La chief economist dell’Fmi, Gita Gopinath, ha dichiarato che la pandemia scatenerà la peggiore recessione dalla Grande depressione. Condivide questa affermazione?
«Sicuramente la pandemia di coronavirus sta avendo un forte impatto sull’economia mondiale e ciò che ha impedito il verificarsi di una recessione paragonabile a quella degli anni ‘30 è stato il sostegno fiscale e monetario proveniente dai governi e dalle banche centrali. Il numero di disoccupati negli Stati Uniti è già salito a oltre 30 milioni. La Banca d’Inghilterra ha affermato che quest’anno il Pil della Gran Bretagna registrerà il maggiore calo dal 1706. Si capisce, dunque, perché le autorità hanno deciso di ricorrere a misure straordinarie, rispolverando il “whatever it takes” di Draghi, e sono disponibili a fornire ulteriori stimoli se necessario; ciononostante, i danni economici dovuti alla pandemia sono evidenti».
Ci sarà un’accelerazione della de-globalizzazione? Lo scontro tra Usa e Cina potrà scatenare un’altra guerra commerciale o peggio?
«Date le restrizioni sulla circolazione ora in atto, è molto probabile che il tema della de-globalizzazione si ripresenti. Ancora una volta assistiamo a scontri tra Cina e Stati Uniti sui loro accordi commerciali e c’è stata una spinta da parte degli Usa per riportare in patria la produzione. Ci attendiamo che queste posizioni si accentueranno con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali e che le industrie farmaceutiche americane saranno sottoposte a maggiori pressioni affinché riportino le produzioni delocalizzate all’estero sul suolo statunitense. Dovremo attendere per sapere chi vincerà le elezioni presidenziali Usa e quanto spazio sarà riservato a una politica protezionistica ma, come abbiamo già osservato l’anno scorso, anche con Trump è possibile raggiungere dei compromessi».
Se i tassi rimarranno vicini o sotto lo zero, quale sarà l’impatto sull’attività economica?
«Riteniamo auspicabile che i tassi di interesse rimangano bassi per il prossimo futuro e che possano addirittura diventare negativi se la pandemia dovesse continuare. Ciò è necessario per permettere alle imprese e ai governi di finanziarsi a bassi tassi di interesse, allo scopo di stimolare l’economia. È quindi opportuno che si faccia buon uso di questi finanziamenti agevolati. Gran parte del debito a basso tasso di interesse, disponibile dopo la crisi finanziaria globale, è stato utilizzato per risollevare il sistema bancario cui, all’epoca, non è stato associato un vero e proprio piano per sostenere l’economia. Il piano Marshall fu ideato dopo la fine della seconda guerra mondiale allo scopo di ricostruire l’Europa e sarà necessario ricorrere a iniziative simili per il post-pandemia. Ciò potrebbe assumere la forma di ingenti investimenti nel campo dell’assistenza sanitaria, come la costruzione di nuovi ospedali, e nella ricerca e sviluppo di nuovi farmaci e vaccini. Molte paesi sviluppati necessitano di nuove infrastrutture, in particolare gli Usa e gran parte dell’Europa meridionale. I governi hanno il dovere di non trascurare le debolezze emerse da questa crisi».
C’è il pericolo di un ritorno dell’inflazione?
«È improbabile che osserveremo livelli di inflazione elevata per un periodo prolungato, come è invece accaduto negli anni ‘70. Alcuni economisti ritengono che alla pandemia seguirà un periodo di maggiore inflazione, legato al ritorno delle economie ai livelli pre-pandemici. Certamente alcuni paesi registreranno un aumento del costo della vita più pronunciato in concomitanza con la ripresa economica, ma ciò potrà verificarsi solo in seguito a un periodo di disinflazione.Tuttavia, affinché l’inflazione si trasformi in un problema più duraturo, dovremmo prima osservare una crescita significativa degli stipendi,e ciò appare improbabile, dato il numero di posti di lavoro persi. Molte aziende stanno vivendo momenti di difficoltà e non tutti i posti di lavoro verranno reintegrati. L’inflazione è il metodo più semplice nelle mani dei governi per riassorbire l’emissione di debito. Ma da decenni le banche centrali di tutto il mondo cercano di stimolare l’inflazione, incontrando numerose difficoltà, in particolare dopo la crisi finanziaria. Non prevediamo che ciò cambierà».
