Le conseguenze immediate tutto sommato appaiono abbastanza semplici da prevedere: a meno di sorprese clamorose, nel primo e nel secondo trimestre dell’anno la maggior parte delle economie mondiali andrà incontro a una contrazione, le cui proporzioni potrebbero essere definite come inaudite nel mondo moderno. Ad esempio, Jp Morgan stima, per quanto riguarda gli Stati Uniti, un calo del Pil del 14% nel secondo quarto dell’anno. La produzione industriale è ovviamente destinata a subire colpi tremendi, come ricorda Colin Moore, global chief investment officer di Columbia Threadneedle Investments: «L’immagine forse più eloquente è stata rilevata dalla Nasa e dai satelliti di monitoraggio dell’inquinamento dell’Agenzia spaziale europea (Esa), che hanno registrato un calo significativo della quantità di biossido di azoto (NO2) sopra la Cina. Ciò implica una marcata riduzione della produzione di energia elettrica, dell’attività industriale e delle emissioni di autoveicoli, che costituiscono un utile indicatore di una parte importante dell’attività economica». Con ogni probabilità questo è il futuro, se non già la realtà, che attende l’Europa e gli Stati Uniti. In particolare a rischiare molto sono le piccole e medie aziende, già di loro spesso con mediocri margini, per non parlare dei consumi delle famiglie, che hanno costituito l’architrave della tenuta economica nell’ultimo lustro un po’ dappertutto. 

STIMOLO ANCHE FISCALE

Un parere sicuramente interessante arriva dal team di ricerca BlackRock, che individua nella necessità di uno stimolo non solo monetario, ma anche fiscale, la prima linea di intervento per evitare di sprofondare in una contrazione economica brutale dei consumi: «Non riteniamo che questo sia un evento in grado di chiudere il ciclo di espansione, a patto però di un responso coordinato e preventivo a livello di varie politiche. Siamo convinti che vi siano segnali incoraggianti in questa direzione, che richiederà lo sforzo congiunto della politica monetaria e fiscale. Infatti i punti di vulnerabilità chiave devono essere ancora affrontati, in particolare i problemi di liquidità delle aziende, soprattutto quelle di dimensione medio piccola, e delle famiglie». E nel  contesto attuale appare urgente intervenire immediatamente sul lato della domanda. Per questa ragione non sorprende che l’annuncio del presidente Trump di volere mandare 1.000 dollari a ogni americano sia stato accolto con un certo favore. 

Anche Jacques-Aurélien Marcireau, co-head of equities di Edmond de Rothschild Asset Management, evidenzia come le piccole e medie imprese siano particolarmente vulnerabili: «La Cina può essere l’epicentro del virus, ma il numero dei paesi interessati aumenta giorno dopo giorno. Le città e persino le regioni vengono messe in quarantena nel tentativo di limitare la diffusione della malattia. Il conseguente rallentamento e a volte la paralisi in un periodo di tempo relativamente breve possono mettere le aziende sotto forte pressione. Il settore dei servizi potrebbe non necessariamente recuperare i mancati guadagni non appena la crisi sia terminata. Ed è altamente improbabile che le persone in Italia e in Cina si affrettino a tornare nei ristoranti una volta finito il periodo di quarantena. La situazione economica dei piccoli produttori potrebbe essere colpita dalle disposizioni in termini di capitale circolante. Le consegne di componenti dalla Cina sono state interrotte, lasciando le aziende in condizione di non fare arrivare le merci ai clienti, anche se le società dovranno continuare a pagare gli stipendi e a rimborsare i prestiti. Proprio come la singola farfalla che sbatte le ali e alla fine scatena un uragano in altre parti del mondo, una quota di valore aggiunto all’interno delle imprese europee dipende dai fornitori e dai clienti cinesi nelle zone in cui l’attività è rallentata in modo significativo». 

IL RUOLO CHIAVE DEGLI USA

In questo contesto, e qui arriviamo alla seconda parte del quesito già introdotto da Marcireau, un ruolo chiave lo avranno gli Stati Uniti.  La Cina oggi si trova forse in condizioni di pensare a come stimolare la propria economia, mentre l’Europa è nell’occhio del ciclone. L’America, mentre scriviamo, si trova in una posizione intermedia, con però lo stato di New York e la California già in quarantena. 

Per capire la posta in gioco, vale la pena ascoltare Frederick G. Fromm, vice president, portfolio manager and senior security analyst di Franklin Equity Group: «Grande attenzione dovrà essere dedicata anche alla situazione americana. I dati attuali sull’epidemia di Covid-19 negli Stati Uniti sono indubbiamente di gran lunga sottostimati rispetto alla realtà e un loro aggiornamento provocherebbe sicuramente nuovi timori. Infine, sulla scia del precedente italiano, esiste il rischio non trascurabile che le misure di contenimento si moltiplichino nelle economie occidentali. Ciò vale anche per gli Usa, dove un blocco delle attività potrebbe aggiungere altra pressione su settori già indeboliti dal crollo del petrolio, provocando un potenziale effetto valanga». 

Gli States hanno sperimentato negli ultimi anni senz’altro il più robusto combinato di solidità dei consumi e forza degli asset finanziari, con probabilmente vere e proprie bolle in varie parti del sistema, a causa anche di un forte uso della leva aziendale. In questo ambito il fortemente indebitato settore energetico Usa rappresenta un esempio per certi versi paradigmatico di una nicchia finanziaria su cui si stanno riversando tutte le tensioni attuali. Se i problemi si espandessero e gli asset rischiosi americani entrassero in un bear market ben più brutale di quello visto finora, mentre si fermano le attività produttive e il resto del mondo è ancora fragile, allora davvero sarebbero guai. Si può infatti immaginare che l’Europa, con le competenze e le infrastrutture sanitarie che possiede, prima o poi riuscirà a stabilizzare l’emergenza sanitaria. Se ad attenderla trovasse una Cina in via di ricostruzione e un’America appena sfiorata dalla catastrofe allora probabilmente sarebbe lecito pensare a una ripresa relativamente rapida. Se però lo scenario fosse composto da Stati Uniti paralizzati e da una Cina smarrita nel tentativo di ricostruire la domanda per la propria possente industria, allora probabilmente si arriverebbe a una situazione da fare sembrare il 2008-2009 una passeggiata. 

UNA CRISI SIMULTANEA

Appaiono dunque alquanto valide le parole di Alessandro Tentori, cio di Axa Investment Managers Italia, nel commentare quella che è forse la prima crisi completamente simultanea a livello globale: «Il secondo tema da valutare è che una pandemia affligge per definizione “tutti i popoli”. Sia nel 2001, sia nel 2008, ci siamo confrontati con recessioni che erano inizialmente localizzate ad alcuni settori oppure regioni (bolla dot.com, bolla subprime, ecc.). Anche se poi si sono sviluppati in eventi recessivi globali, erano comunque molto identificabili nella loro origine. Oggi, siamo di fronte a uno shock da domanda su vastissima scala: praticamente tutti i settori e tutte le regioni del globo ne sono interessati. Senza contare che la leva finanziaria sconsiderata, tollerata in larga parte da banchieri centrali miopi, avrà un ulteriore effetto negativo sugli aggregati macroeconomici e sui mercati».  Appare quasi pleonastico, dunque, sottolineare che per una crisi nuova serviranno risposte completamente nuove.


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Redazione

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