Pictet

a cura di Pinuccia Parini

A colloquio con Marco Piersimoni, Co-Head Euro Multi Asset di Pictet Asset Management

Siamo in una guerra commerciale?

«La guerra commerciale è iniziata in maniera fragorosa, ma sembra che il desiderio di andare speditamente verso una tregua sia preponderante. Gli accordi di Ginevra tra Cina e Stati Uniti confermano questo andamento: l’impianto dei dazi comunicato dall’amministrazione Usa il 2 aprile è stato di fatto smantellato. Dal lato Usa, restano in vigore il 10% di reciprocal tariff, livello minimo e applicato a tutti i paesi, e il 20% di tassazione sulle importazioni dalla Cina stabilito come misura punitiva per il mancato controllo del traffico di Fentanyl. Vale comunque la pena di ricordare che siamo in un regime sospensorio: ciò è vero sia per la Cina, sia per gli altri partner commerciali».

Quali sono stati i motivi dietro al repentino cambiamento dei toni?

«Già prima degli accordi di Ginevra erano state identificate alcune categorie di beni escluse dai dazi, pari a circa il 23% dell’export verso gli Usa. Questo era già un dato ragguardevole: si tratta di quei manufatti il cui trasferimento di produzione sarebbe impensabile in un arco di tempo limitato. Il caso di Apple è emblematico, visto che l’80% della sua attività produttiva ha sede in Cina. Probabilmente, la processione dei vari ceo delle multinazionali americane dei settori del retail ha spinto l’amministrazione verso un ammorbidimento ulteriore. Si può dire che l’intransigenza cinese sul fronte delle trattative, confortata dalla strettissima interconnessione tra le filiere produttive delle società americane e il tessuto industriale cinese, abbia centrato l’obiettivo di aprire un tavolo negoziale equilibrato. La pressione dei mercati ha avuto un ruolo tutt’altro che secondario. Ci sono state alcune sessioni in cui le attività finanziarie americane si sono comportate come quelle dei paesi emergenti: dollaro debole, tassi in salita e borsa in discesa. Nel medio lungo termine, Stati Uniti e Cina hanno il comune interesse di ridurre la dipendenza reciproca, ma nel breve non c’è nessuna volontà, soprattutto da parte Usa, di andare verso la pericolosa strada dell’unmanaged decoupling, per citare le parole del segretario del tesoro Bessent».

L’arma dei Treasury americani potrebbe essere sfoderata dai cinesi come strumento negoziale?

«Probabilmente non ce n’è stato bisogno. La Cina ha diminuito in maniera massiccia il possesso di titoli di stato americani all’interno delle sue riserve negli ultimi anni. Lo sganciamento programmato dall’integrazione economica e finanziaria tra le due potenze sta avvenendo, ma c’è bisogno di tempo. Se comunque l’amministrazione Usa lo avesse fatto, in base alle teorie di Stephen Miran, nominato da Trump presidente del Council of economic advisers, non sarebbe stata una decisione così invisa. Secondo questo pensiero, infatti, i dazi e l’abbandono del dollaro forte potrebbero portare a rimodellare il commercio globale e i sistemi finanziari, rendendo anche meno attraenti per gli esteri i titoli di stato statunitensi. Si è anche parlato della possibilità che questi ultimi potrebbero essere poi scambiati con emissioni a zero cedola e scadenza 100 anni. È uno scenario che definirei eversivo per il mercato».

Gli investitori giapponesi, che detengono circa un trilione di dollari di Treasury, potrebbero decidere di diminuire la loro esposizione?

«Per quanto riguarda il Giappone, ci sono due temi da tenere in considerazione: il commercio e la sicurezza. Il Sol Levante, insieme alla Corea del Sud, ha bisogno che gli Stati Uniti continuino a garantire la loro sicurezza militare. Potrebbe essere proprio il Giappone a mettere sul tavolo delle trattative la rivalutazione della propria divisa in modo concordato, magari anche attraverso la vendita dei titoli governativi americani e nuovi accordi commerciali».

Come si declinano, all’interno di questo contesto, le scelte d’investimento?

«La questione di fondo, indipendentemente da quale sarà l’evoluzione della situazione sul fronte della guerra commerciale, è capire quanto sia il danno fatto dal “Liberation day” e dalle contromisure successive: il colpo è stato accusato, sia dalla fiducia dei consumatori, sia da quella delle imprese; ci sono ferite che si dovranno rimarginare. Quindi, per un investitore in euro, ci sono alcuni caposaldi da ricordare. Il primo è non assumere rischio eccessivo nei portafogli e, poi,  costruirli in modo diverso».

