a cura di Mark William Lowe

Ai leader africani vengono spesso dati soprannomi che riflettono i rispettivi caratteri: l’uomo forte dello Zimbabwe, Emmerson Mnangagwa, è noto come “il coccodrillo”,  mentre il leader dell’Angola, Joao Lourenco, è chiamato “terminator”. Il presidente della Tanzania, John Magufuli, si era  guadagnato il soprannome di “bulldozer” quando ottenne la carica di ministro dei lavori pubblici: in quell’occasione la sua azione fu da traino per il piano che prevedeva la costruzione di strade e il miglioramento delle infrastrutture. Durante la sua prima campagna elettorale presidenziale, nel 2015, Magufuli aveva promesso di eliminare la corruzione e reprimere lo spreco di denaro pubblico, due promesse che ha cercato subito di onorare.

Nel giorno del suo insediamento,  il “bulldozer” arrivò senza preavviso al Ministero delle finanze per ispezionare gli uffici e verificare di persona quanti dipendenti si fossero effettivamente presentati al lavoro. Questo fu il modo di Magufuli di fare sapere che era finito un modo di governare a lungo caratterizzato da lassismo e che ci sarebbe stato un cambiamento radicale. Magufuli ha poi annullato le celebrazioni del giorno dell’indipendenza, rinominandolo “il giorno della pulizia nazionale”, dando egli stesso, in prima persona, l’esempio: si fece fotografare mentre raccoglieva rifiuti fuori dalla State house nella città principale, Dar es Salaam, un gesto che aveva destato ammirazione, ma era stato giudicato anche ridicolo. Contestualmente, i fondi originariamente assegnati alle celebrazioni vennero indirizzati a combattere gli sprechi. Il presidente eliminò oltre 10 mila cosiddetti “lavoratori fantasma” dal settore pubblico e iniziò la sua lotta contro la corruzione a tempo pieno, concentrandosi anche sull’insufficienza delle prestazioni offerte dai funzionari pubblici, che licenziò in numero consistente; alcuni furono addirittura severamente rimproverati nel corso di diverse dirette televisive. 

Il “bulldozer” era al potere e le promesse fatte durante la sua campagna elettorale venivano mantenute. Dopo meno di un anno dal suo insediamento, un sondaggio condotto da Twaweza, (organizzazione della società civile presente in Tanzania, Kenia e Uganda) rilevava che, sorprendentemente, il 96% dei tanzaniani approvava l’operato del presidente. Ciò che rendeva i risultati del sondaggio ancora più sbalorditivi era il fatto che, fino ad allora, la libertà di espressione era stata sempre molto tutelata in Tanzania. 

Un’eccezione nella regione

Quando è salito al potere, nel novembre 2015, John Magufuli era l’espressione della continuità, visto che il suo partito, il Chama Cha Mapinduzi (Ccm), era al potere ininterrottamente dall’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1964.  In termini di stabilità politica, la Tanzania è stata a lungo un’eccezione regionale. I leader del paese, a differenza dei loro omologhi in Uganda, Ruanda e Burundi, hanno rispettato i limiti del mandato e tollerato un’opposizione vivace e attiva. La stabilità sociale è un altro fattore distintivo: il paese non ha mai conosciuto grandi conflitti civili. Ciò, in parte, può essere attribuito al primo presidente della Tanzania, Julius Nyerere, che aveva creato un forte senso di identità nazionale e quindi eliminato molte divisioni etniche che affliggevano diversi paesi della regione. Tuttavia, nonostante i numerosi successi nel reprimere la corruzione, eliminare gli sprechi e controllare la spesa pubblica, l’attuale presidente è stato criticato per avere limitato la libertà dei media e interferito nella campagna elettorale dell’opposizione. 

I tanzaniani dovrebbero tornare alle urne il 25 ottobre e molti osservatori e politici locali si sono lamentati del fatto che le prossime elezioni presidenziali non saranno condotte in modo equo: alcuni dichiarano apertamente che la Tanzania rischia di diventare uno stato guidato da un partito unico. Anche le diplomazie e gli inviati stranieri internazionali hanno manifestato simili dubbi.  Diversi analisti hanno espresso preoccupazione per la direzione autoritaria dell’attuale leadership e per il contesto legale in cui devono operare i partiti di opposizione. Una serie di modifiche legislative ha infatti limitato la loro capacità di mobilitare gli elettori e ad alcune organizzazioni della società civile è stato impedito di monitorare le votazioni. Con un po’ di riluttanza il governo ha accettato di consentire a 15 paesi con ambasciate in Tanzania di inviare osservatori internazionali. La decisione è stata annunciata all’inizio di settembre dal ministro degli esteri, Palamagamba Kabudi, durante i colloqui con il capo della delegazione dell’Unione Europea in Tanzania, senza però fornire dettagli sugli stati coinvolti

