di Pinuccia Parini
«Ogni anno, a fine maggio e inizio giugno, l’Unesco celebra tre giornate internazionali che rappresentano un’importante occasione per considerare insieme i tre pilastri sistemici del cambiamento climatico: biodiversità, ambiente e oceani. Quest’anno, in un momento in cui il mondo ha lottato con una pandemia senza precedenti per molte settimane, queste tre giornate sono l’occasione per ricordarci ancora una volta che è solo con un approccio trasversale e ambizioso che possiamo costruire un futuro ecologicamente sostenibile». Con queste parole Audrey Azoulay, direttore generale dell’Unesco, ha iniziato il suo messaggio il 22 maggio, giornata internazionale per la diversità biologica.
La pandemia è uno tsunami che ha travolto il tessuto economico e sociale in molti paesi, ma, nella tragedia, sono emersi con maggiore evidenza i problemi cogenti da affrontare perché avvenga quel cambio di paradigma, spesso solo verbalmente evocato, verso un modello di crescita che ripensi in modo innovativo e sostenibile il futuro. La sensibilità su questi argomenti è andata aumentando negli anni, ma questa volta l’agire diventa una necessità per superare una crisi epocale, che auspicabilmente sfoci in una ricostruzione 4.0 che, per quanto non possa essere paragonata a un piano Marshall, perché diverso è il contesto storico, serva per un rilancio economico che tenga conto degli impatti ambientali e delle diseguaglianze esistenti.
COSA SIGNIFICA SOSTENIBILITÀ
Ma che cosa significa sostenibilità? Carlo Petrini, gastronomo, sociologo, scrittore e attivista italiano e fondatore dell’associazione Slow Food lo ricorda frequentemente nelle sue interviste, così come lo fece al Salone del risparmio nel 2013, di fronte a una platea di investitori e professionisti dell’asset management, per spiegarlo a una scolaresca presente con lui sul palco. Petrini fa risalire il termine sostenibilità dal francese “sustain”, parola che indica il pedale del pianoforte che serve ad allungare la nota e, quindi, indica durabilità. Sostenibilità è quindi durabilità. Essa è stata un tratto che ha caratterizzato molti cicli storici attraverso la creazione di nuove forme di vivere, che si sono evolute negli anni, con la finalità di creare un contesto più consono alle esigenze dell’uomo.
Bisogna attendere, però, la nascita dei movimenti ambientalisti che, dalla seconda metà del XX secolo, iniziarono a guardare con occhio critico gli squilibri che la crescita economica stava generando, soprattutto nell’utilizzo dei combustibili fossili. La Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente umano del 1972 fu la prima importante uscita pubblica che iniziò a focalizzarsi su questo tema, dando vita a una cooperazione internazionale in materia di politiche e strategie per lo sviluppo ambientale.
GLI INVESTIMENTI SOSTENIBILI
È invece nel 1987 che, all’interno del rapporto Brundtland, venne definito per la prima volta il concetto di sviluppo sostenibile come «uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri». Da allora in poi, con diversi livelli di consapevolezza e con risposte politiche spesso altalenanti, se non assenti, è aumentata la sensibilità degli individui nei confronti dei temi ambientali e delle diseguaglianze sociali, accompagnate da disparità di genere, così come è cresciuta la richiesta di un’assunzione di responsabilità di tutti i soggetti nell’assumere le decisioni. Se con sostenibilità si indica durabilità, non si può prescindere allora dalla responsabilità che si assume quando si operano le scelte. Dal primo fondo etico nato nel 1928 negli Usa, il Pioneer Fund, si arriva ai giorni nostri con un’evoluzione più attenta e articolata dei principi di sostenibilità e un sempre maggiore interesse verso questa tipologia di investimento, che ha radici ancora più lontane negli anni. Dai codici etici e dai credo religiosi agli albori degli investimenti sostenibili, dove il principio di esclusione determinava la scelta di non investire in aziende che non rispettavano i parametri di riferimento, si è passati all’attivismo degli anni ‘70, quando gli azionisti chiedevano conto alle società del loro coinvolgimento nella produzione di armi chimiche usate nella guerra del Vietnam. Nel mondo finanziario, i movimenti contro la segregazione razziale in Sud Africa si sono tradotti in pressioni a disinvestire nel paese (vedi Comprehensive anti-apartheid act negli Usa).
Nella seconda metà degli anni ’80 i temi ambientali sono diventati argomento di riflessione sull’utilizzo dell’energia fossile e sui suoi effetti legati al surriscaldamento del pianeta, tanto da creare un consenso trasversale tra investitori, gruppi di opinione, politici e imprenditori per promuovere una transizione a una società con minori emissioni di ossido di carbonio. Il consenso su questi temi è andato crescendo anche a causa di alcuni gravi incidenti che hanno provocato veri e propri disastri ambientali: da quello avvenuto a Bohpal in India nella fabbrica di pesticidi di Union Carbide a quello accaduto nello stretto di Prince William con il versamento in mare di 40,9 milioni di litri di petrolio della superpetroliera Exxon Valdez. In questo periodo sono, sia i principi di esclusione, sia quelli di inclusione che guidano le scelte degli investimenti sostenibili. Nel 1997 nasce Global reporting initiative (Gri) con la finalità di definire standard globali per il reporting di sostenibilità, perché «la pratica di divulgare informazioni sulla sostenibilità ispira la responsabilità, aiuta a identificare e gestire i rischi e consente alle organizzazioni di cogliere nuove opportunità»(rif.https://www.globalreporting.org). Sarà il protocollo di Kyoto del 1997, entrato in vigore nel 2005, che segnerà il primo atto in cui le nazioni raggiungono un accordo internazionale per contrastare il riscaldamento climatico, riconoscendone più o meno esplicitamente una responsabilità antropica. Nel 2015 viene firmato il Paris climate change agreement, in base al quale le nazioni decidono di contrastare il cambiamento climatico attuando politiche e azioni di investimento, con l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura media globale «ben al di sotto di 2°C». È a cavallo di questi anni che emerge gradualmente, all’interno della comunità finanziaria, la scelta di utilizzare l’integrazione dei fattori ambientali, sociali e di governance per definire un processo di investimenti responsabili nel declinare le scelte di portafoglio che hanno come riferimento i sei principi promossi dalle Nazioni Unite nel 2006, noti come Pri (Principles for responsible investment).