La pandemia vi ha costretto a cambiare la vostra allocation?
«A gennaio abbiamo deciso di ridurre l’esposizione agli strumenti più rischiosi nei nostri prodotti. Questo è stato il cambiamento più rilevante. Di conseguenza, abbiamo abbassato il peso delle azioni e delle obbligazioni high yield, due delle classi di attivo più colpite durante la recente correzione. Questa decisione è stata presa in seguito all’aumento dei timori sulla diffusione del coronavirus e sui possibili effetti sui mercati; inoltre abbiamo ritenuto che le classi di attivo più rischiose, e in particolare le azioni, avessero comunque raggiunto valutazioni troppo elevate, prossime ai massimi storici. Questa decisione ha particolarmente premiato in occasione delle fasi più critiche della recente correzione».
I dati delle aziende continuano a sorprendere al ribasso. Quale tipo di ripresa degli utili vi attendete?
«Prevediamo di osservare un calo degli utili di circa il 30% per quest’anno, cui seguirà una ripresa nel 2021. Questo scenario non prevede però eventuali nuovi lockdown nei prossimi mesi. Nel 2021 potremmo assistere a un rimbalzo degli utili fino al 20%».
Pensate che il grande divario in termini di performance tra i titoli proseguirà? Il mondo digitale continuerà a sovraperformare?
«È difficile fare previsioni sull’andamento dell’S&P500. Il mercato Usa detiene la quota più alta di titoli tecnologici, il settore che è risultato più resiliente durante la recente correzione, specialmente per via del distanziamento sociale e del numero di persone costrette a lavorare da casa. Inoltre, la Fed e il governo degli Stati Uniti hanno stanziato maggiori misure di supporto all’economia rispetto all’Europa e, di conseguenza, negli Usa il rischio che un’azienda solida fallisca risulta inferiore. In genere il mercato riconosce un prezzo più elevato alle imprese leader e ai settori che mostrano utili più stabili durante le fasi di contrazione economica. Ciò è quanto sta avvenendo anche oggi e, quindi, prevediamo che il segmento che realizzerà i migliori utili sarà quello tecnologico, così come le società più difensive del settore sanitario, le utility e i beni di prima necessità, considerando anche l’aumento dei consumi digitali. Prevediamo che alcuni cambiamenti e trend di mercato accelerati dal coronavirus dureranno nel tempo, perciò dobbiamo tenerne conto per i nostri investitori. La pandemia non ha fatto altro che accelerare alcuni trend strutturali già osservati negli ultimi anni; tra i principali possiamo citare l’aumento degli acquisti online a discapito dei canali di vendita tradizionali, la necessità di un incremento degli investimenti per il settore sanitario e i bassi tassi di interesse per gli investitori».
Ritenete che il value continuerà sottoperformare rispetto al growth?
«Pensiamo che ci vorrà tempo prima che lo stile value riesca a registrare performance superiori al growth. Non appena la pandemia terminerà, grazie alla solidità e ai risultati delle società, ci aspettiamo che i titoli value possano ottenere performance migliori. Ciò si è verificato anche in seguito alla crisi finanziaria globale, ma negli ultimi 10 anni con l’economia mondiale in grande crescita, il value ha inevitabilmente sofferto rispetto al growth. La grande sfida del value è l’attuale livello di bassi tassi. In questo contesto un settore value come quello dei servizi finanziari risulta particolarmente sotto pressione. Detto ciò, crediamo fermamente nel valore della diversificazione per l’investitore finale, anche se per il prossimo futuro è possibile che titoli growth e quality attraggano i maggiori flussi e l’attenzione del mercato».
Pinuccia Parini
Dopo una lunga carriera in ambito finanziario sul lato, sia del sell side, sia del buy side, sono approdata a Fondi&Sicav