Una stabile instabilità

Mentre gli sforzi del presidente per mantenere la stabilità politica sono stati apprezzati dalle nazioni vicine, gli investitori esteri si sono allarmati per alcune decisioni. La stabilità politica è generalmente considerata un fattore positivo per gli investimenti, tuttavia, nel 2017 l’industria mineraria del paese è stata scioccata quando Magufuli ha accusato la società Acacia di evasione fiscale e comminato una multa di ben190 miliardi di dollari. Chiaramente non si trattava più di una questione di ordinaria amministrazione. In aggiunta all’azione fiscale, il presidente aveva chiesto che fosse assegnata allo stato una quota del 60% in tre miniere d’oro di  Acacia, dichiarando che la partecipazione del governo avrebbe posto fine allo sfruttamento delle risorse della Tanzania. La compagnia mineraria aveva negato di avere commesso qualsiasi illecito, ma la società controllante, Barrick Gold, è stata costretta a negoziare un compromesso e, nell’ottobre 2019, ha accettato di pagare 300 milioni di dollari di tasse arretrate e di dare al governo una quota del 16% nella società, che è stata ribattezzata Twiga. 

L’inclinazione nazionalista di Magufuli non era nuova: prima della pace con Acacia, erano stati annullati due importanti accordi infrastrutturali con la Cina. Il contratto per la costruzione della prima linea ferroviaria elettrica del paese, un progetto di 500 km che doveva collegare Dar es Salaam alla capitale Dodoma, è stato revocato a causa dei costi e delle condizioni, mentre lo sviluppo di un porto a Bagamoyo è stato cancellato perché il presidente considerava irragionevoli i termini finanziari concordati dal governo del suo predecessore, Jakaya Kikwete.

La Tanzania al primo posto

Il bulldozer nutre una grande diffidenza nei confronti delle potenze straniere e, incolpandole del sottosviluppo della Tanzania, ha a lungo accusato politici e funzionari locali corrotti di difenderne gli interessi e di non avere messo al primo posto gli interessi della nazione. Dalla sua ascesa al potere, Magufuli non ha visitato alcuna nazione occidentale e non ha partecipato ad alcuna sessione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, un forum che la maggior parte dei leader africani considera un’opportunità per fare conoscere le proprie strategie e visioni a un pubblico globale. Sebbene abbia partecipato a numerosi vertici dell’Unione Africana, il presidente ha visitato solo alcuni paesi del continente, tra i quali Ruanda e Uganda, i cui leader condividono la sua sfiducia verso le nazioni occidentali. Tuttavia, qualsiasi ideale panafricano ora occupa il secondo posto nella sua visione del futuro della Tanzania.

Conclusioni

La Tanzania è attivamente coinvolta in una serie di progetti di sviluppo regionale e, ad esempio, ha rafforzato ulteriormente i legami economici con il Burundi con diversi investimenti e l’aumento degli scambi commerciali e ha firmato un contratto da 3,5 miliardi di dollari con l’Uganda per la costruzione di un oleodotto giudicato reciprocamente vantaggioso. Tuttavia, le società e i governi occidentali continuano a diffidare della stabilità a lungo termine degli investimenti esteri in Tanzania. 

Per quanto riguarda le prossime elezioni presidenziali, a meno che l’opposizione non riesca a formare una coalizione forte e convincente, è improbabile che rappresenti una seria sfida per il partito Chama Cha Mapinduzi.

Un secondo mandato darebbe a Magufuli l’opportunità di ridisegnare il modello di investimenti esteri diretti e, a meno che le sue convinzioni nazionalistiche non annullino il suo pragmatismo, ciò andrebbe a vantaggio, sia dello sviluppo della Tanzania, sia degli interessi degli investitori stranieri. 

Come ha dichiarato Mark Bristow, amministratore delegato di Barrick Gold, alla firma del nuovo accordo con la Tanzania, «ciò che Magufuli ha fatto è stato sfidare tutti noi a intraprendere qualcosa in cui si vince o si perde insieme».


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Redazione

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