Nello sforzo di definire che cosa sia da considerare sostenibile, nel 2011 nasce il Sustainability accounting standards board per formulare gli standard attraverso i quali un’azienda rendiconta le metriche Esg. In base ai dati pubblicati da Pri per il secondo trimestre del 2020, si rileva che negli ultimi 12 mesi si sono registrati 665 nuovi firmatari, di cui oltre 250 nel trimestre precedente, superando 3 mila adesioni a livello globale, che rappresentano oltre 89 trilioni di dollari di masse in gestione. Il dato «è la più alta crescita annuale di firmatari del Pri in 10 anni» (https://www.unpri.org/signatories/quarterly-signatory-update).
LE DIMENSIONI
Secondo Global sustainable investment alliance (Gsia), organizzazione che riunisce associazioni e forum di tutto il mondo specializzati in finanza sostenibile, gli investimenti Sri, a livello globale, hanno toccato 30,7 trilioni di dollari: una crescita del 34% rispetto al 2016, quando la masse in gestione ammontavano a 22,9 trilioni di dollari. L’investimento responsabile ora comanda una quota considerevole di attività gestite professionalmente in ogni regione, spaziando dal 18% in Giappone al 63 % in Australia e Nuova Zelanda. Dal 2016 al 2018, la regione in più rapida crescita è stata il Giappone, seguito da Australia/Nuova Zelanda e Canada. Queste erano anche le tre regioni a più rapida crescita nel precedente biennio. Le tre aree più grandi, in base al valore delle loro attività di investimento sostenibili, erano l’Europa, gli Stati Uniti e il Giappone. Il Vecchio continente è ancora al primo posto nel mondo con 14 trilioni di dollari in asset socialmente responsabili, seguito da Stati Uniti (12 trilioni), Giappone (2,18), Canada (1,69) e Australia/Nuova Zelanda (734 miliardi).
LA NORMATIVA
La nuova strategia sulla finanza sostenibile, adottata dalla Commissione europea, fa riferimento a quattro pilastri: il sistema di classificazione delle attività economicamente sostenibili (per esempio, la tassonomia), lo standard per i green bond Ue, la revisione della direttiva sulla rendicontazione non-finanziaria e il bollino per prodotti di investimento retail. La tassonomia riguarderà in particolare i sette macro-settori che contribuiscono maggiormente alle emissioni di CO2: agricoltura, pesca-silvicoltura, manifatturiero, elettricità, gas, riscaldamento, logistica e trasporti, costruzioni e immobiliare. «La tassonomia dell’Ue stabilirà se un’attività economica sia ecosostenibile(…). La Commissione europea annuncia di volersi impegnare in particolare per: includere, da quest’anno, la sostenibilità ambientale come parte integrante delle relazioni per paese nell’ambito del semestre europeo; aiutare gli stati membri a individuare il loro fabbisogno di investimenti sostenibili e le possibilità di finanziamento per ciascuno di essi dal 2020 in poi; collaborare con gli stati membri per individuare ed effettuare un’analisi comparativa delle pratiche di bilancio verdi; proporre ulteriori norme e orientamenti per gli appalti pubblici verdi; fornire orientamenti sull’applicazione del principio dell’efficienza energetica al primo posto nell’ambito delle decisioni di investimento»(rif.: documenti.camera.it).
IL PERIMETRO DI INVESTIMENTO
La crescita degli investimenti sostenibili e responsabili ha conosciuto un’accelerazione negli ultimi anni, ma il perimetro di definizione è ampio. Proprio per questo motivo è sempre più pressante la necessità di identificare gli elementi caratterizzanti, per rendere più trasparenti i criteri di investimento utilizzati e permettere quindi un raffronto omogeneo tra le diverse tipologie di prodotto. «Nel 2013, un gruppo di lavoro del Forum per la finanza sostenibile ha individuato la propria definizione, in cui si evidenzia che l’investimento sostenibile mira a creare valore per l’investitore e per la società nel suo complesso attraverso una strategia di investimento orientata al medio-lungo periodo che, nella valutazione di imprese e istituzioni, integra l’analisi finanziaria con quella ambientale, sociale e di buon governo». (rif. “L’Unione Europea e la finanza sostenibile – Impatti e prospettive per il mercato italiano”). Le strategie di investimento più utilizzate si basano sui seguenti elementi di selezione: negativa/esclusione, positiva/best in class, standard convenzioni internazionali, investimenti tematici, engagement e impact investing.
Pinuccia Parini
Dopo una lunga carriera in ambito finanziario sul lato, sia del sell side, sia del buy side, sono approdata a Fondi&Sicav

