il settore industriale, in particolare nel tessile e abbigliamento, che sono i comparti più importanti per l’economia locale. L’inflazione media è aumentata all’11,8% durante il periodo luglio-marzo Fy20 (6,8% nel luglio-marzo Fy19), riflettendo gli aggiustamenti al rialzo dei prezzi amministrati e il trasferimento del deprezzamento del tasso di cambio. La State Bank of Pakistan (Sbp), che aveva mantenuto una politica monetaria restrittiva per contenere le aspettative inflazionistiche (tasso di sconto fermo al 13,25%), lo scorso marzo ha ridotto il tasso ufficiale all’11,0%. La valuta, stabile nei primi due mesi dell’anno, si è deprezzata del 7,6% da marzo sino alla prima decade di settembre, mentre il deficit fiscale nei primi sei mesi del 2020 si è attestato al 2,3% del Pil rispetto al 2,7% del primo semestre dell’anno fiscale 2019 (n.b.: l’anno fiscale in Pakistan inizia nel mese di luglio), con stime che prevedono un’ulteriore riduzione per una caduta delle importazioni più forte rispetto a quella delle esportazioni. 

Lo scorso aprile il Pakistan ha chiesto un rinvio dei rimborsi di crediti bilaterali di circa 1,8 miliardi di dollari allo scopo di utilizzare l’ammontare per affrontare la crisi del coronavirus. L’Fmi, contestualmente, ha approvato un prestito a tasso zero di 1,4 miliardi di dollari per la stessa finalità. Il quadro generale della nazione rimane compromesso e mostra la debolezza di una classe politica che, escludendo l’attuale pandemia, è costretta a chiedere ripetutamente aiuto all’esterno per affrontare gli squilibri finanziari. Emerge anche l’incapacità di imporre una discontinuità rispetto a un passato dominato dalla presenza dell’esercito nella vita politica, con i costi di mantenimento delle forze armate e della difesa che gravano sulle uscite dello stato. Anche Imran Khan, l’attuale primo ministro eletto nel 2018, promotore di un rinnovamento del Paese e di una rifondazione della politica, ha dovuto subire l’intervento e le ingerenze dell’esercito.

 Si palesa una crisi del debito

Secondo Eurodad, gli indicatori di una grave crisi del debito erano già presenti in Pakistan molto prima che la crisi del Covid-19 lo colpisse. Poiché Islamabad ha preso una posizione esplicita sulla necessità di una riduzione del debito per i paesi più poveri, ha dovuto subire pressioni da parte delle istituzioni finanziarie internazionali e delle agenzie di rating. I problemi del debito del Paese, sostiene sempre Eurodad, sono diventati anche una questione di geopolitica globale. Infatti, da un lato gli Stati Uniti si sono opposti alla richiesta del Pakistan di un completo alleggerimento del debito, mentre chiedono che la Cina annulli i prestiti bilaterali concessi in quanto considerati insostenibili e ingiusti.

