Il commento a cura della Strategy Unit di Pictet Asset Management

Le ragioni per cui le obbligazioni si stanno muovendo in parallelo con le azioni sono chiare. Una crisi energetica provocata da un conflitto militare porta in primo piano la minaccia di stagflazione: un esito negativo sia per il reddito fisso sia per l’azionario. La minaccia inflazionistica ha portato i mercati obbligazionari a scontare aumenti dei tassi di interesse. Mentre solo poche settimane fa scontavano un taglio. Secondo le nostre stime, una stabilizzazione del prezzo del petrolio ai livelli attuali comporterebbe un aumento medio dell’inflazione dello 0,5% e una riduzione della crescita globale dello 0,5%.
Tuttavia, la difficoltà per gli investitori risiede proprio nell’utilizzare queste stime come guida per l’allocazione tattica. Il prezzo del greggio e, per estensione, le aspettative sull’inflazione e sulla crescita potrebbero spostarsi notevolmente al di sopra o al di sotto di questi livelli: tutto dipende dalla rapidità con cui terminerà il conflitto in Medio Oriente.
Poiché non siamo in grado di prevedere con certezza gli sviluppi di questa guerra, riteniamo prudente riportare le nostre allocazioni obbligazionarie alla ponderazione di riferimento. Di conseguenza, abbiamo portato da sottopeso a neutrale la nostra posizione sui Treasury USA, riflettendo, da un lato, il fatto che i rendimenti sono già saliti e, dall’altro, che la Fed ha un duplice mandato, il che a nostro avviso limita la possibilità di ulteriori sell-off di obbligazioni statunitensi.
Abbiamo inoltre ridotto da sovrappeso a neutrale la nostra allocazione al debito sovrano e societario in valuta locale dei mercati emergenti.
Ciò non significa che non disponiamo di posizioni difensive. Abbiamo portato a sovrappeso la nostra esposizione allo yen giapponese e mantenuto un’allocazione superiore al benchmark nel franco svizzero, poiché riteniamo abbiano margine di apprezzamento se il conflitto dovesse continuare.
Panoramica dei mercati globali: in rosso mentre infuria la guerra

I mercati globali hanno chiuso marzo in rosso. Con l’attacco all’Iran del 28 febbraio da parte di Stati Uniti e Israele, la guerra è divampata in Medio Oriente, minacciando l’intero approvvigionamento globale, dal petrolio al cibo, e sollevando i timori di una stagflazione in tutto il mondo. I prezzi delle principali asset class hanno subito forti oscillazioni mentre gli investitori esaminavano ogni azione militare e ogni dichiarazione politica alla ricerca di indizi sull’eventuale durata del conflitto. Reddito fisso, azioni e metalli preziosi hanno chiuso il mese con perdite sostanziali, lasciando agli investitori poche possibilità di riparo.
La chiusura dello Stretto di Hormuz, dal quale passa circa il 20% dell’approvvigionamento mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto (GNL), ha messo in agitazione governi, aziende e famiglie per l’eventuale carenza di combustibile. Di conseguenza, l’energia è stato l’unico settore azionario non in rosso, con guadagni di circa l’8%. Per contro, materiali ed estrazione mineraria sono scesi rispettivamente del 15% e del 20% a causa delle preoccupazioni degli investitori per l’impatto della guerra sull’economia globale.
Il petrolio ha subito forti rincari, superando i 100 dollari al barile per la prima volta dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Complessivamente, ha guadagnato circa il 36% su base mensile, ma con un livello di volatilità alquanto insolito: in un terzo dei giorni di negoziazione sono stati registrati movimenti del 6% o superiori sia in positivo che in negativo.
Nel complesso, le azioni globali sono scese del 6% in valuta locale, con perdite in tutti i principali Paesi e regioni. Il reddito obbligazionario globale ha perso complessivamente il 2%. Nell’ambito del reddito fisso, si sono evidenziati segnali di rotazione dal credito high yield ai titoli di Stato. I mercati emergenti sono stati colpiti in maniera relativamente dura, danneggiati dai timori per il commercio globale e dall’indebolimento delle valute.
Neanche i beni rifugio tradizionali hanno offerto un po’ di sollievo. I Treasury USA hanno perso il 2% a causa delle preoccupazioni sull’impatto inflazionistico della guerra e sul suo costo. Le aspettative del mercato sui tassi statunitensi sono cambiate drasticamente. Poco prima della guerra, le attese erano per uno o due tagli ulteriori della Fed nel 2026; ora si preparano all’eventualità di un rialzo.
A sua volta, l’aumento dei rendimenti reali ha appannato l’attrattiva degli asset reali. L’oro, beneficiario di forti guadagni dall’inizio del 2025, è sceso di circa il 16% sommerso dalle prese di profitto. I dati sui flussi e sul sentiment suggeriscono che gli investitori si sono rivolti invece alla liquidità.
Al contrario, il dollaro ha beneficiato dell’indebolimento dei Treasury e delle mutevoli aspettative sui tassi statunitensi, guadagnando l’1,4% rispetto a un paniere di valute principali e avvicinandosi ai massimi dell’ultimo anno.
In questo contesto, la gestione del rischio torna al centro delle decisioni di investimento, con un approccio sempre più orientato alla protezione piuttosto che alla ricerca di rendimento. La combinazione di shock energetico, pressioni inflazionistiche e incertezza geopolitica riduce la prevedibilità dei mercati e rende meno efficaci le tradizionali leve di diversificazione. Di conseguenza, mantenere un posizionamento neutrale sulle principali asset class, rafforzando al contempo l’esposizione a valute difensive e strumenti più resilienti, rappresenta una strategia coerente in una fase in cui la priorità è preservare il capitale in attesa di maggiore visibilità sul quadro macroeconomico.
Redazione
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