Significa avere meno azionario in portafoglio?

«In questo momento, probabilmente, sarebbe opportuno avere una quota inferiore di azioni, ma ciò vuole dire anche considerare attentamente le valutazioni dei titoli in cui si investe. Ci sono alcune azioni cinesi, ad esempio, che meritano di essere considerate, indipendentemente dal livello dei dazi. Il Dragone, di fatto, ha capacità di risposta in materia di politica fiscale, economica, monetaria e di supporto al mercato che è imparagonabile rispetto ad altre aree del mondo. In piccolo, una simile considerazione vale anche per la Germania, che ha dimostrato di avere le risorse per implementare misure di stimolo. Nell’orizzonte di breve termine e dopo il notevole rimbalzo, gli attivi perdenti sono quelli americani ed è per tale ragione che sarebbe opportuno ridurre il peso degli asset Us nel loro complesso.  Anche il dollaro soffre per la crisi di fiducia a causa dei continui cambi di fronte dell’amministrazione e delle varie teorie che, come quella di Miran, se dovessero essere implementate (cosa che non ritengo probabile), avrebbero un impatto decisamente consistente. Il biglietto verde non è così più visto come bene rifugio e, alla stessa stregua, i Treasury. Quindi, il secondo caposaldo è diversificare al di fuori degli Usa».

In ambito azionario, quale stile d’investimento state adottando?

«Prevalgono le logiche difensive, quindi ci concentriamo su titoli che hanno una minore sensitività al ciclo economico e ai dazi, soprattutto appartenenti al settore dei servizi, poiché, per il momento, la guerra commerciale riguarda i beni. All’interno, le aziende più difensive sono quelle di pubblica utilità e le telecomunicazioni».

Quindi perché non investire nel settore dei servizi in Usa?

«Il settore dei servizi americano comprende anche società di fatto tecnologiche. Quindi attenzione, perché se le trattative commerciali con l’Europa dovessero incepparsi e provocare un peggioramento delle relazioni, non è escluso che possano essere applicate tasse alle grandi società del web. Fatta questa osservazione, come portfolio manager non posso ignorare che alcuni di questi titoli americani stanno raggiungendo valutazioni interessanti e nel lungo termine rimango bullish sul corporate America. Credo, infatti, che la capacità di generare stabilmente, utili da parte di queste imprese non sia scalfita».

La difesa è un tema d’investimento?

«Non credo lo sia: è un universo di titoli molto limitato e i criteri Esg potrebbero porre dei vincoli agli investimenti in quest’area».

Ma non ritiene che la realizzazione di un piano di difesa europeo, in senso lato, potrebbe fungere da rilancio per il Vecchio continente?

«Le sperimentazioni tecnologiche in ambito militare sono molto interessanti, perché la difesa è spesso un campo di innovazione. Da questo punto di vista, il piano di difesa potrebbe essere un volano per la tecnologia, le cui applicazioni, come si è visto nel passato, hanno anche un utilizzo nel mondo civile».

Come si costruisce un portafoglio più difensivo?

«E questo è il terzo caposaldo. Per un investitore in euro, può essere fatto con un’esposizione al rischio tasso di qualità in Europa, alias il Bund, ed, eventualmente, attraverso l’oro, anche se ha già raggiunto livelli elevati. Per difendere i portafogli, invece del dollaro, nel nostro caso, abbiamo utilizzato il franco svizzero e lo yen, ipotizzando un possibile rafforzamento della divisa nipponica anche nei confronti dell’euro. I titoli del credito europeo rimangono interessanti, grazie anche all’allargamento degli spread, e i fondamentali delle imprese rimangono solidi per i rating di alta qualità e in ambito finanziario. Il dollaro debole è vento in coda per il reddito fisso emergente, soprattutto in quei paesi dove i tassi d’interesse reali sono elevatissimi, come nel caso del Brasile».

È però difficile investire nel contesto attuale…

«Per questa ragione, il quarto caposaldo da non dimenticare è evitare di rincorrere le notizie. È pericoloso apportare grandi cambiamenti al portafoglio in base al flusso di informazioni giornaliero: bisogna ignorare i movimenti di brevissimo perché portano a compiere degli errori».

leggi il numero 174


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Pinuccia Parini

Dopo una lunga carriera in ambito finanziario sul lato, sia del sell side, sia del buy side, sono approdata a Fondi&Sicav