Cina e Pakistan

Le questioni geopolitiche hanno sempre interferito con la storia del Pakistan, sin dalla sua nascita. Sicuramente pesa la posizione geografica, dove convergono gli interessi di più nazioni, sia quelle confinanti, sia quelle che hanno interessi economico-politici, in particolare Cina, India e Usa. I legami tra Cina e Pakistan sono stati, negli anni, prevalentemente di natura militare, con la finalità di contenere l’influenza di India e Usa nella regione, e hanno comportato la fornitura di armamenti e nuovi sistemi e lo sviluppo di infrastrutture nucleari e strategiche. Ma tra le due nazioni la cooperazione è molto più ampia: la Repubblica Popolare Cinese è al primo posto per gli investimenti diretti esteri nel Paese. Nel 2015, a rafforzare il legame tra Cina e Pakistan, c’è stato l’accordo per lo sviluppo di un corridoio economico all’interno del progetto conosciuto come Belt and road initiative (Bri), il cui obiettivo è ricostruire i legami via mare e via terra tracciati dall’antica “Via della seta”. Si tratta di un piano di investimenti di 62 miliardi di dollari per la realizzazione di infrastrutture nel settore dei trasporti e dell’energia, a sostegno del tessuto industriale. Questo corridoio economico Cina-Pakistan (Cpec) è di fatto il suggello di un’alleanza strategica di ben più lunga data. Il governo del primo ministro pakistano, Imran Khan, ha cercato di rivedere l’accordo, per spezzare la continuità con il precedente esecutivo che l’aveva firmato, ma le reazioni delle forze militari pakistane e di Pechino sono state molto ferme, con le prime che hanno dichiarato che si faranno garanti della sicurezza del Cpec «a tutti i costi».  Il patto tra i due stati, sin dall’inizio, è stato percepito come una minaccia dagli Stati Uniti che hanno definito gli investimenti cinesi un «prestito predatorio» nei confronti del Pakistan. Gli Usa hanno sostenuto che i termini dell’accordo rischiano di favorire unilateralmente le aziende cinesi, gravando sul Pakistan e sul livello di debito del Paese. Queste critiche, rimarca Madiha Afzal, David M. Rubenstein fellow presso il Foreign Policy Center for 21st Century Security and Intelligence,  sono state respinte con forza da Cina e Pakistan  e hanno sorpreso per i toni usati da quest’ultimo, visto il miglioramento delle relazioni con gli Stati Uniti dal 2018 attraverso il processo di pace afghano e per la dipendenza dal Fondo Monetario Internazionale. Nel paper “At all costs: how Pakistan and China control the narrative on the China-Pakistan economic corridor”, Madiha Afzal spiega come è difficile fare valutazioni attendibili sul Cpec, visto che non ci sono sufficienti informazioni sull’accordo, che risulta di conseguenza poco trasparente. Tuttavia, se si dovesse stilare un bilancio ipotetico, la Cina apparirebbe come il paese che ne trae maggiori vantaggi, soprattutto nella sua competizione strategica con gli Usa e l’India e nell’esercitare pressioni sul Pakistan sui rischi legati al terrorismo, soprattutto nei confronti dei lavoratori cinesi. 

Quali sono invece i vantaggi per il Pakistan? Il Bri venne firmato dai due stati nel 2015, quando pochi erano disposti a investire nel Paese, per anni flagellato dal terrorismo, mentre la Cina aveva bisogno di colmare diverse esigenze in campo energetico e di fare investimenti in un momento in cui erano diminuiti ovunque. Si coniugavano così obiettivi diversi tra due nazioni con dimensioni economiche diametralmente opposte, ma con la volontà comune di contrastare le crescenti relazioni tra Stati Uniti e India.  Ma, a cinque anni dalla firma, sono emerse diverse criticità, che riflettono che complessivamente il Bri non sembra avere sinora raccolto il successo auspicato. A tutto ciò, va aggiunto anche quanto è recentemente emerso da una commissione voluta da Imran Khan per esaminare le cause dell’elevato costo dell’elettricità per i cittadini pakistani, che ha scoperchiato un potenziale caso di corruzione in cui sono coinvolti produttori di elettricità cinesi.

Due aspetti su cui riflettere

Si stima che Islamabad rimborserà 40 miliardi di dollari di debito e dividendi alla Cina nei prossimi due decenni. Sakib Sherani, ex consigliere del ministro delle finanze pakistano, ha dichiarato al Financial Times che l’impegno finanziario per il Cpec «non è ingestibile». Pechino ha smentito la cifra, parlando invece 4,9 miliardi. Lo scorso giugno l’Impero di mezzo ha sospeso il pagamento del debito estero per 77 paesi in via di sviluppo all’interno di un programma a sostegno di quelli più deboli colpiti dalla pandemia, tra cui il Pakistan. Nello stesso mese il governo Khan ha iniziato i negoziati con Pechino per la cancellazione degli interessi sul debito pubblico e commerciale per un valore di oltre 10 miliardi di dollari. Quale sarà l’evoluzione futura è ancora prematuro stabilirlo, ma da questa situazione emergono due aspetti che meritano una riflessione. Il primo riguarda il futuro del Pakistan e come sarà gestita la crisi attuale, con quali ripercussioni, sia per la leadership di governo, sia per gli equilibri internazionali. Il secondo coinvolge, invece, la credibilità della Belt and road initiative e il rischio diplomatico che la Cina corre, nel caso non riuscisse ad aiutare i paesi che partecipano al progetto durante l’attuale crisi economica.


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Pinuccia Parini

Dopo una lunga carriera in ambito finanziario sul lato, sia del sell side, sia del buy side, sono approdata a Fondi&Sicav